Incubi



 

 

 

 

Le attese sono sempre snervanti.

Le attese nello studio del pediatra lo sono ancora di più.

I genitori come me, che sono qui solo per un primo bilancio di salute, guardano gli altri bambini in cagnesco e al primo starnuto maledicono il momento in cui hanno deciso di affidarsi alla medicina di base.

Lo studio della nostra pediatra è all’avanguardia con tanto di sistema di prenotazione online, app android per i consigli di primo soccorso, totem per lo smaltimento delle code. Tutta questa scienza tecnologica dovrebbe evitare estenuanti attese ma anche oggi lo studio è stracolmo di poppanti febbricitanti e siamo già qui da due ore.

Oggi però sono felice e non solo per la gioia di essere diventato padre per la seconda volta ma soprattutto perché la mia seconda figlia non ha mai preso il ciucciotto.

Con il primo figlio, che adesso ha tre anni e mezzo, il ciucciotto è stato un vero e proprio incubo.

La pediatra dal primo giorno ci disse che avremmo dovuto fare tutto il possibile per togliere questo brutto vizio al bambino, e aveva ragione, secondo la letteratura infantile il ciucciotto è la causa principale delle malformazioni al palato, dell’irregolarità dell’arco dentario e del malfunzionamento della mandibola che provoca un effetto a catena su tutto l’apparato osteo-muscolare del bambino.

Da quel giorno iniziò una lotta senza esclusione di colpi che ha minato la mia stabilità mentale, quella di mia moglie e del povero bambino.

La nostra, però, è stata una crociata a fin di bene e da grande, se il trauma non sarà stato così forte, ci ringrazierà di avergli evitato tutti i problemi fisici ai quali era stato condannato.

Così, vestiti i panni dei paladini dell’integrità fisica, per tre anni e mezzo, io e mia moglie non abbiamo mai dormito.

E sì, perché il ciucciotto, il nostro dolce tesoro, lo prendeva solo di notte.

Appena il piccolo si addormentava, dopo essere sicuri che fosse entrato nella fase più profonda, iniziava la nostra battaglia senza speranze.

La cosa più difficile era staccare il ciucciotto dalle fauci di quel tenero cucciolo che per l’occasione esercitava una pressione pari a quella di un gigantesco coccodrillo australiano.

Certe notti d’estate, tra un tentativo e l’altro, avevo bisogno di una doccia e, per combattere la disidratazione, prima di tentare l’impresa, bevevo un Gatorade ghiacciato fuori al balcone.

Una volta estratto il maledetto ciucciotto, con il classico rumore da tappo di champagne rimasto in cantina per un decennio, iniziava la fase mistica. Per evitare un eventuale risveglio mia moglie recitava il rosario ed io inscenavo riti propiziatori degni del più incallito sacerdote voodoo.

Purtroppo il caro pargoletto non era ancora avvezzo a nessuna religione e nella maggior parte dei casi iniziava a piangere disperato e, poiché non si addormentava facilmente, mi toccava passare la notte in piedi a cullarlo tra le mie braccia.

Con l’assenza di sonno, la vita era diventata un inferno.

Mi addormentavo dappertutto. In auto, in bagno e ahimè pure in ufficio.

Il mio capo, una donna senza figli e senza scrupoli, alla terza volta, mi disse: «se ti addormenti di nuovo sulla tastiera, ti licenzio».

Il più delle volte mi addormentavo a terra, nella stanza di mio figlio, all’alba, dopo averlo riposto nella sua culla, e in quelle due ore d’insperato riposo avevo degli incubi terrificanti.

Sognavo di essere intrappolato in un labirinto e che un ciucciotto enorme – con le sembianze di un Pacman versione horror – m’inseguiva. Nel labirinto i mostri erano bambini deformi senza denti.

Capii che la situazione mi stava sfuggendo di mano quando una mattina mi svegliai di soprassalto. Erano le nove e non avevo sentito la sveglia. Mi vestii in fretta e furia e, senza nemmeno lavarmi, mi catapultai nella mia auto.

Solo quando arrivai nel parcheggio deserto della mia azienda, capii che era domenica. Avevo sprecato l’unico giorno in cui avrei potuto dormire. La domenica, dopo la messa, i miei suoceri venivano a casa a occuparsi di nostro figlio, lasciandoci liberi di dormire tutta la giornata, come ai vecchi tempi, quando la febbre del sabato sera non era ancora un capolavoro da rivedere sui Bellissimi di Rete 4.

La segretaria dello studio ci comunica che siamo i prossimi. Mia figlia dorme beata ma più passa il tempo e più c’è il pericolo che si svegli reclamando la poppata. Mia moglie mi guarda come Angelina Jolie in Mr. e Mrs. Smith e col suo sguardo mi sta dicendo «tranquillo, ho qui la mia riserva di latte perpetua, altro che ciucciotto». Le sorrido ripensando al momento in cui quell’incubo è finito. Il giorno stesso che la sorellina è tornata a casa dalla clinica, mio figlio maggiore ha preso il ciuccio e lo ha buttato giù dal balcone centrando un povero motociclista che per poco non ha perso il controllo dello scooter.

«Sono grande ormai, questo coso è per i mocciosi come mia sorella» ci ha detto lasciandoci senza parole.

Varchiamo la soglia dello studio della pediatra trionfanti come Napoleone che entra a Milano dopo la battaglia di Lodi.

Lei ci chiede di svegliare la piccola. Mia moglie la appoggia sul lettino e la accarezza dolcemente. Mi figlia apre un solo occhio e poi fa un gesto che le ho visto fare molte volte nel suo primo mese di vita: si gira dall’altra parte e si porta il pollice alla bocca.

«Non permettetele di farlo» irrompe la pediatra interrompendo la scena da libro Cuore.

«Cosa?» chiede mia moglie con tono educato.

«Il dito!» ribatte lei. «Il dito in bocca è peggio del ciucciotto. Il ciucciotto si può togliere, il dito no. Vi consiglio di provare a toglierle il dito e farle succhiare un ciucciotto».

Nella mia mente ripassano come flashback le scene delle notti da incubo dei tre anni precedenti.

Mi riprendo dallo choc e mi ritrovo la segretaria e due papà che avevo visto prima in sala d’attesa, che mi tengono da dietro. Mi fanno male e così mollo la presa. Senza rendermene conto, stringevo tra le mani il collo della pediatra.

Le sue urla e quelle di mia moglie le hanno salvato la vita.

Mentre mi portano fuori a forza da quello studio, vedo mia figlia sul lettino che dorme beata succhiando innocentemente il pollice della sua soffice mano destra.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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