A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

Vangelo di Matteo 27, 45-56

Maria di Magdala e il ladro di fichi

Non so perché quando le passano accanto vanno più piano, stando attenti a non fare troppo rumore, a non disturbare, a non sollevare la ghiaia; gettano come se fosse  una moneta, uno sguardo pieno di pietà, un piccolo obolo al dolore, poi passano oltre e vanno via. Lei invece rimane lì, ferma.

Ha le dita dei piedi affondate nella polvere calda, si abbraccia le ginocchia, il mento appoggiato alle gambe, è immobile come una statua di sale.

L’orizzonte è coperto dal sole abbagliante, accecante e lei resta a fissarlo accartocciata per terra, con i piedi infilati come radici nella polvere. E guarda.

Si vede che non ha più lacrime, nemmeno una piccola, una sola per continuare a piangere ancora, dopo tutto quello che ha pianto.

Si vede che ha deciso di non muoversi da quel cumulo di sassi, con le dita dei piedi affondate nella sabbia che brucia e cuoce la pelle. Non sposterà gli occhi dal legno incrociato e vuoto, un moncone scuro e sporco di capelli e di pelle.

Non volterà il viso per distogliere gli occhi dagli spuntoni appuntiti e intrecciati che giacciono dimenticati per terra in un angolo.

Resterà lì fino al tramonto del sole, e forse anche oltre: sarà un tramonto terribile, quello del primo giorno senza di lui.

Al posto del velo ha i capelli arruffati come le stoppie riarse di un prato; al posto degli occhi, un pozzo profondo di notti insonni e troppe lacrime; e le sue mani si muovono come ragni morenti, contorte e graffiate nei palmi per avervi conficcato troppe volte le unghie.

È semplice e bella in quel dolore sconfinato.

L’avevo notata già ieri, all’esecuzione. Cercava di camminargli a fianco e allungare le dita per tentare, sgomitando e strattonando in mezzo alla folla che gridava e sputava, di sfiorargli il viso contorto. L’ho vista sorreggere un’altra donna piangente senza nessuno che sostenesse lei: sola e alta come l’ulivo sbattuto dal vento sulla cima di un monte.

L’ho vista accarezzare quel viso ormai fatto sudario e chiudergli gli occhi, baciare piano le mani e i piedi e impiastricciarsi del suo sangue, senza levarlo dal viso. L’ho vista tornare e sedersi lì, a guardare ancora una volta il patibolo, l’ultima volta in cui l’uomo ha respirato, ha parlato, ha rivolto i suoi occhi su lei, prima di appannarsi e non vedere più nulla.

Si vede che si amavano, quei due. Si amavano tanto.

È per questo che ora è qui seduta con le dita dei piedi immerse nella polvere calda a fissare quell’ultimo posto disperato in cui lui c’era, c’è stato e poi, in un momento di liberazione, non è stato più.

Non so chi fosse, se un profeta o un ladro di capre deriso e ferito prima di venire ucciso. So che lei è ancora qui, che le ho portato dell’acqua, un pezzo di pane e due fichi. Così, perché fa caldo ed è secco, è passata la Pasqua e bisogna aver cura di chi soffre da solo. L’ho fatto perché è bella e nessuno si preoccupa per lei. Le ho porto una brocca e una ciotola, lei ha scosso la testa, muta e impietrita. Non mi ha nemmeno guardato, non ha spostato gli occhi dalla cima del colle. Io non lo so, chi fosse lei prima di essere un pezzo di roccia seccato dal sole, prima di arrivare qui questa mattina all’alba e sedersi a  fissare le schegge di legno e i cumuli di sassi, le macchie brune ormai secche sulla terra battuta da troppi passi e gli stracci, lo sporco, le grida che ancora impregnano l’aria come un’eco scolpita nel vento.

Non ho idea di chi sia questo groviglio immobile di bellezza e di vuoto dal volto sporco e rigato che a volte sospira e sussurra qualcosa senza che riesca a capire quali siano le parole che escono dalle sue labbra come un lievissimo soffio. Non lo so ma mi sono seduto al suo fianco a guardare i pezzi di legno e le pietre, il sole che abbaglia e acceca, reggendo la brocca di acqua ormai calda e i fichi che si coprono lentamente di mosche felici, loro, di un pasto di zucchero senza fatica o disturbo.

Ha voltato la testa e allungato una mano. Mi ha accarezzato la guancia, l’accenno di barba, ha annuito e ora non è più qui da sola. Per quello che serve, per quello che vale, per il tempo che rimarrà qui seduta, io resto.

L’immagine di copertina è un dipinto di © Monica Giussani, 2007
Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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