Decibel

A Napoli non si parla, a Napoli si urla. E quando chiedi a un napoletano di abbassare il tono della voce, lui è sempre pronto a rispondere: «Non sto urlando, è la mia voce che è alta».

Purtroppo il napoletano ha ragione, lui urla senza volerlo. Del resto, se sei sempre vissuto in un posto dove tutti urlano, è normale che anche tu impari a parlare a voce alta. Non è maleducazione, è istinto di sopravvivenza.

Un’altra caratteristica del napoletano che favorisce questo meschino inquinamento acustico è l’assoluta mancanza di riservatezza. Al napoletano che parla in pubblico, piace condividere i suoi problemi con gli altri. Non ha paura del giudizio degli altri, anzi, cerca consensi coinvolgendo tutti i presenti nel suo ragionamento.

Con l’arrivo dei telefonini la situazione c’è letteralmente sfuggita di mano e la paura di essere in una zona con poca copertura ha obbligato tutti ad alzare il tono della voce.

Il napoletano, che ha sempre avuto un approccio timoroso con le novità tecnologiche, in poco tempo ha trasformato un oggetto per la comunicazione nel sogno che ha sempre segretamente cullato: parlare in un microfono.

Il napoletano, ovunque si trovi, impugna il cellulare come un tenore davanti al suo microfono, e dopo aver comunicato al suo interlocutore dove si trova, inizia il suo show.

«Sono in metropolitana. Mi stanno sentendo tutti» è la presentazione che usa l’urlatrice seriale che siede di fronte a me, e, per rendere tutti veramente partecipi, aggiunge: «Ah, tu sei in auto?» pausa, «Sei in ritardo perché c’è la tangenziale bloccata?» pausa, «Ah, senti le ambulanze?» pausa, «Ah, credi che ci sia stato un incidente?» pausa, «Ah, ok, esci al Vomero?» pausa, «Anche secondo me è meglio». Tutte le mattine la signora ci delizia con questa telefonata al marito.

«E’ inutile che esce al Vomero» s’intromette un’altra urlatrice seduta nella fila dietro di noi. «Anche mio marito è uscito là ma ha trovato traffico».

«E’ inutile che esci al Vomero. Ah, hai sentito?» urla la mia dirimpettaia.

«Fatelo uscire a Capodimonte» è l’urlo che arriva dall’altro lato della carrozza.

«Esci a… ah, hai sentito?» dice la mia vicina. Ormai il livello di decibel raggiunto nel vagone è talmente alto, che il suo interlocutore, riesce a sentire tutto quello che diciamo qui dentro. «Ah, si è messo pure a piovere a dirotto? No, qui non piove».

«Ho lasciato i panni stesi» mi urla la vecchia seduta al mio fianco. Con l’età e la conseguente perdita dell’udito, il tono della voce dei napoletani raggiunge livelli insopportabili ai timpani non allenati a queste frequenze.

«Non c’è qualcuno che glieli può tirare dentro?» le rispondo gentilmente richiudendo il mio libro che mi ostino a portarmi dietro ogni giorno.

«Voi non siete di Napoli?» mi chiede l’anziana signora.

«Sì, sono di Napoli».

«E perché parlate a bassa voce? Io sono anziana e non ci sento bene».

«Ha detto: non c’è nessuno a casa che può togliere i panni da fuori?» urla come se stesse allo stadio, il ragazzo che siede di fronte alla vecchietta.

«No. Non c’è nessuno a casa. Io abito a Capodimonte e sembra che li stia piovendo a dirotto» dice l’anziana indicando con gli occhi la signora di fronte a me.

«Hai sentito? La signora ha i panni stesi» urla la mia dirimpettaia per paura di essere sovrastata dalle nostre voci. Ormai il telefono lo tiene davanti a lei, parallelo al pavimento, perché il napoletano quando parla, o meglio urla, ha bisogno di avere qualcuno di fronte.

«Potrebbe passare il marito della signora» azzardo una battuta infelice.

«Il signore ha detto… ah era una battuta?» urla la signora guardandomi con odio. Lei telefona al marito tutti i giorni ma, non avendo nulla di così importante da dirgli, gli racconta le nostre faccende personali. Ora è in piedi e ci guarda con aria di sfida,  come se fossimo la giuria di Xfactor.

«Non potrebbe andarci comunque» urla il giovanotto «non ha le chiavi».

«Le chiavi sono dalla mia vicina» risponde la vecchietta.

«Allora potrebbe chiederlo a lei» rispondo io e mi accorgo che sto urlando anch’io. Provateci voi a parlare sotto voce in questo pollaio.

«Quella ha 92 anni, mica posso chiederle di uscire sul balcone con questo tempo».

«Hai sentito? La vicina ha le chiavi ma è ancora più vecchia» interviene l’inviato speciale che ho di fronte, «Non lo so… signora, scusate, mio marito vuol sapere quanti anni avete».

«Non si chiede l’età a una signora» pronuncio pentendomene immediatamente.

«Si, è lo spiritoso di fronte a me» risponde seccata l’urlatrice, «adesso cambio posto perché questi parlano a voce alta e non mi fanno sentire niente».


Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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