La fila

Al napoletano puoi chiedergli di tutto. Chiedigli di vivere tra i due vulcani più pericolosi al mondo e lui lo farà. Lui lo sa che se uno dei due si sveglia, mezza Europa scomparirà, ma non ci pensa. Chiedigli di vivere su cinquanta chilometri di costa non balneabile e lui lo farà. Lui lo sa che è una condanna insostenibile ma lui si accontenta di vederlo, il mare, e a fare il bagno non ci va. Chiedigli di vivere in una città caotica, piena di traffico, con servizi di trasporto pubblico allo sfascio e lui lo farà. Lui lo sa che passa metà della vita a cercare un parcheggio ma se ne frega.

Chiedigli tutto ma non chiedergli di fare una fila. Il napoletano è allergico alla fila, è più forte di lui. Appena vede una persona ferma ad aspettare, il napoletano non si mette mai alle sue spalle ma sempre al suo fianco. Così a Napoli la fila si sviluppa sempre in orizzontale e mai in verticale.  È un fatto genetico, non c’è niente da fare.

Storicamente il posto più affollato della città è sempre stato l’ufficio postale che, nonostante l’arrivo dei numerini salva fila, ancora oggi resta il palcoscenico preferito dal nemico dell’attesa. C’è quello scaltro che, sfruttando il lato oscuro del progresso tecnologico, compra il numerino dal parcheggiatore abusivo. C’è l’evergreen che, con la sempre valida scusa Devo solo chiedere una cosa, una volta giunto allo sportello, effettua indisturbato tutte le operazioni. C’è il vecchio che un attimo prima faceva le scale a quattro a quattro, e quando entra nell’ufficio postale impersona Matusalemme con una colica renale in atto. C’è il finto invalido che si fa prestare la sedia a rotelle dal vicino, la finta incinta che indossa un cuscino sotto il vestito, il finto infermiere e perfino il finto pompiere. C’è il furbo più furbo di tutti che esordisce con Scusate, ma devo tornare al lavoro, invece noi qui non abbiamo niente da fare e ci divertiamo a perdere mezza giornata in quest’ufficio affollato. C’è quello che fa leva sull’odio verso i vigili urbani e grida Scusate ho la macchina in seconda fila, scemi noi che abbiamo lasciato l’auto al parcheggio a tre chilometri da qui che costa 5 euro l’ora.

Le stesse scene le vivi negli studi medici dove trovi sempre la vecchietta, sveglia dalle quattro del mattino, che arriva molto prima del dottore. Oggi ho avuto la cattiva idea di venire dal mio medico curante un’ora prima dell’apertura dello studio e ovviamente lei è qui che aspetta. «Siete il secondo» mi dice compiaciuta l’insonne paziente occupando con la sua enorme stazza tutto il portone del palazzo. «E vi conviene non muovervi di qua altrimenti, se viene qualcuno, perdete il posto», aggiunge con quella voglia di parlare che hanno sempre le persone anziane. Dopo mezz’ora un giovane in giacca e cravatta con un casco in mano si avvicina a noi con una faccia sorridente. La vecchia, appena lo vede, si piazza davanti al portone senza batter ciglio. «Permesso» chiede gentilmente il giovanotto. «Non mi sono svegliata alle quattro del mattino per tenere il posto a te. Qui non abbiamo tempo da perdere» risponde bruscamente la signora cercando un consenso nel mio sguardo.

Sono stufo di dover combattere anche oggi con il furbetto di turno ma non posso darla vinta a questo giovane impertinente.

«Napoli è una bella città ma nessuno vuole rispettare le regole. Scommetto che lei quando si ferma al semaforo non si accoda allo scooter che la precede, ma si affianca» dico al ragazzo indicando il casco.

«Se c’è spazio, sì» risponde lui divertito.

«Ha visto?» dico alla signora, «gli scooter non rispettano mai la fila al semaforo. Si affiancano uno all’altro invadendo anche la corsia opposta».

«Se arrivi da via Marina, ti trovi un muro di scooter davanti» aggiunge un altro paziente che è arrivato da poco, giusto in tempo per sentire il mio ragionamento.

«Scommetto che lei è il classico tipo che al banco dei salumi non prende mai il numero» infierisco, «e quando qualcuno glielo fa notare, lei è sempre pronto a rispondere…».

«Non avevo visto che bisognava prendere il numero» gridiamo in coro io, la vecchia signora e gli altri tre pazienti che, nel frattempo, si sono uniti al mio comizio. «Che cosa pensa che sia quel numero rosso sul display luminoso di cinquanta pollici? La temperatura interna del supermercato?» esclamo, provocando le risate di tutto il pubblico che si fa sempre più numeroso.

Il ragazzo non si lascia intimorire dal mio comizio e sfoggia un sorriso di sfida tipico di quelli che si credono più furbi degli altri.  La sua sfacciataggine mi manda su tutte le furie.

«Scommetto che lei ha una madre moribonda in un letto d’ospedale» dico rabbioso tra le urla di assenso dei pazienti in attesa. Siamo tutti stanchi di subire le angherie dei furbetti salta fila che usano sempre la vecchia scusa della mamma in fin di vita.

«Questo è il classico napoletano che se poi va al nord, rispetta tutte le file» ormai sono salito su un muretto e guardo il mio pubblico dall’alto. «Sono sicuro che se fossimo a Milano, se ne starebbe in fila da Starbucks per ore e ore, senza fiatare. Siamo tutti qui per il Dottor De Luca. Le consiglio, almeno per oggi, di rispettare la fila» concludo e scendo dal mio pulpito.  Dalla folla festante parte un applauso liberatorio.

«De Luca è ammalato e io sono il suo sostituto. Se la signora si sposta, posso aprire lo studio» dice il giovanotto quando l’eco dell’applauso è svanito.

Nel silenzio assordante che cala sulla scena si sente solo il rumore dei miei passi mentre mi allontano velocemente da quel portone. Devo andare all’ASL a chiedere il cambio del medico curante. A quest’ora ci sarà già una fila lunghissima.


Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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