Ball and Chain e Janis Joplin

Photo by Tucker Ransom/Getty Images

Moriva il 4 ottobre 1970. Era la seconda, quell’anno, dopo Jimi Hendrix. Ed era la terza del Club dei 27, dopo Brian Jones e, appunto, Jimi Hendrix. Poi si disse che il primo in assoluto fu il bluesman Robert Johnson, morto nel 1938.

Il Club of 27 non era ancora una definizione giornalistica. E nemmeno J27, perché mancava Jim Morrison. Da quelle tre fondamentali J – Jimi, Janis, Jim – si è cominciato a instillare un piccolo tarlo nella testa dei fan del rock psichedelico di allora.

E il tarlo è diventato carta stampata, libri, mito, e poi leggenda. Misteri sempre aperti, che servono a ricordare che la musica e le parole insieme, in un certo modo combinate, sono arte. Sono una denuncia, un messaggio nero su bianco, un potere. Tenere congelato il mito è conservare per sempre il potere della parola, di quel lamento, del cuore di una generazione.

Sittin’ down by my window,
Honey, lookin’ out at the rain.
Lord, Lord, Lord, sittin’ down by my window,
Baby, lookin’ out at the rain.
Somethin’ came along, grabbed a hold of me,
And it felt just like a ball and chain.
Honey, that’s exactly what it felt like,
Honey, just dragging me down.

(traduzione nostra: Sto seduta sotto la mia finestra, / tesoro, sto guardando la pioggia fuori. / Signore, Signore, Signore, sto seduta sotto la mia finestra, / baby, sto guardando la pioggia fuori. / Qualcosa è arrivato, / mi ha presa / Sembra come una palla al piede. / Tesoro, è esattamente ciò che sembra, / tesoro, qualcosa che davvero mi ha trascinata giù).

È il 4 luglio 1970. Janis Joplin è in concerto a Calgary, Alberta, in Canada. Canta l’inedita Ball and chain. La disperata Ball and chain.

And I say, oh, whoa, whoa, now hon’, tell me why,
Why does every single little tiny thing I hold on goes wrong?
Yeah, it all goes wrong.

(traduzione nostra: E dico, oh, tesoro, dimmi perché, / Perché ogni singola e piccola e sottile cosa cui mi attacco va a puttane? / Sì, tutto va male).

Leggevo un articolo di Mark Fisher pubblicato sul quotidiano politico The Occupied Times nel marzo del 2014, Good for Nothing, nel quale l’autore parla di depressione politica, che è il contrario di individuale. «Per coloro che sono abituati sin dalla nascita a ritenersi inferiori, l’acquisizione di qualifiche o di ricchezza di rado è sufficiente a cancellare – sia nella loro mente che nella mente degli altri – il senso primordiale della inutilità che li marchia a vita, sin dalle origini. Chiunque si muova fuori della sfera sociale cui è destinato è sempre in pericolo di essere soverchiato da sentimenti di vertigine, di panico e di paura». Mi vengono in mente gli artisti maledetti, quelli del gruppo del 27, quelli che sentono una palla al piede da cui niente e nessuno può liberarli, nemmeno il successo. Tanto meno il successo.

E la responsabilità di un mondo migliore, la decisione di urlarne il lamento, si spengono a intermittenza, in questi artisti degli anni del rock psichedelico, del blues, delle sperimentazioni. Gli attimi bui si alternano al delirio di onnipotenza. L’artista torna bambina: è lì, indifesa, a chiamare papà un uomo, ad amare con tenerezza e angoscia. A cercare di essere amata con altrettante tenerezza e angoscia.

It ain’t fair, daddy, it ain’t fair what you do,
I see what you’re doin’ to me and you know it ain’t fair.
And I say oh, whoa whoa, now, baby,
It ain’t fair, now, now, now, what you do
I said hon’ it ain’t fair what, hon’ it ain’t fair what you do.
Oh, here you gone today and all I ever wanted to do
Was to love you
Honey, an’ I think there can be nothing wrong with that,
Only it ain’t wrong, no, no, no, no, no.

(Traduzione nostra: Non è giusto, papà, non è giusto quello che fai. Vedo cosa mi stai facendo e sai che non è giusto. / […] Oh, te ne sei andato oggi e tutto quello che volevo fare / era amarti / Tesoro, e penso che non ci possa essere nulla di sbagliato in questo, / dico solo che non è sbagliato, no, no, no, no).

Ascoltando dopo tanto tempo Ball and Chain e la voce struggente, rauca, melanconica e rabbiosa di Janis Joplin, mi chiedo cosa sia rimasto di quel mito. Cosa ne sia rimasto davvero, se non questa depressione prêt-à-porter, indossabile da tutti, anche da noi della maledetta – a suo modo – generazione X.

La canzone e parte del concerto: godetevelo!



Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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