“L’omertà non porterebbe da nessuna parte mentre credo che la mia storia, in fondo, potrebbe aiutare tante ragazze come me. È una classica storia di bullismo, di quelle che leggi sui giornali, che senti in televisione. È capitato anche a me. C’erano dei ragazzi nella mia vecchia scuola che mi prendevano in giro per il mio aspetto fisico. Una mattina sono entrata in classe e loro ridevano, mi indicavano e mi prendevano pesantemente in giro. Troppe umiliazioni. Volevo essere bella subito”.

Carolina su “La Stampa”, 28 novembre 2017

Dal vangelo secondo Ana



Oggi non cominciamo con uno stralcio di pagina di libro, con un aforisma o con una citazione che si presti a inquadrare lo scorcio di attualità in esame; non ricorriamo alla fantasia di un romanziere, al pensiero critico di un filosofo o di un saggista. Oggi ci affidiamo alle parole di chi ha vissuto l’esperienza realmente sulla propria pelle, di chi – al nome fittizio che accompagnava il lancio di una notizia che la riguardava – ha preferito scegliere di presentarsi direttamente con il proprio nome perché il suo caso non è un caso isolato. Oggi cominciamo così, con un trafiletto di una pagina di giornale che riporta le parole di una quindicenne inciampata in una trappola durante il suo percorso di crescita, di affermazione, di transito incerto negli anni spesso difficili dell’adolescenza, del né carne né pesce che sembrano non finire mai, del non sentirsi capiti dal mondo adulto che fa cerchia. Cominciamo con le parole di Carolina che in fuga dalla trappola asfissiante del giudizio altrui, della sua presunta inadeguatezza nel confronto con il resto del mondo, del rincorrere un modello di bellezza universalmente accettato e una conformità fisica socialmente accolta, finisce per cadere in una trappola ancor più gigantesca. Trappola che come una tagliola rende immobili bloccando il pensiero in un senso unico autolesionista, proietta in quella rincorsa di perfezione incarnata da Ana la dea del nulla e del presunto controllo del sé, lascia affondare in sabbie mobili che divorano col non mangiar nulla o poco più. Trappola che si chiama in questo caso anoressia nervosa, non tanto diversa da quella della  bulimia e che  insieme costituiscono il vasto capitolo dei DAPDisturbi Alimentari Psicogeni – caratterizzati dal rifiuto del cibo e paura ossessiva di ingrassare che possono sfociare in malnutrizione, inedia, amenorrea,  emaciazione.

Un trafiletto, un mucchietto di parole a disegnare la punta di un iceberg che scendendo inghiotte la storia personale di Carolina e le storie personali di oltre tre milioni di individui per lo più adolescenti, ma non solo, per lo più di genere femminile, ma non solo. Oltre tre milioni, ognuno con le proprie motivazioni alla base ma con un unico risultato finale al termine della voragine che li ha risucchiati: quello della trasparenza della pelle, dei vasi sanguigni in rilievo, dei muscoli e dei tendini assottigliati come corde di violino, delle ossa che premono per uscire dalla diafanità dei corpi, degli occhi che sembrano grandi il doppio.

Un trafiletto che, periodicamente, porta alla ribalta della cronaca un problema che conta oltre 8.500 nuovi casi all’anno e che, pur passando a volte inosservato, costituisce la prima causa di morte nei giovani tra i 12 e 25 anni, subito dopo gli incidenti stradali.

Carolina, con la precarietà dei suoi anni, e sua madre, con la denuncia alle autorità competenti, hanno sollevato il coperchio su un dramma fatto di siti, di blog, di Social, di account, di chat, di una ragnatela in espansione, spesso strappata e ricostruita più in là, un po’ più mascherata ma non così difficile da trovare, votata all’esaltazione di un modo di vivere, di un rapportarsi con sé stessi, quasi una filosofia, una religione alla quale affidarsi in toto, fedeli fin che non si raggiunge l’obiettivo imposto e inteso come l’unica ragione di esistere: la rete Pro Ana e quei suoi dogmi e diktat per riuscire a sopravvivere con una dieta da 500 calorie al giorno utilizzando pasti alternativi, ricette micidiali, lassativi e vomitando il cibo ingerito. Vere e proprie istruzioni per l’uso, tutto compreso, insieme ai trucchi e alle astuzie per non essere sgamati da chi sta attorno e con le gratificazioni o punizioni a seconda del risultato giornaliero ottenuto; veri e propri comandamenti presi a riferimento perché in quel momento si è psicologicamente deboli, non si trovano o non si vogliono trovare altri punti di riferimento validi, perché si è acerbi dentro, perché non ci si vuol sentire soli in quel delirio e la condivisione di consigli e foto sono uno sprone a proseguire in quell’intento e aiuta a superare i momenti più complicati, perché, anche se le condotte alimentari suggerite sono rischiose, in quel momento di esasperazione verso sé stessi e gli altri, in quella totale fragilità, in quella cameretta chiusa a chiave e “tutto il mondo fuori”, fuori e contro, si tende a considerare l’informazione Internet, e derivati,  come vera a prescindere.

La denuncia ha consentito la chiusura del sito gestito da una diciannovenne di Porto Recanati affetta dagli stessi disturbi nel comportamento alimentare delle sue iscritte e per la quale, invece, è scattata la denuncia per induzione al suicidio e lesioni gravissime non esistendo il reato di istigazione all’anoressia pur essendo ferma in Parlamento una proposta di legge al riguardo. Chiudere un sito e il nulla di fatto, corrono, per la verità, in parallelo dal momento che, solo in Italia, i siti Pro Ana e Pro Mia censiti sono oltre 300mila e l’evoluzione dai forumfree alle chat su Whatsapp o Facebook rappresentano, ormai, una piaga incontenibile e incontrollabile sulla quale, per ora, mancano strategie di intervento efficaci.

Non vogliamo dare la caccia alle streghe: l’anoressia e/o la bulimia non sono nate con Internet e sulla Rete ma sono presenti nella casistica medica già a partire dall’800 e si deve al medico William Gull, nel 1873,  l’elaborazione del termine – che poi si sarebbe universalmente affermato – di “anoressia nervosa” e, a partire dagli anni ‘60, si riafferma la natura psicologica dei disturbi legati all’alimentazione iscrivendoli come il risultato di “un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita” approdando poi negli anni ‘80 come malessere psicologico legato al consumismo e all’affermazione e realizzazione personale, allorquando “un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico” e l’anoressia, con il suo rifiuto del cibo, sembrava, da una parte, non più una negazione del sé ma appariva più come un tentativo di affermazione conclamata e attuata mediante il controllo degli alimenti introdotti e dell’aspetto fisico. Il concetto di moderna anoressia nervosa, del DAP, nasce lì ed ancora oggi è legata alla particolare sensibilità individuale al giudizio altrui, ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni imposte dalla vita sociale, il ruolo della bellezza fisica come biglietto di presentazione, il timore di essere socialmente invisibili, il timore di non affermarsi, la convinzione di essere mal adatti e distorti rispetto agli altri nelle dinamiche familiari, nei rapporti di coppia o amicali e, come conseguenza, il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sotto peso. La vera differenza è che oggi se ne parla di più, con meno reticenza, si parla e si cerca il confronto di esperienze, si parla e ci si sostiene, osso contro osso, clic su clic come forme di risposta a un mondo che viene percepito solo come immagini in entrata e con un rimando di specchio che non appaga mai, sempre in cerca di un segno “meno” sulla bilancia elevata a dea e speranza di essere altro.

Nessuna malattia o disturbo patologico si è raccontato, e continua a raccontarsi, attraverso immagini e parole come l’anoressia e/o la bulimia. Il Web sicuramente  ha favorito la diffusione di queste immagini e parole ma, a monte, c’è quel ciecamente affidarsi che, di fatto, appare già come il primo sintomo negativo di personalità: cercare, credere e fermarsi lì; non cercare alternative più corrispondenti alla necessità del momento; fare del mal comune non più un gaudio tradizionale ma un ingresso in una chat di anonimi interlocutori in viaggio verso la trasparenza dei 35 Kg che segnano il fine ultimo del viaggio stesso nell’abisso.

Si entra in chat dopo aver superato un test e si accede a comandamenti, a regole, a imperativi travestiti da buoni consigli, a conteggi pieno-vuoto, a tabelle caloriche, a una serie di atteggiamenti e di scuse, di bugie, di sotterfugi innalzati al rango di verità sacrosante da propinare a sé stessi e agli altri.

“Se non sei magra, non sei attraente” è il primo comandamento cui seguono gli altri. “Essere magri è più importante che essere sani. Compra dei vestiti, prendi lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra. Non puoi mangiare senza sentirti colpevole. Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo. Devi contare le calorie e ridurne l’assunzione di conseguenza. Quello che dice la bilancia è la cosa più importante. Perdere peso è bene, guadagnare peso è male. Non sarai mai troppo magra. Essere magri e non mangiare sono simbolo di forza di volontà e autocontrollo”.

È un mondo di parole assurde dove non mancano i consigli per raggiungere quanto prima il senso di sazietà introducendo  quasi niente nello stomaco e bruciando calorie a suon di aerobica, pugni nello stomaco, denti lavati ripetutamente e che non devono essere sporcati. E se non si resiste e si mangia qualcosa in più di quel poco? In soccorso non mancano i correttivi: dall’autopunizione facendo schioccare sulla pelle un elastico tenuto al polso come fosse un braccialetto al vomito liberatorio provocato e che già si è imparato ad esercitare, quasi giornalmente, in modo silenzioso e pulito perché nessuno che sia fuori o entri dopo in bagno possa accorgersene oppure guardare una propria fotografia in costume da bagno e chiedersi se si vuole ancora essere così. Se si è a tavola con altri o in famiglia basta trovare delle scuse: dall’aver mangiato già troppo prima a una indisposizione momentanea, dall’invito all’ultimo momento per andare a cena fuori all’improvvisa avversione per una determinata pietanza e scelta di qualcosa di meno calorico da fare a pezzettini e ogni pezzettino masticato e rimasticato a lungo per ingannare il proprio centro di sazietà e gli  occhi degli altri, e avanti tutta che di scuse se ne trovano a bizzeffe perché dire quintali, in questo contesto, non si può. Con tutti, mai parlare del proprio peso o di diete, come se l’aspetto fisico, in termini di chilogrammi, fosse l’ultimo dei propri pensieri e con indifferenza ingoiare acqua a tutto spiano che dilata e riempie ed entrare spesso in cucina così da dare l’idea, a chi è presente,  che si è spizzicato tutto il giorno e poi, certo, a cena, che fame si può avere?

Un mondo di immagini da ogni dove con cui confrontare l’immagine riflessa dal proprio specchio. L’immagine di ritorno dalla lamina argentea, in questo caso, non piace mai. Non ci si vede con lucidità ma sempre troppo grasse anche quando ci si può contare le costole e la colonna vertebrale comincia ad avere qualche cedimento per mancanza di sostegno adeguato. Sì è sempre troppo distanti dai modelli preconfezionati dalla moda, anche quando questa si fa polemica per l’utilizzo di modelle magrissime o istiga a suon di passerelle con “cerca il tuo corpo perfetto”, dal tam tam dell’apparire, anche quando si è già arrivate alla taglia 38 e la cintura che si indossava prima è diventata talmente larga da sembrare un hula hoop. Un mondo fatto  di foto da inviare in chat per un nuovo giudizio che si spera gratifichi gli sforzi fatti, minuto su minuto, nello stento dell’inedia.

Un mondo di immagini, parole, polemiche nella cartellonista della Campagna contro l’anoressia di Oliviero Toscani del 2007 con i 31 chili di ossa di , scelta come modella, a tappezzare manifesti pubblicitari. Una foto che non lascia spazio  a  libere interpretazioni e alla quale la modella aveva fatto eco con una dichiarazione che merita rispetto: “Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere d’aiuto a chi è caduto nella trappola da cui io sto cercando di uscire”. Non ne è uscita; è morta nel 2010 a soli 28 anni.

Una provocazione quella di Toscani ma soprattutto un allarme su una tragedia contemporanea: “Io ho fatto come sempre un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo”.

Chi non vuole vedere, può sempre accomodare gli occhi da un’altra parte.

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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