A se stessa – Risotto ai carciofi

Il racconto quarto classificato di Ricettacolo – La Superbia
di Serena Piantoni

«Ha anche creduto di poter vincere contro di me. Illuso. Che pena. Ho sempre saputo di avere l’idea vincente. Quel posto era mio. Lo è sempre stato. Lui ci ha provato ma non ci è riuscito. Il suo fallimento era inevitabile. Il mio successo, già scritto».

Parla da sola mentre guida il suo fuoristrada nero, lucido. Sempre impeccabile. Va verso casa, finalmente. Guarda le sue mani sul volante. Quelle unghie sempre perfette e ben curate. Si ferma al semaforo, impaziente. È infastidita perché nessuno può permettersi di fermare la sua corsa. Ne approfitta per guardarsi nello specchietto retrovisore. È perfetta anche dopo una giornata come quella appena passata. Aveva un progetto da presentare. Un progetto che valeva la nuova carica. Se non ci fosse riuscita, se ne sarebbe andata. Sapeva da sempre che quel posto era riservato a lei. Nessun altro ne sarebbe stato all’altezza. Era lei la migliore. E lo aveva dimostrato. Li aveva sconfitti. Tutti. Uno per uno. Nessun gioco di squadra, nessun appoggio. Solo lei. Lei e basta.

Arriva a casa, parcheggia l’auto e con l’ascensore sale fino al suo appartamento, all’ultimo piano. Da lì domina la città. Lo skyline non è mai stato bello come questa sera. Toglie le décolleté di vernice nera. È a casa, non la vede nessuno e può permettersi di toccare la terra con i piedi. Si slaccia il tubino nero e lo lascia cadere. Toglie le perle. Ora indossa solo una sottoveste di raso nero, che lascia intravedere un fisico perfetto e curato. Incrocia lo sguardo con lo specchio. Sa di essere bella.

È affamata. Non mangia da settimane per questo lavoro. Caffè, solo litri di caffè per illudere il suo cervello di avere le energie necessarie per vincere. Una vittoria come quella di oggi meriterebbe una cena in un ristorante stellato. Invece no, nessuno chef sarebbe in grado di soddisfare la sua fame. Tutta la sua fame, di tutto. Raccoglie i lunghi capelli scuri e li ferma sulla nuca. Una ciocca ribelle le scende sul viso ma la lascia lì, per premiare il suo coraggio e il suo dissenso.

Cammina verso la sua splendida cucina, usata troppo poco. Trita metà scalogno e lo fa soffriggere in una padella con un filo di olio d’oliva. Ha un taglio perfetto, una mano ferma e decisa. Pulisce un carciofo. È bello, di un verde scuro e con foglie grandi e carnose. Lo taglia finemente e lo aggiunge allo scalogno. La casa inizia ad avere un profumo nuovo, diverso da quello che ormai le ha contaminato la pelle. Accende qualche candela e una musica leggera di sottofondo. Le note soul si mischiano allo scoppiettare del carciofo.

In un’altra padella inizia a tostare in un filo d’olio 80 grammi di riso. Non ha più bisogno di misurare le quantità perché ha imparato quali sono le dosi per una persona sola. Dopo 15 minuti aggiunge il carciofo al riso e unisce del brodo. Vede i chicchi assorbire con arroganza quel liquido, come se avessero sete. Aggiusta di sale e mette un pizzico di pepe.

Quando il riso è quasi cotto, prende un limone dal frigorifero. Lo lava e inizia a tagliarne finemente la scorza. Sembra quasi lo stia sfogliando, ed è l’unico gesto delicato che ricorda di aver fatto negli ultimi anni. Spegne il fuoco, aggiunge la scorza e una noce di burro. Poi taglia un quarto del frutto e lo spreme con forza nella padella fumante. Una goccia le schizza vicino alla bocca. La raggiunge con la lingua. È aspra. Dura. Forte. Avverte come un senso di bruciore. Il profumo del limone sovrasta tutti gli altri, vince su tutto, come a voler dire che è lui il migliore. Le torna in mente la scena di qualche ora prima, quando le hanno detto che il posto era suo, che aveva superato tutti, anche lui. Quello che era sempre stato il migliore ora doveva farsi da parte perché aveva vinto lei.

Cammina scalza verso il tavolo. Mette il riso ancora bollente nel piatto. Si versa un calice di bianco. Lo alza e brinda. A se stessa. Mentre dalla vetrata, ammira il suo profilo riflettersi e guarda dall’alto la città.

 



Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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