L’ultimo spettacolo

Metafore e simboli dell’universale umanità

Non avevo mai riflettuto sulla differenza tra cantante e cantautore, che pure sapevo ci fosse – è chiaro – ma non in modo così netto, così ragionato. Tanto meno avevo riflettuto sul fatto che il cantautore fosse un vero e proprio bivio umano tra due strade: quella del creatore di canzoni e quella del poeta, inteso come etimologicamente è: il Poiêtês, colui che fa, colui che costruisce.

Mi ci ha fatto ragionare Roberto Vecchioni. Il poeta, e lui ne rappresenta in pieno le virtù, è uno sciamano, uno che assume lo spirito del popolo, lo spirito del Tempo, der Zeitgeist. E come tale, non vive in un’epoca immediata, non vive l’eterno presente che la cultura attuale ci impone. Ha un laccio legato al passato, un pezzo lasciato lì e molti che lancia in avanti.

L’ultimo spettacolo è un addio. È una storia su due piani: il mito e il presente si intrecciano, si compensano, e si danno cazzotti allo stesso tempo. La nave del fenicio porta via il poeta, l’Omero che è cantore delle gesta di guerra, o cronista, in un mare della Grecia antica.

Ascolta, ti ricordi quando venne
la nave del fenicio a portar via
me, con tutta la voglia di cantare
gli uomini, il mondo, e farne poesia…

Intanto diventa anche un po’ Alessandro Magno, con l’occhio azzurro e l’occhio blu, il principe guerriero che torna sempre nelle canzoni di Vecchioni perché è il ragazzo che ha bisogno di riscattare se stesso attraverso l’eterna conquista.

con l’occhio azzurro io ti salutavo,
con quello blu io già ti rimpiangevo,
e l’albero tremava e vidi terra,
i Greci, i fuochi e l’infinita guerra
li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire Noi scegliamo,
non c’è un Dio che sia più forte
e l’ombra nera che passò,
ridendo ripeteva no…

Siamo noi che scegliamo la nostra strada? Siamo noi che combattiamo il destino per assicurarci la realizzazione dei desideri? No, non siamo noi a fare la storia. Quando il poeta – o l’aedo che si acceca per rimanere nel sogno – torna, la sua donna se n’è andata.

Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro:
e mille solitudini
e i buchi per nascondersi…

Ci ritroviamo a Torino, sugli scalini di un treno, a parlare di sigarette Muratti e di imbarazzi sottesi. Ci ritroviamo nel presente, quello in cui le donne non sono “roba” degli uomini, quel tempo confuso, molto più dell’antica Grecia, perché non è ancora stato fissato nella Storia, o solo nel destino.

Io di Muratti, mi dispiace, non ne ho
il marciapiede per Torino, sì lo so;
ma un conto è stare a farti un po’ di compagnia,
altro aspettare che il treno vada via,
Perché t’aiuto io ad andare non lo sai,
sì, questo a chi si lascia non succede mai,
ma non ti ho mai considerata roba mia,
io ho le mie favole, e tu una storia tua.

Io ho le mie favole. E tu una storia tua. Ci sono frasi che rimbombano per un po’. Questa è una. E vengono in mente tutti i simboli: l’occhio azzurro e l’occhio blu di Alessandro Magno sono il passato e il futuro, uno guarda indietro pieno di tristezza, l’altro guarda avanti carico di speranza. Vengono in mente le metafore universalizzate, quelle che Vecchioni a lezione di Scienza della Comunicazione chiama “le cose semplici” e dice: “semplici” non significa “facili”, perché le cose facili stimolano sentimenti retrivi.

Le cose semplici dicono a tutti che si può ancora vedere la bellezza.

E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi sulle scale,
e chi ci passa su, non sa di farmi male.
Ma non venite a dirmi adesso lascia stare
o che la lotta in fondo deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia, tu non andresti via.

L’album…
  • Titolo: Samarcanda
  • Autore: Roberto Vecchioni
  • Prima edizione: 1977

 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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