Ho perso l’autobus

Ho perso l’ultimo autobus. Ho visto i fari andare via, sparire a destra all’incrocio, accompagnati dal brusio della marcia e dall’odore oleoso del tubo di scappamento.

Ho visto l’ultimo autobus andarsene e ho cercato di fermarlo correndogli dietro e gridando fermati! un attimo! per favore, aspettami… aspetta…

Nessuno mi ha aspettato. Nessuno mi aspetta, tanto c’è l’autobus, ciao ci vediamo domani. Mi sono appoggiata sulle ginocchia ansimando, in mezzo alla strada deserta, con i capelli impastati di caldo e puzza di fritto del pub. Una birra e le olive ascolane al tavolo sei, corri. Con il caldo che fa in queste stupide notti di luglio.

Sono rimasta lì, chinata sulle ginocchia, chinata come un patibolo in attesa del condannato da impiccare al sorgere del sole, in mezzo a una strada deserta e affranta. Sola in mezzo al vuoto di una notte afosa d’estate.

Non si muove niente, nemmeno le stelle. È tutto fermo: solo le spalle si muovono a ritmo con il respiro. Ho corso, sono stanca, ho perso l’autobus, è notte fonda.

Io non ho idea di quanto tempo sono rimasta in mezzo alla strada a riprendere fiato, bestemmiare, darmi della stupida perché lo so, davvero, quello è l’ultimo autobus e se lo perdo non so come tornare a casa, la notte dopo il lavoro: non ho nessuno da chiamare, nessuno che mi aspetti, nessuno che si preoccupi se non mi vede arrivare.

Non ci sono altri modi, se non camminare: un passo dopo l’altro, fino all’altro capo della città. Non posso certo permettermi un taxi.

Un passo dopo l’altro tra il buio e i lampioni, le saracinesche chiuse e le finestre con le tapparelle serrate. Un passo dopo l’altro, un paio d’ore rubate al sonno in una stupida, calda notte di luglio.

Come sarebbe a dire, come ero vestita?

Normale, ero vestita normale: canotta, pantaloncini, scarpe da ginnastica, lo zainetto sulla spalla.

Sto sul marciapiede e cammino senza guardarmi intorno. Gli occhi fissi verso il prossimo lampione, conto i passi, uno dopo l’altro. Come Pollicino, ma i miei sassolini sono le fermate del bus. Un passo, un altro, una macchina ogni tanto che si avvicina e si allontana senza rallentare. Ogni auto che si allontana, un sospiro. Di periferia in periferia, la strada è lunga.

Come sarebbe a dire, se ero truccata? Secondo lei, dopo 6 ore di lavoro in un pub caldo e stagnante, pieno di gente, correndo avanti e indietro dalla cucina al bancone ai tavoli, il trucco tiene?

Un angolo dopo l’altro, svolta poi dritto. Cammina, non ti fermare, asciuga il sudore e continua a camminare senza guardarti intorno. È notte, un passo poi l’altro in silenzio, senza neanche la compagnia del rumore dei passi: solo il sommesso cigolio delle suole di gomma sul catrame del marciapiede. Cammino e canticchio piano perché non ci sono gli autobus, i semafori lampeggiano gialli e in giro non c’è nessuno. Canticchio e cammino per non sentirti l’ultima guerriera viva e sfigata in un mondo di figuranti addormentati tra lenzuola di cotone tutte sudate.

Cammino e non guardo niente se non quello che c’è davanti a me. Cammino e non volto la testa a controllare se qualcosa o qualcuno sta acquattato negli angoli bui, nelle strade laterali che danno sul corso.

Come sarebbe a dire se ho dei tatuaggi?

Certo che ne ho, si vedono, no? Chi non ne ha, ma che c’entra?

È come quando mia nonna mi raccontava le fiabe, quando leggeva e cammina, cammina… da qualche parte deve esserci una chiesa: la campana batte le tre. Sono stanca, ho sonno, tanta strada ancora da fare e i piedi iniziano a farmi male. Ho sete, la bottiglietta d’acqua nello zainetto è vuota. Ma non posso fermarmi, ho tanta strada da fare. E allora cammino, ormai mi sento un robot: non ho  più le ginocchia, ma degli ingranaggi che vanno in automatico.

Guardo avanti, avanti, avanti, avanti, av…

C’è un parco più in là, di fronte a me. E voci, e mozziconi di sigaretta che si accendono e brillano al buio come le lucciole che danzano in un bosco. E poi c’è silenzio. Cammino senza guardare niente e nessuno, con lo sguardo fisso in avanti.

Rigida, veloce, non so se mettermi a correre ma no, forse è meglio ignorare le voci spente e le luci rosse delle punte di sigaretta. Ignora le ombre e cammina.

Come sarebbe a dire se ho sorriso? Certo che no, a chi avrei potuto sorridere? Ho tirato dritto senza dire una parola.

Qualcosa mi sta seguendo, sento il silenzio che si fa pesante e mi segue. Non lo so quante gambe mi vengono dietro, hanno le scarpe con la suola di gomma, non fanno rumore sul catrame accaldato del marciapiede. Accelero il passo, fa caldo, sono stanca e accelero ancora ma non devo correre, non mi sembra il caso, ho ancora tanta strada da fare.

Parlano, chiamano ma non rispondo, non sento, non mi ricordo. Non voglio sapere cosa dicono a me, di me, sul mio culo e le tette, sui capelli e le spalle, non voglio ricordare i nomi e i richiami, i dove vai bella mentre cammino senza voltarmi. Lo capiranno, se ne andranno via. Ho tanta strada da fare.

Come sarebbe a dire se li ho incoraggiati? Ma come potevo, ma chi pensa che sia? Certo che no, volevo solo scappare, volevo solo andarmene a casa, nel mio letto, ad accarezzare il mio gatto che aspetta davanti alla porta.

Strattonano, tirano, mi hanno bloccata, stringono un braccio, fa male, non tirare! Non so quanti sono, lo giuro, ho chiuso gli occhi, ho provato a gridare, a picchiare, a scalciare ma erano tanti, troppi, due o tre, forse quattro non so avevo gli occhi chiusi, stretti, sbarrati come le porte che mi circondavano, come le tapparelle delle case dove la gente sta dormendo nelle lenzuola di cotone tutte appiccicose e non si accorge di me.

Prendete i miei soldi, sono nello zaino. Ecco cosa avrei voluto dire, se non mi avessero tappato la bocca con una mano. Prendete i miei soldi e lasciatemi in pace, voglio andare a casa, voglio mia mamma, lasciatemi stare.

Ma non possoo parlare, non glielo posso dire mentre mi spingono da qualche parte, in un angolo buio, non so davvero, e mi tirano giù, per terra, ridendo e sbavando, ridendo e strappandomi tutto di dosso.

Come sarebbe a dire se portavo le mutande? Ma che domanda sarebbe? Lei le porta, le mutande?

Il catrame gratta e mi sbuccia la pelle, la schiena, le chiappe. Mi tengono per le braccia, mi tappano gli occhi e la bocca con quelle manacce ruvide che puzzano di birra e tabacco. Mi allargano le cosce di forza.

Mi…

Come sarebbe a dire, se mi è piaciuto? Ci vuol provare lei, a farsi mettere dentro quello che hanno messo dentro a me, come lo hanno messo dentro a me? Ci vuole provare e poi dirmi se le è piaciuto?

Mi lasciano lì, in un angolo, come un mucchietto di spazzatura. Nuda, ferita, umiliata, con le gambe larghe, i lividi in faccia, sulle braccia, sulle cosce, senza mutande, con i jeans e la maglietta strappati. Non trovo una scarpa.

Mi alzo. Ho tanta strada da fare, un passo dopo l’altro, anche se fa male tutto e sanguino e piango ed è buio anche se è meno buio di prima: tra un po’, non so quando e non so nemmeno perché, forse sorgerà il sole da qualche cazzo di parte, in questa cazzo di città.

Cammino, finché sento un rumore e un uomo che corre e si ferma e mi guarda. Ha una tuta gialla e i guanti, mi chiede chi sono e che mi è successo, mi dà un sorso d’acqua da una bottiglietta, poi prende il telefono e chiama qualcuno.

Il telefono, come quello che ho nello zaino. Dov’è il mio zaino?

Grazie, signor spazzino, signor infermiere, signora dottoressa. Dov’è la mia scarpa? E il gatto? E lo zaino?

Grazie.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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