Fame di riso, fame di lui

 Il racconto-ricetta vincitore di Ricettacolo – La Lussuria

di Carlotta Moscardi

Devo essere pazza.

Ne sono convinta, ma non mi fermo. Ho così fame, nello stomaco e nell’anima, e sono stanca. Stanca della solitudine e della compassione degli altri, stanca che da giorni mi dicano che peccato che la mia storia sia finita dopo tanto tempo, stanca del modo in cui mi guardano, come fossi una sopravvissuta di un disastro naturale. Non voglio essere compatita per aver lasciato andare quella storia di gelo e silenzi, quella storia dove c’erano soltanto due estranei nella stessa casa, che si incontravano e non sapevano cosa dirsi.

Per questo i piedi mi hanno portata qui. Sono stanca e ho fame. Suono il campanello. Lui apre la porta e mi guarda stupito. Dura un attimo però, poi il suo sguardo mi percorre come ha fatto negli ultimi giorni e mi scava dentro, lasciandomi solchi di fuoco.

«Non pensavo di vederti stasera», dice tranquillo, con la sua voce profonda.

«Pensavo di invitarti a cena, ti va?», rispondo, senza più dubbi, paure, ansie. Stasera non mi importa niente di niente.

«Ancora meglio, cucino io per te», e si fa da parte per lasciarmi entrare. Sì, è meglio, ha ragione. Passo accanto a lui e sento l’odore della sua pelle, come ogni mattina in ufficio, e la mia salivazione aumenta. Poi lo seguo in cucina e lo osservo senza che possa vedermi. Indossa soltanto una maglietta grigia ed un paio di jeans, che mi permettono di scorgere la solidità del suo corpo fra i movimenti morbidi del tessuto e di sentire un brivido che mi scende giù per la schiena.

Nel frattempo stappa una bottiglia e versa del vino rosso in due calici, me ne porge uno e poi li facciamo tintinnare l’uno contro l’altro. Non mi sfiora nemmeno per un istante, ma non ne ha bisogno. Lo so io e lo sa lui.

«Improvvisiamo, ti va?», mi chiede aprendo il frigo, con un sorriso sghembo che gli illumina il viso, l’espressione a metà fra un predatore e un monello. Gli rispondo con lo stesso sorriso e bevo un sorso di vino, che mi scalda subito come un fuoco, poi mi siedo sullo sgabello al bancone dell’isola, di fronte ai fornelli. Compie una rapida scelta e tira fuori qualche ingrediente, una padella, un coltello e un tagliere. Per prima cosa, trita un piccolo scalogno, con mani svelte ed esperte. Mi mordo un labbro pensando a quelle mani così rapide ed attente. Se ne accorge e un sorriso gli sfiora gli occhi mentre taglia a cubetti alcune fette spesse di pancetta affumicata, ad occhio meno di un etto.

Disegna una C in padella con l’olio di oliva, mette i due ingredienti a rosolare, e mi guarda ancora. Stavolta non per captare il mio sguardo, ma per sfiorarmi la pelle con quegli occhi neri, come una carezza che mi scalda dove mi tocca.
Poi si volta e interrompe il contatto per prendere del riso, ne dosa centosessanta grammi, e lo versa in padella non appena gli ingredienti sono rosolati. Lo fa tostare rigirandolo col mestolo, ed è lui stavolta a mordersi il labbro. Chissà se quella bocca morbida e carnosa ha il sapore del vino in questo momento, o se ne ha un altro tutto suo. Come leggendomi nella mente, beve un sorso, si lecca una goccia dal labbro superiore, poi versa in padella mezzo bicchiere del rosso che stiamo bevendo, e lo lascia sfumare a fiamma vivace.

Lo stesso calore che avvolge il riso avvolge me, lo sento che mi sale dal centro del corpo fino al viso. Ma non mi muovo, bevo e gli sorrido. Mi osserva per un lungo istante, inspirando lentamente, forse soppesando le sue mosse. Alla fine si volta, apre il frigo e prende un pentolino che mette sul fuoco a scaldare. Sono troppo occupata a osservare le sue spalle larghe e il modo in cui si muovono, per cui registro con un attimo di ritardo che si tratta di circa mezzo litro di brodo vegetale, e che ne ha versato un mestolo nel riso, non appena il vino aveva finito di sfumare.

Poi prende di nuovo il coltello e inizia a tagliare a striscioline mezzo cesto di radicchio di Chioggia, forse duecento grammi. Lo fa con gesti lenti e misurati, ma vedo i muscoli ed i tendini del suo avambraccio tendersi e rilassarsi e percepisco la forza di quelle braccia. Mi chiedo come siano quando ti stringono a sé, o quando ti trattengono, o quando ti sollevano. E mi ritrovo a espirare lentamente per riuscire a mantenere il respiro ad un ritmo regolare.

Inconsciamente, fa la stessa cosa anche lui lanciandomi uno sguardo. Rimaniamo un attimo così, mentre aggiunge un altro mestolo di brodo e poco dopo, raggiunta la metà cottura, mette in padella anche metà del radicchio. Sospesi in un attimo di attesa, mentre la tensione fra noi si tende. Quando si romperà? Io ho fame. Ho fame sia di quel risotto, che inizia a spargere nell’aria un profumino incredibile, sia di lui. Del suo corpo, del suo odore, del suo calore, della sua pelle. Quale fame prevarrà sull’altra?

Quando il riso è quasi cotto, mette quel che resta del radicchio, lo amalgama un minuto e si passa le mani addosso. Forse vuole solo asciugarle, ma io vedo soltanto la maglietta e i jeans che si muovono per aderire al corpo, e un’altra ondata di calore mi avvolge, stavolta in senso inverso, dall’alto verso il basso.

Alla fine aggiusta di sale, pepe e getta una manciata di parmigiano e manteca il risotto, facendogli fare l’onda con una manualità che mi fa chiedere ancora in quali altri campi sia così bravo. Quando spegne il fornello, alza lo sguardo su di me e vedo due occhi neri e cupi, accesi della stessa fame che sento io, quella che parla di sospiri, contatto, pelle e calore. E la tensione si spezza. So quale fame ha vinto. Mi alzo, aggiro l’isola della cucina, mi avvicino a lui, lo afferrò per la maglietta e incollo le mie labbra alle sue.

Quel risotto sarebbe stato celestiale mangiato un minuto dopo, caldo e avvolgente, ma posso assicurarvi che è stato incredibilmente buono anche a tarda sera, seduti sul tappeto, quando ormai ogni altra fame era stata saziata.


VINCITORE

Carlotta Moscardi

TITOLO 

Fame di riso, fame di lui


La motivazione della Giuria è la seguente:

Il collega d’ufficio, l’uomo che cucina, il riscatto da una storia di «gelo e silenzi»: i veri ingredienti di una ricetta di lussuria sussurrata, di lussuria femminile, dal momento che l’uomo viene chiamato predatore e monello solo perché ha raccolto la sfida lanciata sfacciatamente dalla donna. La delicatezza della passione non contrasta nemmeno con il piatto cucinato, un risotto al radicchio che, in fondo, è definito una scelta improvvisata. E il piatto diventa un buon pretesto, un collante ben architettato, perché i veri protagonisti sono i rapporti umani, andati e acquisiti, sono le metafore, le idee che corrono fra le righe.


 Biografia dell’Autore in un Tweet:

Nata a Firenze 27 anni fa, lavora con i bambini. Ama leggere e scrivere, oltre che il cinema, le serie tv, l’arte e il teatro.

Chef Massimo Borgognoni

Chef Massimo Borgognoni

Ha scoperto che la cucina è chimica quando era ragazzino, non ha mai più smesso di sperimentare e scomporre la tradizione

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