Manichini sbilenchi

E tu, chi cazzo sei?

Non sai bene chi sia quella roba che stai guardando ora, stampata nello specchio come le foto ricordo che sia agitano nell’album di famiglia di Harry Potter.

In questo corpo non ci vuoi più stare, non ti conosci, così non ti servi, non ti appartengono quelle braccia, le gambe, le spalle, il viso… potresti essere chiunque: un passante, il portinaio del palazzo di fianco, la commessa della panetteria che sorride ogni mattina quando ti dice buongiorno, un pezzo di focaccia, due rosette e un croissant, sei euro.

Osservi un viso scavato, lo confronti con le vecchie foto e ti domandi di chi siano, quegli occhi. Trasalisci ogni volta che ti rendi conto che sono i tuoi, dalla forma un po’ tonda e le iridi verdi come il muschio bagnato. Così, nel riconoscere zigomi, ginocchia, nocche e pensieri, ti ritrovi scomoda e scalza a guardare un manichino svuotato e senz’anima rinchiuso in un corpo martoriato e monco, che si agita nel tempo sbagliato di un posto sbagliato.

Ascolti migliaia di chiacchiere spente: tutti quei fatti forza, tutti quei che vuoi che sia, in fondo meglio così che con i piedi in avanti, tutti gli adesso è difficile ma vedrai che andrà meglio, un giorno sarà tutto finito… vorresti che provassero anche per un solo minuto, a passare da un fisico intonso a qualcosa di estraneo, monco e ostile.

E intanto vorresti, per un solo secondo, diventare loro, così confortevoli e certi nei loro corpi e nelle menti convinte e pietose che dipingono un domani improbabile di peonie a colori e miele d’acacia. E vorresti crederci.

Non sai neanche quello che sei diventata, ti ritrovi a fissare lo specchio e non la conosci, quella figura in jeans e maglietta dalle forme sbilenche e i gonfiori asimmetrici. Dove una volta c’era una parte di te, ora vedi cicatrici e pianure e non ti piace, così; non ti volevi, così; non ti riconosci, così.

Ti fa paura, così.

Ti è cresciuto dentro e non te ne sei accorta. Ti ha mangiata dentro e tu non sapevi, non hai capito finché non è stato tardi. Come un verme dentro una mela ti ha masticata, consumata, è cresciuto comodo e al caldo, è diventato forte, sempre più forte. E mentre quello cresceva tu che facevi, ospite ignaro di un parassita silenzioso che il tuo stesso corpo ha creato?

Ti sei tradita da sola, come potrai più fidarti di ogni tuo singolo, infinitesimo pezzo? Come potrai essere certa che non impazzirà un’altra volta per tornare a mangiarti, con calma e silenzio, fino all’ultimo brandello?

E sei sola nel mezzo del bosco, con il freddo e il buio, accompagnata dagli sguardi pietosi e silenti che ti fissano come uccelli notturni appollaiati sui rami, da parole che ti rimbalzano addosso come una pietra lanciata di piatto sul pelo dell’acqua, come l’eco che sbatte contro i fianchi delle montagne e piano piano si perde.

Sei sola, in silenzio e in piedi a fissare una prateria vuota e secca in cui non c’è nulla, a perdita d’occhio, in cui l’unica cosa vivente sei tu, sferzata dal vento, sotto la pioggia. Lo senti, il freddo?

Aspetti.

Aspetti che passi, in un modo o nell’altro; aspetti e ti osservi; aspetti e ti detesti. Aspetti.

Aspetti fino a quel momento fatato, quello in cui ti perdonerai.

Prima o poi perdonerai a te stessa la debolezza e la paura, perdonerai quel tuo corpo sghembo, perdonerai il destino.

Lo sai, che è questo che deve accadere, mentre ti guardi allo specchio dicendo a quel vetro E tu, chi cazzo sei?

Ma non è oggi, quel giorno. Ora sei qui e stai fissando un albero secco, potato da un giardiniere maldestro e ti sale la rabbia da dentro perché porta il tuo nome, i tuoi jeans, i tuoi occhi rotondi, il tuo cranio da cui spuntano ciuffi sparuti di peli dove una volta c’erano solo capelli. Gli occhi cerchiati, la schiena un po’ gobba, i calzini, la maglietta che è diventata troppo grande per quella che sei adesso, aspetti una mano calda e forte che prenda la tua, senza parlare e la stringa, anche se sei monca e sbilenca e senza capelli e ogni volta che ti guardi allo specchio ripeti e tu, chi cazzo sei?

Arriverà. Arriverà tutto, arriverà quel momento in cui stringerai una mano, la tua o quella di un altro e ti guarderai allo specchio dicendo “Ma sì, sono io”.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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