Mi riebbi che qualcuno mi bagnava il volto. Era frate Guglielmo, che recava un lume, e mi aveva messo qualcosa sotto il capo. «Cosa è successo, Adso», mi chiese, «che giri di notte a rubar frattaglie in cucina?». In breve, Guglielmo si era svegliato, mi aveva cercato non so più per quale ragione, non trovandomi aveva sospettato che fossi andato a far qualche bravata in biblioteca. Avvicinandosi all'Edificio dalla parte della cucina, aveva visto un'ombra che usciva dalla porta verso l'orto (era la ragazza che si stava allontanando, forse perché aveva udito qualcuno che si appressava). Aveva cercato di capire chi fosse e di seguirla, ma essa (ovvero quella che per lui era un'ombra) si era allontanata verso il muro di cinta e poi era scomparsa. Allora Guglielmo - dopo un'esplorazione nei dintorni - era entrato nella cucina e lì mi aveva trovato svenuto. Quando gli accennai, ancora terrorizzato, all'involto col cuore, farfugliando di un nuovo delitto, si mise a ridere: «Adso, ma quale uomo avrebbe un cuore così grosso? È un cuore di vacca, o di bue, hanno giusto ammazzato un animale quest'oggi! Piuttosto, come si trova tra le tue mani?».

Umberto Eco, Il nome della rosa

Per un cuore di vacca

Un porco in cambio di un cuore di vacca.

La fame fa schifo, la fame è difficile e dura e allora… un porco in cambio di un cuore di vacca.

Puzza e mi sbava addosso. È unto e grasso, ha i denti neri e devo lavorarlo un bel po’ perché gli funzioni l’arnese. Puzza tutto, ma questo è l’accordo: un porco in cambio di un cuore di vacca. Tutto qui.

Gli unici a divertirsi sono il porco, i pidocchi e le piattole che fanno festa anche loro. Io no, a me fanno schifo il sudore e la puzza, mi viene da vomitare a sentire quei grugniti bestiali, a toccarlo.

Viscido porco in cambio di un cuore di vacca: buttati tra i sacchi di grano, di patate e di noci, tra i topi, mentre lui ansima e io, tra me e me, canto le filastrocche delle osterie, e le ninne nanne, le canzoni dei campi. Per non pensare, per andare da qualche altra parte e non restare lì, sacco tra i sacchi, con la gonna oltre i fianchi, le chiappe di fuori e un porco che puzza di porco con il saio bucato tirato su finché non ha finito di grufolarmi dentro, così poi mi dà il mio cuore di vacca da portar via per farne una zuppa che basta per tutti per una settimana.

Oh, tanto lo so che mi chiamate la meretrice, la strega posseduta dal diavolo e dalla lussuria. Lo so bene, sono sporca e ignorante ma non sono stupida, ma viveteci voi senza nemmeno l’onore di un tozzo di pane ammuffito nell’inverno freddo che gela le zolle e brucia le erbe selvatiche. Nemmeno una mora, nemmeno uno stupido pesce nel torrente – si nascondono bene sotto la crosta spessa di ghiaccio – e io mica posso crepare di fame per non fare la meretrice… ma una strega, una che balla col diavolo no, quello proprio no… ma tanto, che io parli o singhiozzi, che neghi o che ammetta  avete deciso, quindi che importa?

A me serve quel cuore di vacca o un pollo ogni tanto, un sacco di noci bacate, qualche mela secca ed asprigna, piena di bozzi. Mi servono per non crepare nella capanna di legno marcio e di paglia con le fessure tappate dagli stracci, mi servono e quindi chi se ne frega di quello che potete pensare, voi, i Lorsignori tutti acchittati con le vesti lunghe e pulite, con la tonsura bella rotonda e le croci pesanti che pendono su vostri colli da pollo e sulle pance pesanti di chi non ha mai visto la fame. Pensate un po’ quello che vi pare, a me serve quel porco bavoso di un frate e mi lascio scopare, come una giumenta intontita.

Poi esco dal buco da cui buttate il pattume e torno a casa a lessare il cuore di vacca con l’acqua e le erbe. È amaro ma caldo e ce lo mangiamo tutti insieme sputando per terra pensando al porco che mi ha dato il cuore di vacca, benedicendo Iddio per il porco che è così bestia fatta d’istinti e di fregole che per quello che ho tra le gambe ci dà da mangiare gli avanzi.

E giudicatemi, dai!

Ma chi se ne frega di voi, della vostra purezza marcia come l’acqua ferma che puzza di morte delle paludi laggiù, oltre il bosco dell’Abate. Voi siete gli stagni defunti che traboccano di sanguisughe viscide e nere, quindi chiudete quei becchi, che non lo sapete cosa vuol dire la fame senza fine e senza speranza.

Voi non lo potete sapere, pasciuti dagli averi dei padri e da Santa Madre Chiesa, che vi riempie i piatti di arrosti fumanti, che vi fa andare in giro sulle portantine per non sporcarvi le vesti: vi ho visti arrivare, sui carri chiusi da imposte e foderati di cuscini in velluto per non stare scomodi durante il viaggio sui sentieri sconnessi ed impervi di questa campagna cattiva e avara.

Non volete vedere noi poveri cristi figli di Dio abbandonati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo; non vi piace il nostro odore, non vi piacciono i nostri capelli infestati da bestie, vi fanno ribrezzo le nostre unghie sporche, le deformazioni e le pance piene di vermi e di vuoto, così vi chiudete nelle fortezze, nelle abbazie, in quei posti pieni di libri dove guardate il mondo attraverso la pelle di una pecora morta.

E dall’alto della vostra esperienza del mondo e di Dio, ci riempite di minacce e promesse, la domenica in Chiesa, borbottate in latino e ordinate: siete voi che sapete,a noi il compito di obbedire, di non pensare, di non parlare e sgobbare, così potremo andare dritti filati nel regno dei cieli, una volta tirate le cuoia.

Il Paradiso… sicuramente il vostro paradiso sarà diverso dal mio, sarà più pulito e imbottito di velluti e broccati mentre a me, a noi poveri figli di un Dio sbadato che ci ha mollato nella cesta da piccoli e ci ha voltato le spalle andandosene via per sempre, lasciandoci a patire in un mondo freddo e senza perdono, sarà sicuramente riservata una zona piccola, sporca e piena di rocce, abitata da angeli sfigati e stonati con le ali spennate e le aureole sporche e ammaccate.

Il porco in cambio di un cuore di vacca: è un equo scambio, tutto sommato.

Ma, quando ho incontrato il ragazzo, quel giovane bello dalla carne giovane e soda, con i denti ancora bianchi e la pelle morbida e dolce, ho voluto provare il piacere di darmi senza ricevere nulla: ho tolto la veste e mi sono adagiata sui sacchi di cipolle e patate, cercando un angolo di comodità. Ho provato, per dieci minuti in questa lurida vita, a essere felice.

E l’ho pagata tutta, cara e arrabbiata: ve lo dico ora, mentre sto per essere legata a un palo e arsa viva, mentre grido mangiata dal terrore e dalla rabbia, mentre ogni pezzo del mio corpo urla dal dolore per quello che questi maiali con la veste lunga e immacolata, la tonsura perfetta e il crocefisso che penzola dai colli da pollo mi hanno fatto subire. Il porco per un cuore di vacca mi sarebbe anche stato perdonato, non sarebbe accaduto nulla. Ma se una donna piena di pulci e di calli si prende un attimo di  felicità, quel momento lo paga.

Mi hanno detto che non avrò nemmeno la grazia dell’angolo di paradiso dei poveri. Non vedrò mai i cherubini stonati dalle vesti macchiate di sugo.

Peccato.

 Il libro…
  • Titolo: Il nome della rosa
  • Autore: Umberto Eco
  • Prima edizione: 1980, Bompiani editore

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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