I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo. Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all’uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli o a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l’eternità in un barattolo -

Diario di scuola, Daniel Pennac

Agenzie educative cercansi

Quando in una classe di prima di un istituto superiore non volano idee, progetti, aspettative ma volano, in sequenza successiva in mezzo a urla e tifo da stadio, un cestino dell’immondizia e una matita scagliati con precisa intenzione e determinazione in faccia all’insegnante, è bene che tutti ci fermiamo un attimo e interrompiamo le nostre corse e non per andare a vedere il video del misfatto puntualmente ripreso dal compagno di turno con lo scopo non di documentare e denunciare ma di amplificare, moltiplicare lo sfregio e l’umiliazione lanciandolo sui Social. No! Dobbiamo fermarci a riflettere. A maggior ragione se la classe in questione era già passata attraverso il lancio di banchi e seggiole fuori dalla finestra ad opera dello stesso studente per il quale, evidentemente, la sanzione disciplinare adottata dall’autorità scolastica, i classici quindici giorni canonici di sospensione, si è rivelata insufficiente. Dovremmo riflettere sul perché la denuncia, di fatto, sia stata sporta solo dopo che il video, diventato ormai virale, era entrato nella cronaca che si insinua nelle case di tutti attraverso i tg, portato alla luce della ribalta nazionale, e bisognava, a quel punto, prendere una chiara posizione sfociata per i tre studenti, variamente responsabili, in denuncia alle forze dell’ordine per diffamazione, violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio, più i provvedimenti disciplinari adottati dalla scuola ai quali, sarebbe auspicabile, si affiancassero anche interventi esterni da parte dei servizi sociali sia nelle vite dei ragazzi che in quelle delle loro famiglie.

Dobbiamo riflettere sull’atteggiamento della malcapitata insegnante di turno, su quella mancanza assoluta di reazione, piatti di bilancia in bilico tra autocontrollo e rassegnazione, quel non far caso per incassare e superare l’umiliazione nel tentativo estremo di proteggere, in un certo senso, il buon nome dell’istituto e il ragazzo stesso, quella comprensione e tolleranza che in una scuola problematica sono pane quotidiano da distribuire tra i più facinorosi, quel cercare di gestire l’ingestibile attraverso la mediazione dell’andare avanti nonostante tutto e del silenzio, quel non alzare nemmeno la testa per non incontrare una scolaresca di occhi in piena derisione e rimanere inerti, anche se l’oltraggio è inaccettabile, perché ogni tentativo di reazione per ripristinare regole e valori non produca ulteriori calpestii a quella dignità finita ormai da un pezzo sotto alla cattedra. Timida e accudente come la maestrina dalla penna rossa del libro Cuore è l’emblema, suo malgrado, dello sforzo che certe nostre scuole e certi docenti fanno ogni giorno per dare ai ragazzi e alle ragazze tutti gli strumenti di cui hanno bisogno per muoversi con autonomia e competenza nel loro presente e nel loro futuro: storie ordinarie di scuole problematiche, di periferie problematiche, di bulli e vandali travestiti da studenti problematici, di famiglie problematiche di ogni ceto, di educazione allo sfascio, andata a male, o mai o malamente insegnata e dove è sempre più difficile dare un senso spendibile alla vita di chi si siede tra i banchi.

E non importa se il caso di Mirandola è un caso estremo, perché accanto a questo, nello stesso periodo, ce ne sono stati altri, magari con meno eco su stampa e tv ma, non per questo, meno gravi: 5 ottobre a Cagliari un alunno tredicenne colpisce con un pugno la professoressa che lo aveva rimproverato perché stava usando il cellulare in classe durante la lezione; 6 ottobre a Gela frattura alle costole per l’insegnante che ha cercato di sedare una rissa scoppiata tra due alunni; 18 ottobre a Bari una docente viene schiaffeggiata dalla madre di una alunna che era stata rimproverata; 31 ottobre a Volla i genitori di un alunno, per rappresaglia ad un rimprovero, danneggiano infissi e suppellettili dell’istituto scolastico frequentato dal figlio. Questa in poche righe, in alcuni esempi e nel brevissimo periodo di riferimento, l’immagine del Far West scolastico italiano che conferma la pericolosa deriva della scuola in generale e della crisi comportamentale degli adolescenti fra i tredici e i sedici anni, cioè tra la scuola media e i primi due anni di scuola superiore, professionali in particolare. Istituti dove approdano spesso gli studenti eliminati dai licei rispettabili, molti ripetenti con scarsa stima di se stessi, tagliati fuori ed esclusi dal sistema delle regole certe e applicate, ragazzi con poco o nullo senso dello sforzo, della costrizione, dell’impegno e non è quasi mai facile, per loro, fornire cinquanta minuti di concentrazione in cinque o sei lezioni successive, ragazzi a braccetto con la “mancanza di basi” come giudizio di fondo che accompagnerà l’intero iter scolastico o, almeno, l’espletamento forzato dell’obbligo scolastico. Studenti abili nel riconoscere l’insegnante calato appieno nella propria classe, quello che appena entrato in aula è già lì e lo si avverte dal suo modo di guardare, di salutare, di sedersi, di prendere possesso della cattedra, che non ha timore delle loro reazioni, non è chiuso in se stesso ma, al contrario, è a suo agio, da subito, è presente, distingue ogni volto, la classe esiste subito davanti ai suoi occhi, scapestrati e indolenti compresi: l’insegnante autorevole che riesce a strappare anche a loro attenzione e fare positivo, che vede nella classe un’orchestra dove lo studente che sembra stia lì per caso suona la stessa sinfonia, pur con i suoi scarsi strumenti, del primo violino, lo studente  eccellente. L’autorevolezza che crea progressione di risultati in attesa dell’ora successiva, di un altro insegnante altrettanto preparato nel suo sapere ma non così fermo da impedire atti di maleducazione trattenuti e che devono essere liberati per l’affermazione del sé come capogruppo di negatività e per l’ilarità generale: ragazzi sempre sull’altalena dottor Jekyll e mister Hyde a seconda dell’ora di lezione e un corpo docente che, nello sfogo generale dei consigli di classe, giustamente lamenta di non essere stati formati per questo, non dovrebbero essere lì per questo, per risolvere quei problemi sociali che impediscono la loro funzione di trasmissione del sapere e richiedono l’affiancamento di educatori, assistenti sociali, psicologi; rivendicazioni più che giustificate alle quali si oppongono i limiti delle risorse economiche.

Il “questo” per i quali non sono stati formati copre ambiti diversissimi quali la cattiva educazione dei ragazzi da parte della famiglia in crisi, i danni culturali legati a emarginazione e disoccupazione, la perdita di senso civico, la violenza, le disparità linguistiche, il peso crescente della religione, i Decreti Delegati anni settanta, e le loro successive integrazioni, spesso fallimentari, con una partecipazione scuola-famiglia che, di fatto, il più delle volte, rimane scritta in bacheca alla voce “offerta formativa di base” e si fa sempre riferimento ad un prima quando tutti avevano qualcosa in comune: la religione praticata o negata, i luoghi da frequentare, la parrocchia, i servizi comunali, le associazioni giovanili, l’adulto riconosciuto come figura a prescindere, l’autorità della scuola, l’alzarsi in piedi, il sette in condotta. Di tutto questo oggi rimane poco e le scuole sono le sole che si occupano di questa fascia d’età. La scuola, certo! La scuola e la famiglia.

Dobbiamo allora fermarci e riflettere se prima ancora di “buona scuola” non sia necessario parlare prima di “buona famiglia”, quella famiglia alla quale è affidato il compito principale dell’educazione dei propri figli, a quella famiglia che quando c’è prende atto, collabora e corre ai ripari mentre quando non c’è difende l’indifendibile, non prende in carico la patata bollente, colpevolizza gli altri e delle bugie quotidiane dei figli, delle loro abilità persuasive, delle loro giustificazioni anticipate ne fanno un vangelo incrollabile nel tentativo di placare, almeno temporaneamente, in primo luogo la propria coscienza, poi per preservare l’atmosfera familiare affinché la cena non si trasformi in tragedia, per rimandare a domani e poi ancora a domani il Waterloo della non presenza o della presenza asfissiante nel percorso di crescita della loro prole con, a carico,  note disciplinari sul registro di classe.

Si fermino a riflettere le famiglie furibonde convinte che il figlio sia sempre la vittima innocente di una coalizione di insegnanti di tutte le materie a partire dalla scuola materna, quelle che inveiscono contro la società, le istituzioni, il sistema che non si adattano alla loro visione onirica dello stato delle cose, quelle che non sono mai andate a un colloquio scolastico, quelle dove si dicono mezze verità nascondendo le pagelle ai padri, quelle che si ritengono le uniche al mondo a capire i loro figli, quelle che davanti all’evidenza dei fatti sdrammatizzano e sminuiscono sistematicamente l’accaduto.

Riflettiamo e mettiamo un punto. Non deleghiamo ad altri i nostri compiti perché gli altri saranno con noi collaborativi, certo, per il fine ultimo della crescita armoniosa e del vivere civile ma non possono essere la nostra surroga. Non è facile, non ci sono istruzioni e dovrebbe prevalere solo la logica del buon senso applicata subito, a partire dalla culla del futuro studente che andrebbe alimentato e svezzato con l’ottica della necessità di tenere a freno i propri istinti e le proprie emozioni per non finire a vivere in una giungla di predatori. In educazione nessuno nasce tarato e la tabula rasa deve ancora essere forgiata ma è necessario, per quanto faticoso, farsene carico e prendersi ognuno le proprie responsabilità ultime.

È inutile anche lo scarica barile, il maestro elementare che si chiede se alla materna non hanno imparato come ci si comporta, per arrivare alle superiori con gli stessi interrogativi su scuola elementare, prima, e media dopo. In questa specie di Fiera dell’est si tornerà sempre al punto di partenza, alla questione di base, all’assenza di famiglia o di famiglia distratta.

Torniamo a prenderci delle responsabilità prima di chiederci “ma la scuola dov’era?”, le nostre responsabilità quando da genitori, pensando di farla franca in qualche modo, diciamo che “si è fatto trascinare”, le nostre responsabilità perché nessun insegnante, nel momento in cui entra in una qualsiasi classe, abbia a pensare:

“Per loro ero il nemico, il secondino e, dal giorno in cui mi sedetti in cattedra, tra di noi fu la guerra, una guerra continua, senza tregua, di ogni istante. È così terribile vivere circondato dal malanimo, avere sempre paura, essere sempre sul chi vive, sempre armato; è così terribile punire, così terribile dubitare, vedere ovunque tranelli, non mangiare tranquilli, non trovare riposo nel sonno, pensare sempre, anche negli attimi di tregua: Ah, mio Dio, che cosa mi faranno adesso?” – Alphonse Daudet – collegio di Alès anno 1857

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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