Casa

 




Sono passati ottantasei anni da quando sono venuto al mondo, settanta da quando ho iniziato ad avere paura dei cani, per lo più di taglie grandi. Con il passare del tempo ho nascosto la mia fobia, perché Francesco, mio figlio, nonostante cercasse di essere il più spavaldo possibile quando mia sorella portava il suo rottweiler a casa, era sempre teso. Io potevo capire ogni sua sensazione, ogni suo timore perché ci ero passato. Forse l’unica persona che ha sempre saputo e mai rivelato la mia paura è stata Lina, la mia compagna, amica, confidente, amante e moglie per anni. Abbiamo passato insieme stagioni che correvano troppo veloci e il tempo passava senza che noi ce ne accorgessimo, e le decisioni prese erano lì ferme a ricordarci ogni giorno della nostra vita che tutto quello che avevamo deciso non era andato come lo avevamo immaginato. Ho desiderato il meglio, ho puntato alla famiglia tralasciando il lavoro, ho sempre pensato che il valore più grande ce l’avessi a casa, che anche se avrei potuto avere uno stipendio più alto facendo trasferte all’estero tutto quel gran da fare non avrebbe potuto sostituire gli occhi pieni d’amore di una moglie, quando sarei tornato da lei ogni sera. Ma non è andata come mi aspettavo, non c’è stato il vissero felice e contenti, nulla di tutto ciò si è realizzato. Soprattutto ho dato per scontato i momenti belli, quelli che fanno parte della vita di alcune persone fortunate: come la nascita di un bambino. Lo ritenevo una conseguenza naturale del matrimonio, non ho mai pensato che avremmo potuto essere solo io e Lina a riempire il vuoto della nostra casa, che avevo costruito apposta per accogliere più voci. Sbagliai a non soffermarmi su quei bellissimi occhi scuri, che mi supplicavano di non superare il limite che secondo me avrebbe potuto generare un qualcosa di unico e nostro. Sbagliai a dare troppo peso alle sue parole e a non darlo per nulla ai suoi occhi. Lo capii molto dopo, quando Francesco venne al mondo e lei in poco tempo si chiuse in sé, appassendo giorno dopo giorno.

Ricordo ancora come fosse ieri, il giorno in cui non accompagnai Francesco al primo giorno di prima elementare e non facemmo la foto di rito. Ma fu un giorno comunque indimenticabile, perché scelse lo sport che l’avrebbe reso campione nell’avvenire. Andammo a vedere degli allenamenti di rugby della nostra squadra locale, non lo vedevo un bambino abbastanza prestante per quel tipo di sport ma non volevo che la mia mente potesse limitare le sue potenzialità. Passammo tutto il giorno a correre per cercare di fare in tempo a vedere tutti gli allenamenti, mangiammo solo patatine industriali, bevemmo coca cola, e ricordo benissimo il sorriso che aveva stampato in faccia per quella bravata tra padre e figlio. Scelse il tennis, e nonostante l’istruttore privato mi costasse un occhio della testa l’accontentai. Quando tornammo a casa, dopo la lunga giornata, Lina non fece altro che a accoglierci con la sua aria stralunata, il lavoro non le andava un granché bene in quel periodo e passava più giorni rinchiusa dentro casa che fuori. Guardava Francesco, ogni volta che entrava dalla porta, come se fosse un estraneo. E io nei suoi occhi non vedevo nulla oltre all’odio che covava per me per averla resa moglie e per suo figlio per averla resa madre. Il giorno dopo se ne andò lasciando Francesco a me con la speranza di una vita migliore. Così citava un bigliettino che ancora ho in tasca.

Oggi seduto su questa carrozzina davanti al finestrone che mi rimanda di riflesso la mia immagine di vecchio decrepito, rivivo questi tristi momenti. E anche se i miei occhi non possono far altro che vedere la pece, la mia mente mi ricorda perfettamente cosa c’è oltre il vetro: il giardino pieno di piante di noci sepolte dagli arbusti e erbaccia alta, le foglie cadute sono rimaste lì, in attesa che qualcosa accada o che finisca definitivamente. Francesco non ha avuto tempo la settimana scorsa di venire e dare una ripulita, doveva portare mia nipote ad un saggio di danza, non aveva trovato il tempo neanche la settimana prima perché aveva un meeting di lavoro troppo importante a cui poteva non rinunciare. Mi ha chiesto più volte di andare in un centro anziani, è in città ed è molto più comodo per lui e per sua moglie. Mi avevano garantito che le mie nipotine, Nadia e Mia, sarebbero venute a trovarmi almeno una volta a settimana. L’ho guardato, non rivelandogli la dura verità: che con il tempo anche lui sarebbe appassito come me, che ha avuto la sfortuna di avere suo padre non autosufficiente negli ultimi anni della sua vita ma anche la fortuna di averlo avuto sempre accanto a lui. Forse ha dimenticato che la casa in cui è cresciuto racchiude i nostri migliori momenti da padre e figlio e non me ne sarei andato per nulla al mondo. Forse ha dimenticato che l’unico genitore che l’ha desiderato così tanto sono io.

Il telefono squilla e infrange i miei ricordi portandoli lontano, guardo l’orologio di vecchia generazione che segna le dieci e un quarto di sera, nessuno mi chiama mai ad un’ora così tarda. Lo squillo è un sibilo che si fa sempre più insistente, metto le mani sulla sedia a rotelle e spingo. Ma il movimento delle braccia flosce non riesce a portarmi in avanti. Ripeto l’operazione e il telefono mi invita ad accelerare, ma nulla, guardo le mani poggiate sulle cosce immobili. Non rispondo agli impulsi che mi dà il cervello. Mi paralizzo, parte la segreteria telefonica e la voce di mio figlio mi rassicura su tutto quello che devo sapere prima che i cani decidano di entrare in casa e sbranarmi: “Ciao papà, ti continuo a lasciare questi messaggi in segreteria, non ha molto senso ma non riesco a farne a meno. Ma oggi è successa una cosa. Ho visto la mamma. Sono sicuro che era lei, anche se è passato un sacco di tempo. Si è soffermata ad osservarmi dall’altra parte del marciapiede. Mi è venuto quasi da ridere perché da bambino non aspettavo altro che lei tornasse, oggi invece non aspettavo altro che lei se ne andasse. Non ho provato nulla se non pena, ma mi ha fatto pensare, papà, che io voglio essere come te un giorno, che non ho mai amato nessuno come te e che anche se non te l’ho mai detto sei stato la parte migliore di me”.

Illustrazione a cura di © Muumma



Samantha Sebastiani

Samantha Sebastiani

Le storie non se le immagina, le vive e le sogna. Semplicemente perché essere la protagonista di una sola vita non le basta.

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