La moglie di Barry, Marcia, professoressa di letteratura a New York, era, anche nel giudizio generoso dello Svedese, “una donna difficile”, una nonconformista militante estremamente sicura di sé, molto portata al sarcasmo e a dichiarazioni calcolatamente apocalittiche destinate a mettere a disagio i signori della terra. Non c’era nulla di quanto faceva o diceva da cui non trasparisse chiaramente da che parte stava. Le bastava muovere un muscolo – deglutire mentre parlavi, tamburellare con l’unghia di un dito sul bracciolo di una poltrona, fare un cenno con la testa come se fosse completamente d’accordo – per farti capire che nulla di quanto dicevi era corretto. Per contenere tutte le sue convinzioni si vestiva con larghi caffettani stampati: una donna voluminosa che con il suo aspetto disordinato, più che protestare contro gli schemi, dimostrava la propria libertà e concretezza di pensiero. Né scemenze né luoghi comuni stavano tra Marcia e le più ingrate verità.

Philip Roth – Pastorale Americana

Marcia Umanoff

Oh – hooo, la cena annuale, tradizionale, tutti a tavola buoni e composti, in questa bella casa di periferia con il parco e gli alberi, i caminetti di pietra e le porte scure. Tutti a gioire e godere intorno alla tavola con la tovaglia bianca e i bicchieri in cristallo, tutti a bere vino corposo e costoso tirato fuori per l’occasione dalla cantina fresca e scura tappezzata di rastrelliere di bottiglie polverose e  – tutte – di ottima annata.

Siamo pronti? Partenza, via, è giunto il momento del rito, a ciascuno il suo ruolo. Il campione accomodante, la reginetta di bellezza con il pallino per le vacche, il patriarca démodé così teneramente autoritario e la di lui moglie, sempre al suo posto, come se avesse trascorso l’intera esistenza seduta sullo strapuntino ai piedi del marito e dei figli, pronta a mettere pezze alle intemperanze e a riempire piatti di patate e di fette generose di manzo.

Il mio dolce, ordinato e ordinario marito, il medico e la psicologa: ci siamo tutti, possiamo partire? Ah, no, mancano ancora all’appello i nuovi arrivati: l’ubriacona e l’architetto pittore che sembra un maiale, che si fa di nascosto la reginetta di bellezza. Basta uno sguardo per capire che scopano, eppure sembra che nessuno se ne accorga. In fondo, non vedere è più facile, dimenticare è più facile, buttare la polvere sotto il tappeto è più facile.

Scandalizzatevi per un pompino, da bravi borghesi, scandalizzatevi in pubblico, arrossite perfino, e poi fatevene tanti, purché rimaniate ben chiusi dietro le porte sprangate delle camere da letto Chippendale, avvolti da lenzuola di seta e non lo diciate a nessuno.

Scandalizzatevi per i giovani d’oggi mentre li invidiate con tutto il cuore per la forza che loro hanno, e voi invece non più; per la bellezza integra e intensa che non ha bisogno di correre in Svizzera per tornare a risplendere sui vostri volti – vero, Miss Delaware? – e voi, invece, non più: imbolsiti come vecchi cavalli, con le rughe che si affacciano al volto e le guance che cominciano a cedere, strillate contro i giovani d’oggi. È il copione, vi tocca.

Scandalizzatevi per tutti i mali del mondo di oggi, rimpiangete i bei tempi andati, quelli dell’innocenza e della vita più semplice e dura ma vera e vivace. Dai, forza, sono qui ad aspettare i vostri lamenti, le lacrime amare, la testa nascosta con ostinazione testarda sotto la sabbia.

I mostri sono in casa. I mostri li avete dentro, li avete accolti e curati con attenzione. Piccoli mostriciattoli rivoluzionari cresciuti all’ombra della vostra realtà ovattata, bella come un quadro: una gabbia stretta, piena di  sì e di condiscendenza impaurita.

Non si alza la voce, non si contraddice, non si discute: un bacio e un corso di danza, un cavallo, un abito nuovo, una nuova analista seppelliranno ogni disperazione. La disperazione si nega, non esiste. E, se esiste, non abita qui, in questa grande casa di pietra circondata da alberi e prati.

Non può essere, vero?

Non esiste la rabbia in mezzo allo zucchero. Non esiste la furia quando sei circondato da un viluppo intricato di servizievoli adulti che non pensano ad altro che a fare il tuo bene, pensare al tuo bene, dirti cosa sia, il tuo bene. Vero, Svedese? È così che l’hai persa per una rivoluzione lontana.

E negalo ancora, il tuo fallimento, dai, provaci. Inarco un sopracciglio guardandoti e tu lo sai – oh, se lo sai – che ti ho scovato, stanato, che ho letto tutto quello che credi di essere e invece non sei. Responsabile, accomodante, padre e marito affettuoso, stimato membro della comunità. Colui che si scusa, che chiede permesso e dice grazie e per favore. Colui che smussa ogni angolo, perché l’angolo fa male allo stinco quando ci sbatti contro, l’angolo è cieco e chissà, cosa può nascondersi dietro.

L’hai voluta questa vita, Svedese? Hai voluto accomodare ogni buco con quella sciropposa melassa della comprensione senza palle dell’uomo evoluto nella tradizione?

Beccati tua moglie che si scopa l’architetto grasso, sudato e un po’ squallidino. Beccati il rimorso per il morto all’ufficio postale. Beccati il rimpianto per quello che ha fatto tua figlia, la ribelle, la balbuziente, lo specchio rabbioso di tutto quello che tu non hai mai avuto il coraggio di fare: dire di no.

Ma sì, dimentichiamo tutto e beviamo parlando dei giovani d’oggi, di film e pompini, lasciamoci andare alle memorie annebbiate dal vino e diamoci ancora una volta due baci sulla guancia a fine serata,  arrivederci al prossimo anno: balleremo ancora, distratti e cortesi, sulle stesse macerie di oggi e di ieri. Ma saranno belle macerie, lucide e lustre, profumate di legno di pino.

Per cortesia, posso avere ancora una pannocchia?

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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