Invisibile e ingombrante

Sono stanco.

Stanco di camminare, di sedere in un angolo, sono stanco di chiedere, di tendere la mano. Sono così stanco di essere invisibile e ingombrante.

Tutto quello che avevo – ecco, mettiamo in chiaro subito: non importa dov’ero, chi ero, cosa facevo, importa chi sono qui, ora, in questo preciso istante – è perso, andato per sempre, non c’è più. Andato per non tornare, per quanti sforzi faccia, per quanto possa dire o provare a fare.

Ma lo so che tanto è inutile, che sono come la bionda dei Fantastici quattro: non mi vedete più, ormai sono invisibile, trasparente come l’acqua.

Oh, tranne, beninteso, quando serve una bella operazione di trucco e parrucco: allora, per magia compaio come la colomba spunta dalla manica del mago e mi ergo, finalmente, in tutta la mia scandalosa miseria. Quando balzo agli onori della cronaca e mi vedete però, è pure peggio: arrivano, quando la notte è fonda, mentre dormo stringendo al petto le mie cose – che stanno tutte in un sacchetto del supermercato – e chiudo fuori il freddo, nascosto in un cartone con addosso una coperta di lana, sporca e sforacchiata. Arrivano e danno un colpo col piede al simulacro di letto su cui mi sono disteso. «Qui non puoi stare, alza il culo e vai».

Che posso fare, se non prendere la mia borsina in plastica e andare via? Hanno preso la coperta di lana sporca e sforacchiata, se la sono tenuta loro. «Così non torni più», hanno detto. Dove vado, non importa. Il trucco e il parrucco sono serviti a riempire un trafiletto, la bella mossa è fatta. Io, per parte mia, posso tornare a essere invisibile e ingombrante. Solo che adesso fa molto più freddo.

Ma sì, suvvia, a chi importa di me, del mio nome, di chi sono ed ero, se nemmeno a me importa?

Ve lo racconto, chi sono, ok? Ci venite a passare un giorno con me? Vi ci porto, dai.

Lo scopo dei giorni è arrivare a sera, lo scopo delle sere è arrivare al mattino e via, daccapo: ogni alba verso il tramonto, verso l’alba, facendo lo slalom tra gli sguardi di disprezzo, gli insulti e la pietà; tentando di schivare le zampe alzate dei cani e i sassi dei ragazzini che non hanno un cazzo da fare. Per certi, dagli al barbone è un passatempo comune, quasi uno sport per riempire le domeniche pomeriggio quando non si può andare allo stadio, o le serate di noia, finita l’ultima birra.

Ci sono anche le sopracciglia alzate delle signore che non borbottano nemmeno più protestando impettite contro la sporcizia umana che insozza i portici lucidi. Alzano un sopracciglio, mi scavalcano e vanno senza guardarmi davvero, come si fa con un chewing gum buttato sul marciapiede: registri con lo sguardo, scansi e vai. Un pensiero da persona perbene sulla zozzeria, il degrado, l’inciviltà della gomma sputata per terra, del barbone vomitato in un angolo e via, che ne dici, prendiamo un caffè che fa freddo?

Che importa il mio nome, da dove vengo, chi sono? Giovanni, Francesco, Ahmed, Antonia, Dimitri, Obebe… quando hai la pelle coperta di sporco, il colore è uno solo. Noi, che abbiamo la pelle coperta di sporco e le scarpe bucate, i vestiti raccattati in un cassonetto di Amnesty e due spicci per un panino e un cartone di sottomarca del Tavernello comprato al discount, siamo tutti uguali. Tutti, ugualmente invisibili. Tutti, ugualmente ingombranti.

E le mani sono sporche, le unghie nere, io lavoravo una volta! Lo sapevate voi che non mi vedete quando mi passate di fianco, che io avevo un lavoro? Lavoravo e avevo una vita, in qualche posto del mondo. Potrei essere stato il vostro vicino di casa. Sono stato il vicino di casa di qualcuno, io! Ma non mi vedete più e quando, per sbaglio, vi accorgete che esisto tirate dritto, come se fossi una merda di cane.

Salvo stracciarvi le vesti quando muoio di freddo. Salvo gridare allo scandalo quando mi riempiono d’alcol e mi gettano un fiammifero addosso. Salvo sollevare i pugni guantati – in fondo è inverno, fa freddo – pieni di disprezzo se sono straniero. Salvo riempirvi la bocca di prosopopea che dimenticate all’istante, perché spendere una parola e gettarla nel vento è meglio di niente, costa meno che prendere un euro, cinquanta centesimi o dieci e chinarvi per buttarli dentro al bicchiere di plastica – sporco anche lui – che tengo davanti a me mentre cerco di arrivare intero a sera.

Invisibile a comando, ingombrante sempre, con i calzini bucati e le scarpe masticate dalla strada, spaiate, senza lacci e con le suole martoriate dal tempo. Chissà di chi erano, queste scarpe? Forse, magari, erano mie, le avevo comprate nuove nella vita di prima, quando ero un vicino di casa. Forse sono tutto quello che mi è rimasto. Hai visto com’erano belle, le mie scarpe?

E mentre distogli gli occhi, o alzi le mani per mandarmi via, io cosa faccio? Cosa fa un uomo invisibile e ingombrante, se non alzare le braccia e ripararsi il capo, acquattarsi ancora più a fondo in un angolo, come fa un cane picchiato troppe volte contro il muro del canile? Cosa posso fare, se non ci sono più, se scandisco la mia vita a Tavernello scadente e ricoveri già pieni, tra mense dove incontro altri ingombranti come me, altri invisibili di un unico colore, il grigio malato dello sporco e della strada?

Ditemi voi che sapete, ditemelo, vi prego. Accarezzate anche me con uno sguardo caldo, ogni tanto, voi passanti. Fate finta di avermi visto, fate finta che io non sia ingombrante, per favore. Almeno una volta. Una sola. Basterebbe.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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