“Ma Cassandra, bella come Afrodite d’oro, salita sulla rocca di Pergamo, vide suo padre ritto sul carro, insieme all’araldo banditore; vide lui sopra i muli, composto nella bara; ruppe allora in lamenti e lanciava il grido all’intera città: ‘Venite a vedere Ettore, Troiani e Troiane, se mai godevate Di lui quand’ era vivo e tornava dalla battaglia, perchè era una grande gioia per la città e per il popolo tutto!’”

Iliade,Omero, libro XXIV vv 699-706, traduzione G.Cerri

Cassandra, sacerdotessa di Apollo

Cantami, o Diva, l’ira del Pelide Achille?

Dea, stai zitta un secondo e ascolta me, Cassandra, figlia di Priamo e di Ecuba, gemella di Eleno, sacerdotessa di Apollo. Per una volta almeno ascolta me, l’unica idiota dotata di buonsenso in mezzo all’ardore guerriero che domina questo mondo di pazzi senza pietà.

Dicono che un dio mi abbia sputato sulle labbra dopo avermi donato la profezia e per questo sono destinata a parlare senza che nessuno mi ascolti, maledetta da Apollo e dall’umana genìa dei parenti che non vedono, non riescono proprio a vedere ciò che sta lì in bella vista, sotto il loro naso.

Eppure non faccio altro che osservare i fatti e le storie interrogando il sole che sorge e gli uccelli nel cielo, e poi penso.

Rifletto attenta, seduta sulle mura dorate di Troia, vedo i movimenti di quelle formiche a due zampe che infestano le nostre spiagge di sabbia sottile e gli uliveti oltre le sponde del fiume. Sciamano e corrono, ergono tende e abbattono alberi, vanno e vengono dalle loro navi ancorate poco distante da riva, e sono tanti. Sono così tanti che non riesco nemmeno a immaginare di contarli.

Votati alla rovina per troppo orgoglio e poche orecchie, ecco chi siamo.

La più bella figlia di Priamo dovrebbe star zitta, uccello del malaugurio. La più bella figlia di Priamo dovrebbe pensare a lucidare le statue nel tempio invece di passare il suo tempo a guardare lontano. La sacerdotessa di Apollo dovrebbe essere umile e muta, senza pensieri o opinioni, che tanto nulla conosce: non è un guerriero o un re; è fuori dalle stanze in cui si discutono battaglie e le cose del regno, dunque stia zitta: la sua opinione non interessa.

Non fa altro che pronunciare parole nere e cupe di sconfitta e di morte, la bellissima e maledetta figlia di Priamo: cade per terra con la bava alla bocca, la saliva sprezzante del Dio mischiata alla sua, urla e si straccia le vesti gridando “Attenti, non vi fidate dei doni dei greci, attenti, vedo le fiamme che ci avvolgono tutti, vedo catene e dolore e vesti strappate e frecce appuntite che lacerano le carni amate”.

Chi vuole ascoltare le mie parole, chi ha il coraggio di guardare in faccia la verità e sfidare il fato, credendo che non sia tutto già scritto? Nessuno ha la forza di sfidare gli Dei guardando la realtà dritto nel viso e dicendole in faccia “Io so, ti vedo per come sei, adesso ti posso cambiare”.

Eppure, basterebbe ascoltare e guardare con gli occhi limpidi, scacciamdo dalle palpebre le ragnatele sottili del compiacimento. È così lampante!

Ma no, è più semplice continuare con il solito sguardo senza ascoltare la voce che si leva alta ed esorta: “Attenzione, così è sbagliato, questa è la strada della sventura …” chi mai ascolta la donna sulle cui labbra si è posato lo sputo sprezzante di un Dio?

Cassandra, Mary Evelyn Pickering, 1878

Sono una, sono sola, sono piccola, pazza, maledetta: non significo nulla.

Dea, credimi, ci ho provato davvero, ho tentato ancora e ancora a farmi capire e ogni volta che ho avuto ragione ho sperato. Invece no, nessuno ha voluto andare oltre alla dannazione di Apollo e pensare che, forse, potevo avere ragione.

Ho vissuto in una stanza buia fatta di muri di gente sorda, muta e cieca e ho corso battendo i pugni contro quelle pareti di corpi cercando una crepa in cui infilare le dita e far entrare la luce, parola dopo parola, ma… niente. Il muro era spesso e compatto, non sono riuscita a scalfirlo, non sono riuscita a farmi ascoltare, non li ho mai convinti, non mi hanno creduto. Sepolta sotto cumuli di “ma và”, di “stai zitta”, di “non abbiamo chiesto la tua opinione”, e poco interessava sapere che avevo, ogni volta, ragione.

Non importa, lo sai, Dea? Avete giocato ai soldatini, litigando come bimbi viziati sul nostro destino e io lo sapevo. La più bella figlia di Priamo, la sacerdotessa del malaugurio, quella che guardava il futuro e vedeva disgrazie.

Che importa adesso, Dea?

Non si può cambiare quello che è stato ma, forse, si può cambiare il presente e il domani, basterebbe ascoltare chi guarda, anche se un Dio dispettoso le ha coperto le labbra di sputo divino.
E non mi importa se quel Dio rancoroso è tuo fratello: ormai, le conseguenze le ho pagate tutte, dall’ultima alla prima. Ho pagato anche quanto non era dovuto e, dunque, non mi importa più.

Non ho mai avuto alcun dono di profezia. Conoscevo solo la verità.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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