Caro M.G.

Caro

Non riesco a  inquadrarti per bene, non ci conosciamo ma, in ogni caso, caro.

Cioè, so chi sei: conosco le tue iniziali, le ho lette sul giornale.

“G., trent’anni, lascia una moglie e un figlio di pochi mesi. Impiegato amministrativo, allenatore della locale squadra di basket, tornava a casa dopo una serata con gli amici quando…”

Quando.

Anche io ho un bambino, sai? Ha tre anni, è bellissimo, somiglia a suo padre, va alla materna e sembra un pupazzino, con i capelli biondi un po’ lunghi e ricci e con i suoi occhioni blu. Sai cosa mi piace tanto di lui? I dentini tutti in fila, piccini e bianchi; e anche i piedi, sono ancora grassottelli; e poi, come ride… dovresti sentirlo, ti scioglie qualcosa nel profondo, ancora più giù del cuore, oltre l’anima.

E ho anche una bimba di sette che va alle elementari, la accompagno a scuola tutte le mattine e le faccio le trecce e i codini, anche se lei vorrebbe tenere i capelli sciolti, lisci sulle spalle come le ragazzine più grandi. Vuole lo smartphone per chattare con le sue amiche, ci pensi? Ha sette anni, ci manca solo che le lasci il telefonino.

Chissà che persona sei, M.G. Ma dimmi, M. è il nome o il cognome? E, se è il nome, per cosa sta? Mario? Marco? Michele?

Ti chiamo Marco, va bene?

Anzi, no, ti chiamo M e basta. Non ci siamo presentati: io mi chiamo L. L.C. per la precisione.

Vado anch’io in ufficio cinque giorni alla settimana, ho due figli e un marito: sono una normale, come tutte le altre, coltivo orchidee. Sono la persona più normale che si possa immaginare tra casa, lavoro, i bambini, in scooter d’estate e in macchina d’inverno. Scartoffie e carote cotte, pannolini e cinema, ogni tanto una sera fuori con le amiche, la borsa del calcetto di mio marito da svuotare, i panni da stirare e i compiti da fare, i conti che tornano, il divano che ormai è tutto sfondato e forse dovremo andare all’Ikea, una di queste domeniche, a cercarne uno nuovo.

Anche tu dovevi cambiare il divano? Tu hai un bimbo piccolo, hai altri problemi. Dorme, la notte? Ha passato il periodo delle coliche? I miei non mi facevano dormire, diventavo pazza con i loro pianti che non smettevano mai, forti e insistenti. Ci sono state volte in cui ho pensato che avrei dato chissà cosa per un attimo di tregua, quando erano piccoli. Ma forse tu non sai, del bambino se ne occupa certo tua moglie e tu lo vedi solo la sera quando torni a casa dal lavoro e nei week end.

Le dai mai il cambio col piccolo? Le dici mai “Lascia, vai, stasera al bimbo penso io, tu vai con le tue amiche a mangiare una pizza, a bere qualcosa…”

Mio marito lo fa, a volte. O meglio, mi organizzo e gli dico venerdì non ci sono, venerdì sera esco e vado a mangiare con le ragazze e poi ci fermiamo a fare quattro salti. Vi lascio la cena nel forno, mi raccomando, controlla che si lavino i denti e non far stare troppo alzati i bambini, lo so che li vizi.

Ogni tanto faccio così. Avresti dovuto farlo anche tu, dovresti lasciarla andare ogni tanto, avresti dovuto farlo almeno una volta. Invece hai lasciato tua moglie a casa col bimbo e sei andato in giro con i tuoi amici: avevi la moto, eri tutto vestito di nero e andavi forte, tornando verso casa. Andavi troppo forte, non ti ho visto!

Stavamo commentando la serata sul gruppo di WhatsApp, non ti ho visto, andavi troppo forte tutto vestito di nero. Un attimo solo, stavo leggendo ma tu andavi forte e non ti ho visto, anche se avevo lo stop non ho visto. Due margarita e qualche bicchiere di vino, non era poi così tanto.

Andavi forte ma non ti ho nemmeno sfiorato, non ti ho toccato, credo! Tu hai sbandato e sei uscito di strada, tu! Hai fatto tutto da solo, ti sei spaventato e hai scartato di lato volando nel fosso con la moto nera, il casco nero e la tuta nera… non ho visto il fanale che si avvicinava altrimenti non sarei partita, avrei rispettato lo stop.

Due margarita e qualche bicchiere di vino, la nebbia, WhatsApp, tu che scartavi di lato e volavi, come un orso di pezza scagliato lontano, oltre al guard rail, giù nel prato.

Non potevo fermarmi, capisci? Due margarita, qualche bicchiere di vino, i bambini, mio marito che dormiva da solo o forse mi stava aspettando per chiedermi come fosse andata la serata. Non potevo, i carabinieri… l’ambulanza… soffiare nel tubicino per controllare che non fossi ubriaca… il paese non è così grande, mi conoscono tutti.

A te, non ti conosce nessuno, non sei di qui. Ti sei spostato parecchio per andare a far bisboccia con gli amici invece di stare con tua moglie e tuo figlio, hai visto cosa è successo?

Di che colore ha gli occhi, il bambino? Ne vorrei un altro, magari tra un annetto lo metto in cantiere. Se sarà un maschietto, ti prometto che lo chiamerò Marco.

Mi sono fermata di colpo, in mezzo all’incrocio, sentivo il motore della moto che andava ancora poi si è spento. Non c’era un suono intorno a noi, nemmeno uno. Da te, neppure un lamento. Non ti muovevi. Non arrivava nessuno.

Ho guardato l’ora: l’una e mezza di notte. Di solito il piccolo si sveglia verso le due, vuole la camomilla. E se non mi trova e si mette a piangere? Sveglierà tutta la casa, quelli di sopra sono dei rompiballe, si lamentano sempre perché i bambini fanno rumore: non capisco perché non vanno ad abitare da soli su un bricco sperduto, se gli dà così fastidio la gente. Ogni cinque minuti chiamano l’amministratore per lamentarsi di noi, e che cavolo! Dovevo andare a casa, capisci? Dovevo! Prima ci sono i bambini, poi tutto il resto.

Faceva freddo, avevo freddo e non c’era nessuno, non una luce, tu non ti muovevi…

“M. G., trent’anni, lascia una moglie e un figlio di pochi mesi. Impiegato amministrativo, allenatore della locale squadra di basket, tornava a casa dopo una serata con gli amici quando, per cause ancora sconosciute, la moto su cui viaggiava ha sbandato violentemente, sbalzando il conducente sul prato che fiancheggia la carreggiata. M.G. è morto sul colpo. I segni di frenata della moto sull’asfalto fanno ipotizzare che il giovane abbia incontrato un ostacolo improvviso e abbia scartato per evitarlo. Gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi. L’uomo è morto sul colpo.”

Caro M.G, volevo solo farti  sapere che mi spiace tanto.

Tua

L.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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