… Dimmi perché ridi amore mio proprio così buffo sono io la sua risposta dolce non seppi mai! L'auto che partiva e dietro lei ferma sulla strada lontano ormai lei che rincorreva inutilmente noi…

La Luce dell’ Est – Battisti, Mogol, 1973

La luce dell’Est

… e chissà dove sarà finito. Un viaggio, un’estate, i prati e il fresco della nebbia al mattino, un giro fugace fuori dal suo mondo per atterrare nel mio.

Esotico e povero il mio universo sconosciuto, fatto di brodi di carne e bietole rosse, di boschi, di funghi e di grandi fiori colorati, di tulle appoggiati sui capelli delle bambine: un mondo da venire a vedere per tuffarsi nella pace della povera gente, per bere dai nostri grandi occhi blu, per tornare ai suoi giorni con un’avventura da raccontare, confronti da fare al ritorno, davanti a un bicchiere di vino nelle serate tra amici.

250x250 BeachArrivato un giorno con il suo essere scuro e riccio, la pelle abbronzata e la voce bassa, con gli sguardi sgranati di chi non sa, non ha mai visto, che considerava romantica, così romantica la mia terra di notti corte e zanzare, di boschi, sterrati, vestiti da sposa venduti al mercato e case di mattoni ingrigiti.

Un incontro casuale, un sorriso e poi un altro e un altro ancora, i gesti e gli intrecci, sfiorandosi appena. Un piccolo passo e poi uno più grande, fino ad arrivare a toccarsi.

Le sue parole strane e le mie, gli inciampi sulle parole comuni: bic – chie – re, indicandone uno. Ripetere, prego: bicchiere, стекло – steklo. Mi ha sfiorato i capelli e le guance, abbiamo corso e gesticolato ridendo, credevo non sarebbe finita mai. Credevo che avrei imparato la sua lingua e lui avrebbe imparato la mia e avremmo potuto parlare e raccontarci, credevo che sarei stata qualcosa, mentre infilava le mani sotto la maglia e la sfilava via, tra le pareti della mia casa grigia e pulita, con i mobili di formica bianca e di legno scuro. Leggeva, a volte, mentre credeva dormissi ma io no, non dormivo. Stavo accucciata al mio posto, tra il suo collo e la spalla, sulla sinistra, nell’unico posto dove mi sia mai sentita a casa, protetta, sicura, a mio agio. Ci credevo, io ci ho creduto,  in tutti quei giorni di rugiada e di nebbia, e dopo non ho creduto più a niente. Chissà chi è il suo presente, nella sua mente?

глупо и в любви, o stupida e basta, non so. Fatto sta che un giorno è andato via. Un indirizzo scribacchiato su un foglio, un fiore avvizzito raccolto sul ciglio della strada e appoggiato tra le mie dita arrossate dal freddo della mattina, una sciarpa colorata (“Per te”, ha detto. для вас, dlya vas, qualcosa aveva studiato) che mi ha avvolto al collo per proteggermi nei giorni freddi, a perenne cappio e ricordo. Poi, è salito su un’auto ed è partito. Così. Forse mi ha dato le sue spiegazioni, forse ci ha provato cantando le sue parole che scivolano veloci come le slitte sui pendii coperti della neve di dicembre. Forse me lo aveva detto, ma non l’ho capito. Come potevo capire? Lo tengo ancora in una scatola, quel foglietto gualcito, insieme a un fiore vizzo e a una sciarpa di lana pesante a righe di mille colori.

Con il tempo che passa, ho imparato a non aspettare, sperando. Ho una vita normale, da donna che ha vissuto prima, durante e dopo la caduta di un muro, ho un indirizzo scribacchiato su un foglio. Ho un marito e una figlia, un gatto, un lavoro e un ricordo. Ho un presente. Ho una ferita grande che porto dentro, ogni volta che ripenso a quei giorni e a quell’auto su cui è salito un giovane bruno dell’Ovest. Lo sento e lo vedo ancora chiudere la portiera e andare via, lasciandomi lì, ferma a un incrocio alla periferia di un villaggio dell’Est, per sparire senza mai più darmi un cenno. Lo sapevo, in fondo, ma ho corso e l’ho chiamato piangendo. Lo so, io sì che lo so, come si sente un cane abbandonato al ciglio di una strada da chi ha fatto finta di amarlo.

La canzone…



Vinilmania

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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