Come un quadro di Hopper

Sembrate un quadro di Hopper. Solitudini che si sfiorano immobili, in posti che potrebbero essere ovunque. Click.

Il parcheggio sul tetto di un supermercato: file di carrelli, bidoni della spazzatura pieni di cartacce e buste di plastica rotte, mozziconi di sigarette schiacciati da passi e carrelli. Un muretto basso. Voi.

Click.

Il cielo grigio, le nuvole piene di pioggia e di freddo, una primavera che ancora non arriva. Musica. Voi.

Click.

Mi fermo a guardarvi seduta in macchina, prima di mettere in moto e andare a casa a mettere a posto la spesa di un sabato pomeriggio  di pioggia e di freddo, in una primavera che ancora non arriva.

Click.

Voi cinque, inconsapevoli dipinti di Hopper. Il rap che esce da un telefono.

Voi tre che, seduti sul muretto, attaccati come un unico corpo, cantate piano e vi muovente a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Senza guardarvi, senza parlarvi. Dondolate cantando e si vede che le parole vi portano in un piccolo altrove. Voi tre, con la frangetta lunga e i cappellini da baseball tirati indietro sul capo, le scarpe da ginnastica in pelle e i primi accenni di barba.

Voi tre, seduti sul muretto, spalla contro spalla, attaccati come se foste un unico corpo, i merli della torre di un castello.

Click.

E tu, l’unico in piedi? La frangia lunga, i capelli lisci, il maglioncino rosso. Tu balli, piegando le gambe in piccoli passi, avanti e indietro, e muovi un poco le braccia, e le labbra mimano le parole senza far uscire alcun suono. Tu, lo sciamano. Tu, senza giacca. Tu, che combatti il vento fresco di una primavera che ancora non arriva ballando dei passi che forse a te sembrano nuovi ma che mille e mille prima di te, e adesso, e domani, hanno danzato, danzano e danzeranno, sempre uguali a sé stessi.

Click.

E poi ci sei tu. Un poco discosta dalle tre torri, dallo sciamano. Tu, bionda e immobile, ferma con le mani sulle ginocchia, seduta composta, fissi un punto lontano del parcheggio triste di un supermercato, in un sabato pomeriggio grigio e freddo di una primavera che ancora non arriva.

Lontana dagli altri trenta centimetri appena. Potrebbero essere mille chilometri, o mille anni. Non muovi le labbra né il corpo. Sei ferma ed eretta, con i capelli biondi e lisci che cadono oltre le spalle giù, fino ai gomiti e ti sfiorano il viso come il quadro di qualche Madonna velata di un panno di seta dorato. Sei ferma e distante e non appartieni a quel campo di teste agitate dal ritmo.

Sembri uno scoglio immobile in un piccolo mare di onde, sembri da un’altra parte mentre fissi la vernice scrostata di un bidone dell’immondizia pieno di carta straccia, o il pavimento in cemento battuto e catrame cosparso di mozziconi di sigaretta.

Click.

E mi chiedo perché, tra tutti i posti del mondo, siate seduti sul muretto grigio di un parcheggio grigio di un supermercato di cintura, dove non c’è nulla da vedere se non auto che arrivano, carrelli che vengono e vanno, buste di plastica e muri imbiancati da poco e già sporchi.

Mi chiedo perché non parlate, perché siete persi in un rap da telefono e perché tu sia seduta in disparte incantata a fissare negli occhi il niente lì intorno, senza nemmeno sbattere le palpebre.

Click.

Dove sei, dove siete? Pensieri, sogni, i domani scaraventati sul muretto di un supermercato, proprio di fianco alla rampa d’entrata a guardare un panorama di utilitarie e intonaco, i cartelli di divieto di sosta – parcheggio riservato ai disabili, le scale in metallo che portano un piano più su. Ma non vi importa salire ancora, vanno bene il muretto scrostato e le auto,  la gente che arriva e prende un carrello per poi riportarlo e riprendersi i suoi cinquanta centesimi.

Click.

Una delle tre torri mi guarda negli occhi con un po’ di fastidio, un “Che hai da guardare?” appena accennato. Già. Che ho da guardare? Metto in moto, retromarcia e vado via. Ho la spesa da mettere via.

L’immagine di copertina rappresenta un dipinto di Edward Hopper, Gas, del 1940.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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