L’insostenibile inafferrabilità del “Borotalco”

Sara Milla

Sara Milla

Anche i buffoni di corte approfittavano della battuta e della costruzione comica per esprimere la verità.

Carlo Verdone sa far ridere, eppure, in fondo al cinema, in piedi dietro gli ultimi posti a sedere, nel lontano 1982, mi rendevo conto, con una certa ansia, che non c’era poi tanto da ridere. Che il film era triste, tristissimo, amaro, amarissimo.

Il film in questione è Borotalco. L’ho sempre rivisto e riconsiderato con malessere, che diviene ancor più profondo alla visione di Compagni di scuola, dove di “riuscito” non sembra esserci niente e nessuno e dove perfino le basi più elementari della convivenza, i principi fondamentali sono diventati una passata di cipria (o borotalco) che evapora immediatamente di fronte ad un quotidiano duro perché inafferrabile.

I lavori di Verdone, quindi, “passano” sempre attraverso la comicità, ma in realtà sono film decisamente crudi. Quello che mi sembra un suo leitmotiv è il tema del  fallimento. E lo sforzo titanico per affrancarsene. Titanico e grottesco.

Per contro pensavo ai personaggi di Villaggio, che non tentano di superare il fallimento, ma di conviverci senza troppi urti, ma parliamo appunto di personaggi concepiti almeno 10- 15 anni prima.

La mia prima memoria di Verdone è relativa al programma No stop del ‘78. Verdone ha nella bisaccia un nutrito carnet di personaggi, quasi dei “caratteri” che lentamente diventano il “carattere” di una generazione, il carattere fragile e insieme resiliente della generazione di mezzo, per inciso la mia generazione, (in mezzo tra il ’68 e il carognesco ’78) quindi una generazione il cui  malessere appariva senza “giustificazione” di fronte a noi stessi che sembrava non avessimo veramente il diritto di chiedere di più, a causa del cibo assicurato, di un tetto sulla testa e della possibilità di studiare, insomma “ricchi” rispetto alle generazioni che ci avevano preceduto) il cui mascherato disagio era però evidentemente molto simile alla sintesi che ne ha fatto Verdone: il suo “vestire gli ignudi” o con gli abiti di Manuel Fantoni o per mezzo dei racconti iperbolici che si cuciva addosso Oscar Pettinari, (l'”antagonista”) in Troppo forte, parla della difficoltà divenuta psicologica di farsi strada, o di riconoscere una strada degna dei principi contrastanti ai quali siamo stati educati, quindi parla di un disagio socio economico divenuto concretamente fonte di frustrazione e di fuga, buone consigliere del fallimento.

Carlo Verdone (Sergio nei panni di Manuel Fantoni)

Mario Brega (Augusto)

Ma torniamo a Borotalco, al cinema sovraffollato del 1982, ai posti in piedi, a me e al mio fidanzato sul fondo del cinema, quasi attaccati alle tende di velluto che incontravi subito dopo le porte della sala. E a quanto mi sentivo a disagio, rispetto a quello che vedevo, a quanto la difficoltà di Sergio di prendere in mano la propria vita mi sembrasse simile alla mia stessa difficoltà e a quella del ragazzo che mi stava vicino, quanto fosse forte anche per noi il contrasto con il desiderio di un certo tipo di vita, non ricca e fastosa, ma un lavoro degno e utile, la possibilità di continuare a “studiare” tutta la vita, rimanere fedeli a se stessi, e la pressione giudicatrice, inflessibile, prevaricante degli “adulti” che imponevano una loro visione e una loro ideologia della vita, così ancora apparentemente vincente e assolutamente asservita a logiche di sopravvivenza quotidiana, senza un lavoro sulle strutture stesse della convivenza, una abdicazione in fièri che veniva trasmessa a viva forza, così come Mario Brega spinge nella gola di Sergio le famose olive greche. Un esercizio di larvata violenza che parte dal linguaggio: la ricordate la scena della telefonata che Sergio, alias Manuel Fantoni, intrattiene con Nadia (Eleonora Giorgi) da casa della sua fidanzata? Sergio interpreta a suo modo quello che ritiene un linguaggio più fine, meno quotidiano, e l’onnipresente suocero intercetta il dialogo, e interviene:

Ma come cazzo parli?

Eleonora Giorgi (Nadia)

La parola, il racconto, l’immaginazione sono la maschera, il travestimento, anche patetico, disperato, parossistico, che si connette alla volontà: di essere diverso, di avere una vita diversa, anche per qualche ora, vedersi nuovo, vedersi nel viaggio e magari finalmente partire.

Sergio non “partirà”, percorrerà la strada prevista, (introdottovi a suon di cinghiate), ma anche questa strada non è autentica, il vero “Sergio” davvero non c’è, ha oscillato tra la rivoluzione e la stasi ma sempre ad un livello di inverosimiglianza.

Roberta Manfredi (Rossella)

Ed è proprio durante la scena delle cinghiate, mentre la sala si ribaltava dalle risate, qualcosa si è appigliato alla mia coscienza. La fidanzata di Sergio, un personaggio così terribile, soprattutto per me che ero appena fidanzata e che fondamentalmente mi rispecchiavo in parte nei sogni di camere da letto, bomboniere e centrini, mi colpiva senza pietà. Era un “tipo” di donna. Rivediamo la scena dell’irruzione del padre della fidanzata con, al seguito, amico mazziato (Christian De Sica), e figlia “tantocepensapapà”. Nella sgomentevole scena di abuso (abuso di tutto), ad un certo punto Eleonora Giorgi (la ragazza corteggiata da Sergio che si è spacciato per un altro tutto il tempo) si affianca a Roberta Manfredi (la fidanzata). Sembrano due ragazze uguali, sullo stesso identico piano. Ed invece io sentivo che erano diverse.

Secondo me in quella scena, mentre si guardano di sfuggita e si valutano, c’è un riluttante passaggio  di staffetta (poco importa se poi anche Nadia farà la scelta scontata di sposare il suo fidanzato storico, a lei rimarrà il bisogno di sognare, di provare e di riuscire, e anche , così, di abbattere in parte un clichè), il passaggio da un tipo di donna ad un altro, più autonomo, più consapevole, più libero anche se, posso dirlo, più faticoso.

Forse neppure Verdone ne era consapevole, o forse sì: le due si affiancano e si distinguono. Nadia  esce di scena, ma il film si concluderà sulle note della sua canzone, quella che lei ha scritto e che ha raggiunto il suo mito, Lucio Dalla. Finisce su un sogno realizzato. E un bacio.

 

 

 

Sara Milla

Sara Milla

Tende a incarnare tutti i vizi capitali, tranne quelli che prevedono fatiche estenuanti. Gioca con le parole, filosofeggia, ascolta e ribatte.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.