«Questo libro avrebbe giustificato l’idea che la lingua dei semplici sia portatrice di qualche saggezza. Questo occorreva impedire, questo io ho fatto. Tu dici che io sono il diavolo: non è vero. Io sono la mano di Dio». «La mano di Dio crea, non nasconde». «Ci sono confini al di là dei quali non è permesso andare. Dio ha voluto che su certe carte fosse scritto: hic sunt leones». «Dio ha creato anche i mostri. Anche te. E di tutto vuole che si parli». Jorge allungò le mani tremule e trasse a sé il libro. Lo teneva aperto ma capovolto, in modo che Guglielmo continuasse a vederlo per il verso giusto. «Allora perché», disse, «ha lasciato che questo testo andasse perduto lungo il corso dei secoli, e se ne salvasse solo una copia, che la copia di quella copia, finita chissà dove, rimanesse seppellita per anni nelle mani di un infedele che non conosceva il greco, e poi giacesse abbandonata nel chiuso di una vecchia biblioteca dove io, non tu, io fui chiamato dalla provvidenza a trovarla, e a portarla con me, e a nasconderla per altri anni ancora?».

Umberto Eco – Il nome della Rosa

Felice notte, venerabile Jorge

Se ci fosse un altro verbo altrettanto perfetto, rotondo e pieno non dubitate, non avrei certo paura di usarlo. Non mostro al mondo quella falsa modestia ancor più riprovevole della superbia, non ha senso negare che io, rispetto a voi tutti, assurgo.

Fratelli, sapete bene che non pretendo, non mi innalzo, non mi elevo. Eppure io assurgo, ascendo tra voi in saggezza, e dico questo con l’umiltà della regola, mentre le guance si gonfiano e la lingua rotea nella mia bocca con la stessa voluttà estatica di quando assaporo il Corpo di Cristo.

Ebbene è vero, in qualche modo misterioso e sacro, la mia mente si innalza per lodare e osservare d’appresso la Grazia di Dio e in quei momenti voi sapete che sono lassù, in un luogo diverso da questa terra empia.

Tre sillabe sole per spiegare di me: assurgo. Io, erudito custode della Verità, cinico ponte tra i mondi, dispensatore e  guardiano della conoscenza divina a cavallo tra le epoche e i tempi.

Io so, ho letto e studiato, e ora interpreto i segni con i miei occhi bianchi.

Io, magro ed emaciato, legno secco mangiato dai tarli, mi muovo come una libellula dai mille occhi tra queste scale e stanze, tra corridoi angusti e nicchie di pietra e di pelle di pecora concia.

Io so, ho letto, io ho visto e capito.

Assurgo umile, ultimo tra gli ultimi. E sono io che dispenso e decido la volontà di Nostro Signore. Custode delle vostre coscienze, guardiano dei libri e della conoscenza, so quello che voi non sapete. Perciò ve lo nego, io posso farlo e l’ho fatto per tutti questi anni.

Conosco e so, ho visto con questi occhi, quando ancora brillavano, neri come la più scura delle ombre, tutta la sapienza dell’Uomo e la sapienza infinita di Dio fondersi tra le dita di ragazzi pallidi e pazienti che copiavano e copiavano, e copiavano ancora, lettera dopo lettera, la parola sacra del nostro Creatore così come la menzogna più oscura del demonio.

Ho visto le bestemmie incise nelle pergamene, ho visto il paradiso nell’inchiostro vergato con tratto preciso nelle notti d’inverno alla luce di torce ingrassate, che fanno tossire e lasciano baffi di fumo nero che imbrattano  le volte  più alte del soffitto dello scriptorium.

Le ho viste, ho visto le anime deboli e povere, ho visto la sete di conoscenza prosciugare finanche i più forti, li ho visti perdersi nei corridoi contorti e infossati nella pietra per cercare quella scintilla di Verità che vada oltre, più oltre, un passo ancora, uno più avanti. E inciampare. E cadere.

Perché tutto quello che doveva essere rivelato è già colato dalle labbra di Dio, nella sua immensa sapienza, il resto è finzione maligna, è un nulla impaziente di corrompere e le menti e le anime deboli e umane che soccombono, e ridono e amano, e cercano l’oltre, quando l’oltre non c’è. C’è solo la parola di Dio, e ci sono io, il suo Custode. Il resto, non è degno di occhi umani. Il resto è solo pericolo e dannazione eterna.

Non c’è nulla in più da sapere e scoprire: lo ha già detto Nostro Signore, non tentate di andare dove non c’è niente, se non il peccato più nero. Perché io lo so, percepisco chiaramente, come l’ululato del lupo nella notte, la vostra voglia immonda di leggere ciò che è proibito, perché voi siete empi e superbi.

Nulla che non sia disceso dall’alito di Dio è degno di conoscenza. E lo so, io lo so e voi no, anime pronte alla corruzione, alla cupidigia, pronte a discutere ciò che non può essere discusso. Io sono la mano di Dio, ultimo baluardo contro il demonio, io sono la roccia cieca che argina la sapienza ruspante ed empia dei semplici.

Da umile servo proteggo le vostre anime scialbe e colme di presunzione dai pericoli del troppo sapere: so io, al vostro posto, e tanto vi basti. So tutto quello che c’è da sapere  non c’è nulla, oltre il confine dei codici sacri.

Nascondo e custodisco, decido vita e morte con questi occhi ciechi, sento i bisbigli pesanti della vostra voglia impura di provare, leggere, sperimentare, toccare, vivere al di fuori delle leggi dettate da Dio. Vi salvo, mentre vi uccido con la vostra stessa bramosìa.

Io assurgo.

L’immagine di copertina è tratta dal film Il nome della rosa, Annaud, 1986

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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