La rue assourdissante autour de moi hurlait. Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse, Une femme passa, d'une main fastueuse Soulevant, balançant, le feston et l'ourlet; Agile et noble, aves sa jambe de statue. Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, Dans son oeil, ciel livide où germe l'ouragan, La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. Un éclair... puis la nuit! - Fugitive beauté Dont le regard ,'a fait soudainement renaître, Ne te verrais-je plus que dans l'éternité? Ailleurs, bien loin d'ici! trop tard! jamais peut-être! Car j'ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais, O toi que j'eusse aimée, ô toi qui le savais!

A une passante (XCIII) – Charles Baudelaire, Les Fleurs du Mal

La dolcezza affascinante e il piacere che uccide


Dove sei andato, lasciandomi sola davanti alle strade che si aprono fredde e piovose, sotto il cielo profondo come un abisso? Sola a camminare senza alcun braccio cui appoggiarmi quando barcollo, senza una spalla che accolga il mio viso nelle sere stanche dei prossimi inverni?

Dove sei andato, tu che hai osato lasciarmi e ti sei adagiato in un sonno infinito, con gli occhi coperti di monete, il vestito della domenica addosso e un rosario incatenato tra le dita ormai rigide?

Tu, che mi hai lasciata a venerare una cassa e un ritratto, condannata a venire ogni sabato a sedere davanti a una pietra fredda di marmo, a raccontarti dei ragazzi che crescono e vanno, del camino che non tira più tanto bene, della fantesca che ha dimenticato il latte fuori dalla porta, e a sistemare un mazzo di fiori destinato, inesorabilmente, a sciuparsi.

Ti parlerò senza avere risposta, continuando a sprecare parole che rimbalzeranno sulla terra e la pietra per poi tornare indietro, inascoltate e invisibili.

Non avrò risposte alle suppliche, alle domande, ai nostri scambi di confidenza scherzosa; e poi, lo  sai che non sono capace di scherzare da sola. Non si può, non funziona così.

Ormai troppo stanco, mi hai abbandonata in mezzo al deserto di una casa e di un letto ora vuoti, costretta a cercare la prossima oasi senza una guida o una pista da seguire, sola a condurre una carovana di pulcini affranti e impauriti.

È troppo grande il dolore, adesso: seppellisce la rabbia che, inevitabile come il caldo di luglio, prima o poi arriverà a turbare le notti. E allora urlerò, ancor più di adesso, levando al cielo le mani, schiaffeggiando il cuscino su cui, per anni, hai poggiato la testa.

Non dovevi andar via, non avresti dovuto, tu… perché lo hai fatto? Non ci hai proprio pensato, a noi, vero?

Noi derelitti lasciati indietro. Incolpevoli condannati alla prigione pesante della tua assenza, ogni giorno. Un giorno dopo l’altro, fino a quando non condivideremo il tuo stesso destino.

Non sorreggetemi e non mi dite “non piangere”: non c’è altro che io possa fare, se non sollevare il fazzoletto ormai zuppo di lacrime per farle arrivare fin dove sei tu. Se sei da qualche parte, se senti e se provi; se, nel tuo oblio spento, ti ricordi di me.

E tu, invece, che passi per caso a fianco del mio triste corteo, cosa stai guardando? Gli occhi gonfi? Il naso arrossato, le lacrime spesse che mi rigano il viso, torrenti che scorrono lasciando solchi indelebili, come le ferite del tempo nei sassi?

Cosa vedono i tuoi occhi blasfemi e adoranti? Dimmi, tu che passi a fianco del mio triste corteo, ti fermi d’un colpo interrompendo la corrente di visi bassi e segni di croce affrontati senza rispetto, per scaramanzia, e dal marciapiede mi guardi, così inopportuno, dimmi: cosa cerchi, qui?

Qui non c’è nulla, solo stoppie aride e burroni aperti da così poco tempo che la terra sta ancora franando e andando giù in fondo, a perdersi e mescolarsi col nulla.

Invece mi guardi. Non sei curioso, pietoso, non condividi nulla del mio dolore: come potresti, d’altronde?

Tu.

Tu, tu mi vorresti, in questo istante preciso!

Vorresti i miei occhi e le mani protese, vorresti i miei urli e i capelli disfatti come Medusa e i serpenti, vorresti per un istante, uno solo, e per l’eternità, cingermi la vita con il tuo braccio avvolto nel fustagno e portarmi con te, accompagnarmi nei viaggi alla tomba e ritorno, vorresti essere tu, il cuscino da prendere a schiaffi nelle notti dure e insonni, colme di rabbia che prima o poi arriveranno.

Non mi rinfranchi, estraneo impalato in mezzo alla strada a fissarmi. Anche se ti ho riconosciuto senza mai conoscerti, lo sappiamo che non mi risparmierai nulla: non un dolore, un rimorso, un rimpianto.

China quel capo e fatti un segno di croce distratto, per scaramanzia. Raggiungi la corrente e vai via, seguila, come è giusto tu faccia.

Non c’è posto alcuno per me e te, per un noi. Fila, torna dovunque tu debba andare e lasciami qui, un fugace ricordo di lacrime al vento.

L’immagine di copertina è uno scatto di Stanley Kubrick, Road of New York City, anno 1946

Il libro…

  • Titolo: Les fleurs du mal
  • Autore: Charles Baudelaire
  • Prima edizione: 1857

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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