“Il mio aborto è un corridoio. Me li ricordo tutti i corridoi. Quelli del policlinico Umberto I e prima quelli dell’ospedale San Giovanni. Mi ricordo il mio spaesamento. Di tutte le volte che non sapevo se girare a destra o proseguire per girare più avanti o continuare a camminare per sempre. Anche i luoghi della interruzione volontaria di gravidanza appaiono punitivi. O magari sono io a vederli così. Sembra vergognoso anche scriverlo per intero “interruzione volontaria di gravidanza”. C’è solo un cartello ingiallito con la scritta IVG dietro a un vetro quasi opaco. Che non serve a mantenere la privacy, ma solo a confonderti. Se non si può nemmeno scriverlo come si può farlo? Quando domando mi rispondono sottovoce. E mi sembrano anche che socchiudano gli occhi per scrutarmi, per mettere a fuoco. I luoghi sono soltanto luoghi poi, come possono essere punitivi? Magari sono solo squallidi, questo è sicuro. E poi che cosa cambierebbe? Forse poco, ma ciò che mi infastidisce è l’intenzionalità dello squallore. Se abortisci non stai certo a guardare le pareti. Vuoi edulcorare l’orrore? Vorrei non sentire l’odore di umido, simile a quello dei capelli imbottiti di lacca scadente”.

Chiara Lalli, “La verità, vi prego, sull’aborto”, Fandango Libri, 2013

Isso, essa e ‘a Malamente



Solitamente se ne parla poco e, se lo si fa, si fa sottovoce e con lo sguardo abbassato tra sfumature di parole che vanno dalla ritrosia al pudore fino al giudizio più implacabile. La sensazione è che nessuno si trovi mai completamente a proprio agio quando si parli di aborto, anche se si è a favore della legalità della pratica e della possibilità di scelta delle donne. Se ne parla adducendo una serie di giustificazioni e attenuanti offerte quasi a scambio per un perdono anteriore e si sottolinea in fretta che la scelta di sicuro è sempre drammatica e dolorosa.

Solitamente succede così. Solitamente ma non nelle pagine di attualità di questi giorni dove, invece, il dibattito sembra aver preso fuoco, con toni  rumorosamente alzati e i diversi schieramenti ideologici e politici formalmente schierati; i tweet si sono sprecati e le pagine Facebook hanno lanciato dai loro profili opinioni variegate e incanalate, a seconda del pensiero personale, nella corrente che intravede l’apocalisse nella strage legalizzata degli innocenti o in quella opposta, che vi legge un ricatto morale e teme un ritorno al Medioevo.

L’attualità ha i colori e le parole di un maxi manifesto affisso a Roma al civico 58 di via Gregorio VII il 3 aprile. Riporta l’immagine di un feto che rivolgendosi a chi guarda cerca l’effetto emotivo attraverso un messaggio che recita: “Tu eri così a undici settimane. Tutti i tuoi organi erano presenti. Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento. Già ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”.

L’attualità è la scritta “194 Strage di Stato” impressa sul rettangolo di uno striscione apparso a Roma il 7 aprile davanti alla sede della Casa Internazionale delle Donne.

L’attualità porta verso il 22 maggio, giorno in cui la legge n°194 del 22 maggio 1978 – “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” – compirà quarant’anni. Legge che si può riassumere con l’Art.4: “Per l’interruzione della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a, della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla Regione, o a un medico di sua fiducia”.

Quarant’anni di legge, quarant’anni di Storia passata sopra e sotto i ponti, e non solo di Roma, ma l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) rimane ancora un terreno di scontro ideologico, senza esclusioni di colpi, senza poter assumere posizioni centrali di comodo: o si è favorevoli o si è contrari. Aut aut, salvo i ripensamenti dell’ultimo minuto quando chi è favorevole da sempre, nel momento topico, magari cambia idea e porta avanti la gravidanza e chi, da sempre più che contrario all’aborto, nel momento topico, avvolto da problematiche che mai avrebbe immaginato, chiuso nel bozzolo di una situazione imprevista nel momento sbagliato, potrebbe avvalersi della pratica.

Tematica delicata quella dell’IVG: se ne può parlare fin che se ne vuole, tra i sì e i no, ma, molto pragmaticamente, bisogna trovarsi nella realtà del momento e, solo allora, si potrà sapere, con certezza, se è veramente un sì o un no, se è convinzione eterna o stato d’animo preciso e puntuale legato alla situazione del giorno tale, nell’ora tale, nel periodo tale.

Vista da fuori, dalla poltrona di casa, la questione o, meglio, la polemica che sempre accompagna l’IVG, potrebbe essere letta attraverso i personaggi cardine del genere teatrale della sceneggiata: Isso, Essa e ‘o Malamente, che qui diventa ‘a Malamente.

Isso e ‘a Malamente come il Bene e il Male; Essa l’elemento che scatena la contrapposizione, il motivo di scontro.

Isso: ovvero tutte le Associazioni Antiabortiste che considerano la pratica una mera risposta ai “capricci” del progresso e che vedono nel grumo di cellule espulse una risposta al solo edonismo e al culto di bisogni effimeri. Si fanno paladini di buone intenzioni, applicano moralismo censorio di moderni inquisitori e vogliono smuovere coscienze con la rappresentazione di una società egoista e materialista dove il bambino non viene considerato un dono ma un semplice oggetto di cui disporre a piacere. Offendono con i loro maxi manifesti la scelta delle donne di abortire e offendono la sensibilità – quasi una forma di violenza indiretta – tutte le altre donne che, non per scelta, hanno subito la fine non a termine di una gravidanza. Si scagliano contro la 194 e portano, a sostegno dei loro principi, un elenco di disturbi e patologie collegate all’IVG – compresa l’insorgenza del tumore al seno e una non meglio definita sindrome post-aborto – che attenderebbe le donne che si sono sottoposte al trattamento. Di fatto, nessun studio scientifico al riguardo ha mai avvalorato queste loro teorie, come confermato anche dal portavoce del Congresso mondiale sulla libertà della ricerca – La scienza per la democrazia tenutosi al Parlamento Europeo di Bruxelles e conclusosi il 13 aprile. In pratica, quelli che sembrerebbero un interessamento e una preoccupazione per la salute della donna, altro non sarebbero se non una serie di disinformazioni allarmistiche.

Essa: approvata il 22 maggio 1978 la Legge n°194 trova la sua motivazione o, se preferiamo, la sua giustificazione di esistere nell’intento di porre fine, sradicare letteralmente, la piaga dell’aborto clandestino. La legalizzazione dell’atto chirurgico veniva presentata, nella campagna mediatica del periodo, come scelta di un “male minore” rispetto a un “male maggiore” costituito da una miriade di aborti illegali, di un numero impressionante di donne morte in conseguenza della pratica affidata a mammare senza scrupoli che, dietro compenso, pur senza alcuna norma igienica e competenza certa, non esitavano ad accettare richieste di “eliminazione del problema”. Si partiva dal presupposto che, se una donna non voleva tenere il suo bambino, un modo per abortire lo avrebbe comunque trovato per cui, tanto valeva, fare in modo che ciò avvenisse in strutture ospedaliere in totale sicurezza e condizioni igieniche idonee. Duplice obiettivo dunque per la 194: debellare la pratica clandestina e tutelare vita e salute delle donne.

A quarant’anni di distanza si può dire, con certezza, che lo scopo iniziale non è stato totalmente raggiunto e che in Italia, ancora oggi, il diritto di IVG non è garantito a tutte le donne e, questo, è uno dei motivi per cui la pratica dell’aborto clandestino non è mai sparita del tutto, anche se ha assunto forme diverse e, in qualche caso, si è anche evoluto per comfort e condizioni igieniche in cui viene esercitato. Ad alimentare questo “mercato” sommerso è principalmente il ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei ginecologi (7 su 10) o dell’anestesista, o, ancora, quello del personale paramedico che si rifiuta di mettere la flebo o di lavare i ferri usati durante l’intervento, rendendo volutamente complesso tutto un meccanismo con la conseguenza che le pazienti vengono rimandate a casa con un nulla di fatto.

Anche se la legge prevede che ogni ospedale debba erogare il servizio di IVG nei fatti, di fronte alla domanda, solo il 60% delle strutture è in grado di produrre una risposta efficace mentre nelle altre, per un motivo o per l’altro, per obiezione di coscienza o per “abusi di obiezione” ci si dimentica che un ospedale non è un istituto confessionale, né tantomeno un’estensione della parrocchia e che, i medici in quanto medici, sotto giuramento, non dovrebbero arrogarsi il diritto di giudicare e di incrociare le braccia per non procedere.

A Malamente: e arriviamo alla donna; alla donna che entra in un ospedale per chiedere di abortire; chiedere una IVG. Bisogna ammettere che IVG suona più “delicato” di aborto, ma la sostanza non cambia.

Una domanda, comunque la si formuli, non certo semplice e correlata spesso a mille altre problematiche che formano l’involucro dell’ambiente di vita. Se arriva lì a fare una richiesta di quel tipo bisognerebbe anche tener conto del bagaglio di vissuto che spinge e urge sulla richiesta stessa. Sarebbe già un buon inizio accogliere. Non giudicare.

È lì per esercitare una scelta, un diritto, il diritto di non maternità in una società che, decisamente, tende a vedere nelle donne la maternità come destino. È lì per una scelta, dunque, ma fa fatica a parlare di scelta, di desideri, e fa fatica ed è timorosa anche nel scegliere le parole, parla di gravidanza imprevista non di gravidanza indesiderata, come se indesiderata fosse un peccato, un sottrarsi dal partorirai con dolore che ci si porta dietro dai tempi del catechismo.

È lì e sembra sentire il macigno della disapprovazione, dell’etichetta di egoista che non vuole figli.

È lì e preferirebbe la pillola abortiva senza passare però per una che banalizza la situazione scambiando l’atto per una passeggiata tra pastigliette da mandar giù in tre giorni di ricovero – Quella stessa pillola che, in altri Stati, può essere prescritta da qualsiasi medico di base e presa a casa, nel proprio privato – come succede in Finlandia dove gli aborti farmacologici sono il 98% del totale, o in Portogallo (70%), o in Francia (60%) mentre in Italia, secondo i dati di dicembre 2017 del Ministero della Sanità, rappresenta solo il 15% del totale.

È lì e si sente sbagliata per quel rifiuto di maternità che le spetterebbe comunque di diritto.

È lì e sa che diventerà un numero su un foglio di Excel per diventare statistica di fine anno.

C’è una legge, sicuramente da migliorare per una maggiore capillarità. C’è una possibilità di scelta a cui nessuna vorrebbe dover fare appello. Ci sono le correnti di pensiero e, ovviamente, ognuno si abbarbica alla propria. L’importante è che ci sia e rimanga la possibilità. Anche della polemica magari antipatica e sterile.

Ci sono donne che scelgono di essere lì e, non per questo, sono peggiori di quelle che predicano campane diverse.



Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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