In memoriam. Un giradischi e una pipa

Sai che l’ho messo proprio qui, dietro a un pilastro, perché non si rovini? Dicono che dietro i pilastri sia il posto più sicuro, quello che non crolla mai. Anche quando viene giù tutto il resto, i pilastri rimangono su. Allora l’ho messo qui, nell’unico posto che forse resterà in piedi.

Casa. Le finestre sono andate, occhi senza palpebre, bocche senza le labbra. Aperte, guardano senza vedere, lasciano entrare la polvere e il vento, i fischi e i colpi, i pianti e le grida che impestano l’aria come un fumo maleodorante e sottile. Non ho più difese. Posso solo guardare fuori dalle finestre senza vetri e tenere al riparo quel poco rimasto, il mio piccolo tesoro prezioso: la pipa di radica, il vecchio giradischi. Lo accendo e ascolto le canzoni dei miei tempi, quando tutto questo non c’era.

Era bello qui, sai? Una volta c’erano musica e canti, i rumori dei clacson e le grida dei venditori di falafel per strada. Avevamo avevamo la televisione e i caffè, i vestiti di mille colori delle donne che passeggiavano e ridevano forte sollevando al cielo le mani e gli sguardi. Avevamo i bimbi che correvano per le strade e i vicoli, giocavano a palla, a nascondersi, mangiavano fette d’anguria che colavano piccole gocciole rosse sul marciapiede grigio coperto di passi e di cicche fumate e poi buttate lì, sull’asfalto.

Avevamo viali alberati e sere pigre. Avevamo strade sporche e ladruncoli dalle mani invisibili e leggere, che sfilavano i portafogli dalle tasche dei pantaloni senza che ce ne accorgessimo. Avevamo le bestemmie di ogni giorno, il male al gomito e gli scricchiolii del corpo che cede, pian piano, sotto il peso del tempo. Avevamo le liti per la spesa dimenticata, per i soldi che non bastavano mai, per i voti brutti dei figli a scuola, per la piastrella che ballava e nessuno pensava di ripararla ma protestava ogni volta che ci passava sopra con il piede. Avevamo tutto quello che può avere una vita.

Avevamo.

Un giorno è cominciato, non ti so dire come né tantomeno perché. Ci è passato sopra, cascato addosso e all’improvviso il nostro mondo si è perso. Le case hanno perduto gli occhi, la polvere ci è entrata dentro come farina e non è andata più via, per quanto uno  provi a spazzarla con le mani, con le spazzole, con la poca acqua che c’è. Nei capelli, nella barba, nel naso, nei denti: ci ha trasformato in statue di sale che si muovono appena.

Lenti, guardinghi, impauriti, siamo diventati animali braccati e feriti che si nascondono in tane profonde per non essere presi da quelli lassù, quaggiù, da quelli che sono dovunque e ci cercano giorno e notte, ci braccano come topi, cani randagi, gatti pulciosi, come quaglie spennate, e noi corriamo, strisciamo, scartiamo come vermi infilandoci nelle crepe quando sentiamo le grida e i fischi e gli schiocchi, gli spari, la furia, la rabbia, l’indifferenza, le urla trionfanti per un corpo che cade in un tonfo e uno schizzo rosso che vola nell’aria.

Ci sparano, ci sparano sempre e quei colpi rimbombano dentro, ti accompagnano insieme all’ ultimo grido di chi passava per caso e non ha visto, non ha corso più forte, non si è buttato per terra in fretta abbastanza per non essere preso.

Viviamo insieme alla fame, la sete, insieme a questo strazio di giorni e di notti che strappano le carni e le lacrime, che ci uccidono piano fino a quando qualcuno, qualcosa, non lo farà veramente, sparandoci in testa mentre cerchiamo un limone rachitico e un pezzo di pane indurito al mercato o ci muoviamo veloci verso i rifugi.

Sei andata via in tempo, piccola mia, e forse adesso sei al sicuro. Ovunque tu sia, sei più al sicuro di me che sto qui seduto con la pipa spenta tra le labbra ad ascoltare la musica del mio giradischi; ovunque tu sia la tua vita ha qualcosa davanti.

La mia no, ma io sono un vecchio.

Non mi immischio. Per me, cosa cambia se a sparare con un mortaio, un fucile, da un aereo, se è questo o quell’altro? Dimmi, cosa cambia per me, che non posso far altro se non cercare di restare?

Tua nonna non ce l’ha fatta. Ieri era andata al mercato per cercare qualcosa da buttare in una pentola d’acqua per farne una zuppa e non è più tornata. Voi siete via, lontani. Lei non c’è più.

Sono rimasto io, con la mia pipa spenta e il mio giradischi, a guardare fuori dalle orbite vuote delle finestre con le tende sfilacciate e sporche che penzolano sghembe come impiccati. Sono solo io. Io sono solo, con le ciabatte rotte la pipa il giradischi la giacca e la barba ricoperta di polvere.

Forse un giorno ci porteranno via da questa porzione di inferno sotto il sole che brilla e che ride, lui, lontano, mentre guarda le nostre disgrazie. Forse finirà, ma tanto non ci sarò. Potranno portare via un corpo che cammina e respira, potranno accompagnarlo a sedere sul cassone di un camion con una coperta sulle spalle e una bottiglietta d’acqua in mano, ma non ci sarò più comunque. Ho visto troppo di quello che nessun essere umano dovrebbe vedere per esserci ancora, per sperare ancora che cessino i colpi, che finisca la paura solida e appiccicosa, quella che non ti abbandona mai.

Ho visto troppo e so che siete da qualche parte nel mondo, al sicuro. E sono da solo, la nonna non c’è più, non è tornata ieri dal mercato. Non è più tornata. Mi sono rimaste la pipa, la giacca e il giradischi. Quello che mi aveva regalato tuo padre per il compleanno, tanti anni fa. Lo sai che l’ho messo dietro al pilastro? Dicono che sia il posto più sicuro della casa, quello che non crolla, e allora l’ho messo lì. Metto su un disco, appoggio la puntina sui solchi neri e ricordo la musica, perché il mio giradischi non va più, qui non c’è l’elettricità. Allora metto su un disco e canto piano: faccio finta, come i bambini. Un vecchio che canta davanti a una finestra senza più vetri, ascoltando una musica che non c’è mentre fuma una pipa spenta.

Ciao, piccola mia.
Nonno.

L’immagine di copertina è proprietà intellettuale di © Getty Images. Fotografo: Joseph Eid. Soggetto: Mohammad Mohiedine Anis, Aleppo.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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