Baci, ciliegie e inferno

Il racconto-ricetta vincitore di Ricettacolo – L’Accidia

di Emanuele Finardi

È successo tutto perché ero troppo stanca. Credo.

Da tempo infatti non mi accadeva di passare una intera giornata a casa. Al computer. Con tutto il tempo per fare delle cose inutili, ad esempio guardare i due nel parco dalla finestra di casa.

Oppure piacevoli, ad esempio far scandire il tempo dal passaggio dei treni e non dall’orologio.

Ogni persona ha il proprio posto e anche io ho il mio. Stamattina il corpo diceva di lasciar perdere, ma ho deciso di farmi forza. Alla fine mi avrebbe fatto bene. Il fisico era rigido, lento, talmente duro da far quasi attrito coi piedi sul pavimento. Ma la testa no.

Esistono nella mia giornata dei momenti di solo ascolto. A metà tra estasi e minaccia incombente. E la mattina è la regina di questo stato d’animo.

Quando sei in ascolto tutto ha un rumore, un suono che normalmente non senti, come se tutta la sensibilità si concentrasse nell’udito che a quel punto ti permette con la sua potenza di vedere, toccare, assaggiare, annusare in maniera unica, autentica e diversa.

Vivere così è come accettare che l’identità si perda o, meglio, si diluisca. Ma è il mio posto. E lo amo. C’è molta grazia in questo bordo di oscurità, nei lembi esterni dove comincia, o dove finisce appena appena. Devo a queste mattine la fortuna degli incontri più insperati.

È arrivato il momento di prendere in mano la mia vita. Dovrò abbandonarmi alla corrente, farmi trascinare, sbattere contro gli scogli e farmi male, prima di prendere finalmente coscienza di essere diventata di nuovo qualcosa di plausibile. O emozionante. O gustoso.

Una forza illeggibile mi spinge oggi a fare l’inventario del mio mondo. Un viaggio minuzioso dove le corrispondenze da compilative diventano magiche. Un teatro infinito: come aprire una scatola di vecchie foto e capire che non ha fondo, che le immagini non finiscono mai. Detriti di memoria che prendono il volo, come in una fanciullezza riconquistata.

PAROLE parole parole. Che muovono piccole scelte. Ma anche destini, destinazioni. La coscienza come lo specchio di Biancaneve. Una roulette virtuale che decide per chi non ha più voglia di sbagliare. Le vacanze che arrivano in questo caso. Le prime da sola dopo anni, accolte con straniante fatalismo mentre un anno fa era: dove andiamo, cosa mettere in valigia, cosa cucinare, come rimettersi in forma, come vestirsi.

Una estate vista dalla realtà parallela, e da un codice sorgente che non è più lo stesso. Ho deciso: a settembre farò un corso di cucina. E poi, basta strafogarsi di ciliegie.

Tra una sigaretta e l’altra, e tra un treno e il successivo, guardavo i due sulla panchina: un uomo e una donna non più giovani ma intenti a parlare ormai da un bel po’. Stavano appena dentro il mio sguardo, se allungavo il collo oltre il confine delle piante.

Il confine è certamente creato dall’uomo, ma non per sua fantasia. Se pensassimo al globo terrestre come a un mondo senza confini guarderemmo a qualcosa di assolutamente indistinto. Il confine serve a delimitare un dentro e un fuori, quindi delimita anche un’identità: ciò che è dentro il confine ha una sua caratteristica, ciò che ne sta fuori è altra cosa. È dunque un concetto essenziale, non solo per orientarsi sul pianeta ma anche per i nostri rapporti interpersonali. È creazione umana, coessenziale alla convivenza.

Ecco, seppur a discapito di un bel torcicollo, grazie al confine svanito i due erano ora dentro il mio mondo. La loro panchina era arrivata nella mia cucina. Il loro vociare accalorato. Le loro camicie stirate bene. I suoi pantaloni chiari. La sua gonna lunga a fiori. Le sue scarpe lucidate la mattina di fresco. I suoi sandali con un piccolo tacco vezzoso e qualche strass.

Non era il primo giorno che rimanevano seduti nel parco per molto tempo. Tempo addietro, con la scusa di far fare una passeggiata al cane, mi ero pure avvicinata a loro per rubar qualche parola, facendo il giro dell’isolato al contrario e passando il Politecnico, il pub, la biblioteca di Lettere e il club privè gestito da un ex carabiniere. Ma, nonostante il mio impegno nella logistica del percorso, ero riuscita in realtà a origliare solo qualche soffio. Insufficiente.

La signora del banco al mercato, che sapeva di tutto e tutti, sulla base della mia descrizione sommaria mi aveva però informato con implacabile precisione che erano due antichi amanti, rimasti da qualche tempo entrambi vedovi. Che, dopo essersi persi per anni, ora si ritrovavano spesso al parco a rinverdire la precedente passione. Ma, nei giorni in cui si vedevano, con cadenza apparentemente fissa e settimanale, verso le cinque del pomeriggio sparivano.

Guardai fuori. Erano le cinque. E in effetti non c’era più nessuno sulla panchina.

Decisi quindi di dedicarmi alla valigia per il viaggio. Anzitutto i costumi, poi le scarpe, poi gli occhiali da sole. Poi i libri, sia quelli che mi piacevano e che avrei letto, sia quello in formato “tomo” in grado anche di reggere il lettino in caso di bisogno, di riparare dal vento o di fare da cuscino punitivo. Ottimo, ve lo assicuro, anche come racchettone (questo è un vero trend topic).

Poi qualche ricerca su internet, dove per diletto mi misi a cercare le parole più cliccate a seconda dei mesi. A maggio: “dimagrire”. A giugno: “bacio con la lingua”. A luglio: “fidanzato geloso”. E ad agosto: “amore estivo”. A ben vedere, lette una dietro l’altra rendono la ricerca esaustiva e definiscono, in qualche maniera, il futuro dell’essere umano e delle sue relazioni: prima si torna in forma, poi c’è l’incontro estivo e la conseguente vittima dell’inverno appena passato e infine il nuovo amore. Che presumibilmente sarà sostituito da un nuovo viso pallido con fascino d’ordinanza verso ottobre, o novembre, oppure comunque entro la fine dell’anno.

P.S. per vostra informazione ho guardato anche altro: tra le “acconciature” al primo posto restano le trecce, poi il romantico chignon e per finire il look più ribelle e pieno di quella speranza effetto bagnato, meglio conosciuto come “capelli mossi”. Poi ci sono i “tatuaggi”: i più visti sono la tartaruga, il maori (classico tribale da braccio) e il simbolo dell’infinito. I “colori” più ricercati per gli smalti e la nail art sono invece il corallo, tiffany e tortora.

Ma, mentre io stavo scovando cose futili al PC, chissà i due della panchina cosa staranno facendo.

Sicuramente, pensai, saranno impegnati a preparare una cena indimenticabile a lume di candela, dove Carlo – chef in pensione – avrebbe cucinato il suo impareggiabile soutè di cozze e vongole come antipasto, seguito dalle mitiche cappesante in camicia con crema di porro. La cappasanta, o “conchiglia di San Giacomo”, scelta come buon auspicio perché si dice che il Santo la impiegasse per contenere l’acqua da usare per la benedizione.

Mentre le preparava, sembrava che Carlo fosse intento in una vera cerimonia, pagana negli ingredienti ma religiosa nella liturgia. I numeri erano, così, precisi e regali:

16 cappesante;

16 fette di pancetta secca;

2 porri;

1 scalogno.

E poi olio extravergine d’oliva, 6 cucchiai in tutto suddivisi equamente nelle preparazioni, sale e prezzemolo per guarnire.

Chi l’aveva visto cucinare raccontava che la cucina era come un altare, ove dalle conchiglie delle cappesante ben lavate e aperte con l’aiuto di un coltello, estraeva i molluschi che teneva da parte. La parte bianca del porro pulita e tagliata a dadini veniva poi da lui stufata a fuoco basso con l’olio e lo scalogno tritato. Il tutto era fatto poi raffreddare e ridotto a una purea delicata, assaggiata in punta di dito e salata quanto basta. Ma questo era il meno. L’arte più alta, infatti, era lasciata al resto: tagliata a julienne la parte verde del porro, la poneva in acqua e ghiaccio per farla diventare riccia. Asciugata, la friggeva in olio caldo abbondante sino a ottenere dei fili croccanti. Poi l’apoteosi, dove ogni fetta di pancetta viene avvolta intorno a ciascuna cappasanta e poi cucinata in una padella antiaderente unta di olio, ma appena appena, giusto un filo… giusto un velo di sposa. In ciascun piatto da portata si andranno poi a disporre due cappesante sormontate da cespuglietti di fili di porro fritto e circondate dalla salsa di porro, guarnendo con poche foglioline di prezzemolo.

E mi fermo qui. Vi dico solo che al mercato si vocifera avesse in mente di preparare come secondo la sua mitica variazione di stoccafisso: baccalà alla piastra con salsa di capperi, acciughe e pomodori secchi. Meglio non sapere…

Luisa, da parte sua, avrebbe finalmente consumato la vendetta verso l’unica vera passione del marito defunto – un enologo di fama internazionale – portando il meglio dalla cantina di casa. Un Muscadet della Loira per l’antipasto, vino semplice e immediato che però grazie alla lavorazione sur lie acquista una gradevole e profumata intensità. Un Fiano d’Avellino – giallo paglierino, fresco e floreale con note fruttate di mela, melone bianco e agrumi, fine, elegante e di buona morbidezza – per le cappesante. E un Pigato, che amava moltissimo per quella sua nota leggermente forte sulla schiena dell’assaggio, per contrastare la forza e la veemenza (misto di umiltà veneta e di orgoglio portoghese) del baccalà cucinato come nemmeno i migliori della Guida Michelin sanno oggi fare.

Impaziente e curiosa, decisi di scendere e di aspettare che si rifacessero vivi.

Verso le sette girarono l’angolo insieme – eleganti e regali come l’occasione intima e mondana induceva ad essere – e mi vennero incontro. Credo tenendosi per mano.

Ero francamente emozionata, perché in loro vedevo il miraggio di una relazione ideale. Che volevo fosse anche mia.

Magari avevano già fatto la spesa, dopo aver deciso il menù parlando fitto fitto nel parco; magari stavano definendo gli ultimi dettagli sul luogo del loro incontro romantico dopo anni. Magari si sarebbero scambiati a bassa voce un qualche segreto sull’amore che dura per sempre che avrei potuto carpire allungando l’orecchio…

Ero più o meno nello stesso punto dell’altra volta. Ma stavolta il mio udito era sveglio. E vorace. Pronto a carpire ogni singolo suono.

Carlo: «Allora… Ci vediamo mercoledì alle cinque?».

Luisa: «Certo come sempre! Per niente al mondo mi perderei la gang bang con le universitarie».

Evidentemente avevo sbagliato panchina. Oppure vita.


VINCITORE

Emanuele Finardi

TITOLO 

Baci, ciliegie e inferno


La motivazione della Giuria è la seguente:

In un clima onirico, la protagonista è la cuoca imperfetta. Così l’intreccio corre tra incomprensioni e fraintendimenti, come in ogni storia che si rispetti. E ha un collante: la cucina. Certo, immaginata, siamo pur sempre in terreno d’accidia, non pretenda il lettore che questa ricetta sia realtà. E la realtà ribalta, come sempre, le speranze e i sospiri, e si scioglie in bottiglie di vino mai bevute e in tavole regali mai imbandite.


 Biografia dell’Autore in un Tweet:

Vive e lavora a Milano. Prima di lavorare in tv, ha scritto per la carta stampata e la radio.

 

 



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Chef Massimo Borgognoni

Chef Massimo Borgognoni

Ha scoperto che la cucina è chimica quando era ragazzino, non ha mai più smesso di sperimentare e scomporre la tradizione

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