Lividi

Da quando frequento Erika, prendo solo bastonate. E non parlo di mazzate in senso metaforico ma di vere e proprie manganellate.

Lei è un’attivista dell’ALF, il Fronte di Liberazione degli Animali che rappresenta una delle frange più estreme fra le associazioni animaliste del pianeta. Siamo stati in Sardegna a liberare i pesci dalle reti: randellate dalla Capitaneria di Porto di Nuoro. Siamo stati in Svezia a liberare le cavie dai laboratori scientifici di una nota azienda farmaceutica: frustate a colpi d’idrante dalla Polizia di Stoccolma. Siamo stati in Polonia a liberare i visoni dagli allevamenti lager: cariche dalla Polizia di Masanow. Siamo stati a Vicenza, allo stabilimento AIA, a incendiare auto per protesta contro l’uso degli antibiotici nella filiera alimentare: bastonate dai Carabinieri.

Erika è carina, per carità, ma averci rimesso il setto nasale, tre costole, due denti perfettamente sani, mi sembra un prezzo troppo alto per portarsi a letto una ragazza che ti piace.

Per conquistarla ho dovuto essere al suo fianco, sempre in prima linea, e a mie spese ho capito che i poliziotti, per sadico machismo, preferiscono picchiare molto di più i manifestanti maschi. E più manganellate prendevo e più lei s’innamorava di me. Lo leggevo nei suoi occhi mentre scappava lasciandomi a terra in un mare di sangue. Ero diventato il suo eroe. E più notti passavo in caserma e più il suo amore cresceva. Lo leggevo nei suoi occhi quando la mattina la trovavo fuori ad aspettarmi, vittima innocente manco fossi il protagonista di Fuga di mezzanotte.

Dopo sei mesi di bastonate, però, non ce l’ho fatta più. Adesso, quand0 vedo arrivare le forze dell’ordine, sfilo verso la coda del corteo. Nelle situazioni più drammatiche mi mischio alla folla di curiosi e giornalisti che si mantengono a debita distanza. Per confondermi meglio fra la folla, indosso una camicia azzurra sotto la maglia con la foto delle parti intime di Erika e la scritta “Questa è l’unica pelliccia che indosso”. È sconvolgente l’effetto che fa una camicia azzurra da impiegati di banca sulla polizia. Tolgo la maglietta e ai loro occhi rabbiosi divento invisibile.

«Sei diventato veloce» mi dice ogni volta Erika quando ci ritroviamo al punto d’incontro stabilito in precedenza.

Lo leggo nella sua voce che è delusa. Non tollera la mia vigliaccheria. Senza ecchimosi, cicatrici, fratture multiple, jeans sporchi di sangue e pipì, a Erika non piaccio più e ieri me l’ha confessato.

«Passa da casa a prendere la tua roba e lascia le chiavi dentro» mi ha detto prima di sparire per sempre dalla mia vita e liberarmi da questo paradosso che è diventata la nostra storia.

Così oggi sono qui. So che lei non c’è perché è a Milano a sfilare contro la vivisezione.

Per la prima volta m’intrufolo in quest’appartamento come un ladro. Dopo averlo condiviso con Erika per nove mesi, è strano entrarci oggi da estraneo. Non ho tanta roba da recuperare: un pigiama, un accappatoio, gli infradito, lo spazzolino, il deodorante, qualche libro e il mio notebook.

Non ho mai voluto trasferirmi qui nonostante Erika me l’avesse chiesto più  volte.

«Potrei curarti meglio» mi diceva bramosa mentre si accaniva sulla mia ultima ferita.

Erika segue una dieta vegana con tendenza al crudismo ed io, per potermi nutrire, avevo bisogno di un rifugio per divorare, a sua insaputa, chili di carne rossa di cui sono ghiotto.

«Hai un pezzo di carne fra i denti» mi disse con disprezzo una sera mentre facevamo l’amore.

«Non me lo dire, il brodo di mia mamma non era vegetale. L’ho scoperto solo dopo» mentii spudoratamente mentre lei già era corsa in bagno a vomitare.

Solo un ipotetico contatto con un pezzo di animale morto la faceva stare male.

Quando apro la porta Sofia mi accoglie con le solite feste. È triste scoprire che mi mancherà più questa cagnolina della sua padrona. Prima di conoscere Erika mi approcciavo al mondo animale in maniera abbastanza neutrale. Loro stavano dalla loro parte ed io dalla mia, ma da nove mesi Sofia mi ha fatto cambiare idea sulla superiorità della mia razza.

Metto velocemente le mie cose in uno zaino ma quando sto per uscire, Sofia mi guarda con angoscia. Leggo nei suoi occhi la paura.

Potrei far finta di nulla e andarmene ma decido di agire da vero animalista. Al mio cenno, Sofia si lancia per le scale. Faccio fatica a starle dietro. La trovo ad aspettarmi fuori dal portone. La prendo in braccio per un ultimo saluto. Prima di rimetterla giù la libero del vestitino che Erika le aveva fatto con le proprie mani. Lei mi dedica un ultimo sguardo e poi scappa via felice.

La rincorro urlando il suo nome a squarciagola ma ormai non riesco più a raggiungerla.  Per fortuna la trovo quando giro l’angolo. Le tolgo il nastro che Erika usa per legarle il ciuffo. Ora sembra davvero un cane.

Sofia abbaia contenta saltellando sul posto.

«Come si chiama?» mi chiede una bimba che passa in quel momento insieme al nonno.

«I cani non sono persone. I cani non hanno un nome. I cani non vivono in un monolocale. I cani non indossano vestiti. Non vanno dal parrucchiere!» le urlo mentre Sofia ormai è già lontana.

Il nonno affretta il passo per portare la bimba più lontana da me, nel più breve tempo possibile.

La piccola mi guarda con pura ammirazione e l’incanto che leggo nei suoi occhi è la giusta ricompensa a tutti i lividi che ho sul corpo.

 



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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