La ragazza dormiva voltata dalla sua parte, con il capo leggermente reclinato in avanti: sul collo morbido e sottile si delineava così una ruga, quasi impercettibile. I lunghi capelli erano sparsi sul cuscino. Il vecchio Eguchi levò gli occhi dalle labbra alle ciglia e alle sopracciglia di lei e non ebbe dubbi che si trattasse di una vergine. Le ciglia e le sopracciglia erano troppo vicine agli occhi presbiti di Eguchi perché potesse distinguerle filo per filo. La carnagione di lei, sulla quale non scorgeva  la peluria sottile, era soffusa di splendore. Sul viso e sul collo non aveva neppure un neo. Il vecchio, dimenticando l’incubo e il resto, si sentì  irresistibilmente portato ad amare la ragazza e nella sua mente fluì l’illusione che anche lei lo amasse. Poggiò una mano sul suo seno e lo richiuse delicatamente nel palmo. Gli balenò la sensazione che fosse il seno della madre prima di esser incinta di lui. Il vecchio ritrasse la mano, ma quella sensazione gli penetrò dal braccio fino alla spalla.

Yasunari Kawabata – La casa delle belle addormentate, 1961

La Bella Addormentata – Manjushage

 

 

Quando la porta di carta di riso scivola sui tatami, con lo stesso fruscio di una foglia d’autunno che cade sulle sorelle che la aspettano a terra, un poco ho paura. Dormire.

Devo solo dormire, chiudere gli occhi sul soffitto di legno, sulla luce che filtra dalle pareti sottili e aspettare il risveglio.

Devo solo dormire: senza sogni, senza più un cuore, senza memoria. Una tazza fumante, due capsule bianche e insapori da mandare giù in un sorso, senza masticare: così la coscienza e il mio essere volano via, in spirali bianche e odorose, seguendo il vapore del tè.

Non saprò nulla di quel che succede, cosa accade al mio corpo distratto coperto da coltri pesanti, in balia di uomini avanti con gli anni che mi trovano, nuda, ad aspettarli nella casa nascosta tra le rocce a picco sul mare.

Dormo, mentre i loro ricordi si svegliano e gridano il dolore sommesso del tempo che passa.

Non sogno, non sento, immersa nel buio. In uno sciroppo denso fatto di nulla, sento gli occhi che si fanno pesanti, il rumore delle onde sugli scogli e le voci si allontanano lente, le sento andar via come passanti che, chiacchierando lungo un sentiero, vanno fino a sparire alla vista, fino a non esistere più.

Quando arrivo tolgo il kimono, i sandali, le calze, mi sciolgo i capelli e lavo via il trucco. Pulita, senza altri profumi se non la mia pelle, mi siedo e aspetto di dormire, in modo che qualcuno si compri, per qualche ora, una bambola viva che porta il mio nome.

Non vedrò il loro volto cosparso dai segni del tempo. Non sentirò le loro mani avvizzite e scivolose come le lische secche di un pesce che percorrono la mia pelle mentre loro, quei vecchi, soffocano le urla di rabbia per ciò che erano un tempo; per le notti insonni e urlanti, sudate di grida e piacere tra le braccia di donne ormai spente; per tutto ciò che hanno fatto o sognato di fare ma che adesso, più vicini ogni giorno a varcare l’ultimo cancello, si è ridotto a chimera o memoria.

Vecchi. Secchi. Passati e lisi, frusti come carretti azzoppati, crepati e pieni di ruggine, hanno i denti che ballano, una peluria ispida e scura gli esce dalle orecchie, le occhiaie di cartapesta, le dita ingiallite. Li immagino, mentre accarezzano e toccano, soppesano e annusano, piangono e sognano tra le mie ciglia chiuse come forzieri. Li immagino senza vederli, senza sapere il loro nome, senza conoscerne i corpi.

Cammino per strada osservando ogni vecchio e immagino che possa essere lui, uno di quelli tra le cui braccia ho trascorso una delle mie notti vuote. Cerco, in ogni volto rugoso che incrocio, un barlume, la sorpresa, un “è lei!”, zoppicante e muto. Per questo, giro per il villaggio truccata come fossi una geisha, una maschera bianca dalle labbra carnose dipinte come un rosso cespuglio di manjushage. Rosse, come il fiore dei morti.

Non voglio che mi riconoscano, che esclamino a voce alta in mezzo alla strada, o anche solo che pensino: “Eccola, è con lei che ho passato la notte, è suo il seno che ho accarezzato, sue sono le spalle e i capelli. Sul suo corpo ho ricordato chi ero e ho pianto su chi non sono più.”

Chissà cosa li porta a venire qui, in questa casa perversa, per giacere un’intera notte accanto a una vergine morbida e nuda che dorme un sonno profondo, senza poterla toccare se non con la punta delle dita e del desiderio, senza mai possederla.

Cosa spinge quei vecchi a pagare per me che non sono, quando sono con loro? Quanto dolore può infliggersi un essere umano, quanti sacrifici può fare un uomo, solo per flagellarsi nella consapevolezza che tutto è ormai stato, che non c’è più nulla per lui in un corpo giovane e dolce come il miele d’estate?

Mentre io, bambola di pelle e capelli, di ossa e respiro, avvolta in una coperta elettrica per non prendere freddo, io dormo e non assisto ai loro tormenti, non sogno, non sento, non vedo, non sono. Una morta che vive destinata a svegliarsi al mattino presto e sgusciare via, senza nemmeno guardarli, ora che dormono cullati dall’illusione. Mi alzo, mi vesto, indosso una maschera nuova e vado via, con i miei soldi in borsa, camminando sul sentiero che dà le spalle al mare. Me ne vado nell’alba, meno viva di ieri: dopotutto, ho dormito ancora una notte, nuda, di fianco alla morte che arriva.

 Il libro…
  • Titolo: La casa delle belle addormentate
  • Autore: Yasunari Kawabata
  • Pubblicazione: Giappone, 1961

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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