2 minuti

Lo scienziato Stephen Hawking, nelle settimane prima di morire, aveva trovato la prova dell’esistenza degli universi paralleli. Secondo i suoi studi, attraverso complesse formule matematiche, si può dimostrare la teoria del multiuniverso.

Io lo so che l’idea gli è venuta quel giorno che arrivò a Napoli e uno degli illustri professori che dovevano accoglierlo, gli disse: «2 minuti e sono da te».

2 minuti è il mantra che il ritardatario cronico usa per accedere al suo universo parallelo dove lo scorrere del tempo è relativo.

A Napoli, 2 minuti, secondo la teoria dell’inflazione eterna dell’universo, possono durare 30 minuti o 2 ore, dipende da quanto ritardo ha accumulato il tuo interlocutore.

Sì, perché il ritardatario cronico è un tipo preciso. Lui non rinuncia a nulla. Deve portare a termine tutto quello che ha programmato. Non esiste che a un certo punto della giornata, resosi conto del notevole ritardo accumulato, lui disdica un appuntamento. Lui è preciso nel suo ritardo e i famosi 2 minuti si dilatano a suo piacimento.

Mentre tu lo aspetti come un coglione per ore e ore, nel suo universo parallelo sono passati solo 2 minuti.

«2 minuti e scendo» e colonie di mariti invecchiano sotto i portoni mentre le mogli si truccano in un mondo parallelo. «2 minuti ed esco» e migliaia di padri sono costretti a fare i bisogni per strada mentre i figli usano il bagno come finestre spazio-temporali per passare da un universo all’altro.

«2 minuti e arrivo» mi ha detto il mio caro amico Antonio e sono qui che lo aspetto da non so più quanto tempo. Come tutti i ritardatari cronici si sarà svegliato tardi e, dopo aver passato un’ora in bagno, avrà trovato il tempo di fare una ricca colazione. Sarà sceso di casa con la solita flemma e si sarà intrattenuto a parlare con tutti quelli che ha incontrato per strada. Perché il ritardatario cronico è prima di tutto un imbattibile logorroico.

«Il ritardatario cronico è impegnato in un’altra conversazione» mi avvisa l’operatore telefonico del mio caro amico mentre provo a mettermi in comunicazione con lui. Starà sicuramente pianificando altri appuntamenti, mietendo altre vittime innocenti, perché il ritardatario cronico non dice mai no. Già lo vedo che mentre, con tutta calma, percorre la strada che lo separa da me, trova pure il tempo di fare altre mille deviazioni. Perché nel suo universo parallelo anche le distanze sono relative e qualsiasi punto si raggiunge in 2 minuti. Con questa visione distorta della realtà è normale che lui trovi alquanto sconveniente percorrere 10 km di strada senza fermarsi in altri posti. Nel suo universo parallelo, in soli 15 minuti, puoi andare ad accompagnare il tuo migliore amico all’aeroporto, anche se si trova dall’altra parte della città, ritirare la biancheria in lavanderia, comprare le sigarette, fare benzina e passare in banca perché c’è un modulo da firmare.

«Lascia stare, prendo l’autobus» gli avevo detto al telefono ieri cercando di dissuaderlo.

«Non ti fidi di me? Ho mai perso un aereo, io?» aveva risposto lui mettendo fine alla discussione.

Nel suo universo parallelo Antonio non aveva mai perso un aereo ma nella realtà ci era andato sempre molto vicino. Nella mia mente passano tutte le scene, dove Antonio ed io siamo in aeroporto e corriamo come pazzi per raggiungere il nostro gate mentre dall’altoparlante ripetono i nostri cognomi. L’elenco di spettacoli teatrali, film, concerti, eventi sportivi dei quali abbiamo visto solo la parte finale, è molto lungo ed è superfluo aggiungere che alle feste siamo sempre gli ultimi ad arrivare: perché il ritardatario cronico ha sempre qualcosa da fare nel quartiere dove vive il festeggiato di turno.

La mia ansia cresce quando mi accorgo che Antonio ormai ha accumulato già mezz’ora di ritardo. Decido di chiamarlo, anche se so già che è inutile.

«2 minuti e arrivo. Sono dietro l’angolo» mi risponde felice come il solito. Il ritardatario cronico non conosce lo stress, il suo segreto è proprio quello: scarica tutta la tensione su quelli che sono da qualche parte ad aspettarlo.

Dopo 15 minuti l’auto di Antonio si ferma davanti a me. Carico in fretta la mia valigia nel suo portabagagli e lui, invece di partire a razzo, ha il coraggio di chiedere: «Abbiamo il tempo per un caffè? Stamattina non ho fatto colazione».

«Veramente il mio aereo parte tra mezz’ora» rispondo ingoiando un rigurgito di bile.

«Tranquillo ci mettiamo 2 minuti» e s’immette nel traffico con la sua calma epica che, a confronto, il bradipo di zootropolis, sembrerebbe uno schizofrenico con la camicia di forza.

Ovviamente c’è un traffico da ora di punta ma Antonio è sereno: nel suo universo parallelo non c’è mai traffico.

«La valigia l’hai preparata due giorni fa?» mi chiede ironico, perché il ritardatario cronico deride sempre gli amanti della precisione come me.

«Non mi piace prepararla un secondo prima di uscire da casa, come fai tu».

«Perché non ti sai organizzare. La gestione del tempo è una cosa molto complicata».

Il ritardatario cronico non pensa mai di essere in ritardo semmai è il mondo intero, a non essere allineato con la sua visione del tempo.

Reprimo la mia voglia di tirare il freno a mano mentre siamo a tutta velocità sulla tangenziale.

«Il mio aereo è partito da 10 minuti» gli dico quando finalmente arriviamo al terminal delle partenze. «Per fortuna ti conosco da trent’anni e ti ho mentito sull’orario di partenza» gli dico mentre prendo la valigia dal portabagagli.

«Come? Mi hai fatto svegliare all’alba per nulla? Sei proprio un bastardo» mi urla Antonio e riparte senza nemmeno darmi il tempo di richiudere il portellone.

Perché il ritardatario cronico è molto permaloso e, se gli dici che è in ritardo, lui si offende.

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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