«Che cosa succede qua? Che cosa succede?». Certamente attratto dal grido di Malfoy, Gazza arrivò facendosi largo a spallate tra la folla. Poi vide Mrs Purr e cadde all’indietro, coprendosi il viso per l’orrore. «La mia gatta! La mia gatta! Cosa è successo a Mrs. Purr?», gridava. I suoi occhi sbarrati si posarono su Harry. «Tu!», gridò. «Tu! Sei stato tu a uccidere la mia gatta. Sei stato tu a ucciderla! Io ti ammazzo! Io…». «Gazza!». Silente era giunto sulla scena del delitto, seguito da molti altri insegnanti. Superò velocemente Harry, Ron e Hermione e in un attimo staccò Mrs Purr dal braccio della torcia dove era appesa. «Seguimi, Gazza», disse al custode. «E anche voi, signor Potter, signor Weasley e signorina Granger».

J.K. Rowlings – Harry Potter e la camera dei segreti

Né di qua, né di là

Vivo circondato da mocciosi. Alti, bassi, lunghi, corti, grassi o secchi, girala come ti pare ma sempre mocciosi rimangono. Mocciosi speciali, mocciosi molto dotati ma, in ogni caso, mocciosi.

Urlano, corrono per le scale, si infilano dove non devono come i vermi nelle mele, infestano le stanze e i corridoi, rompono, spaccano, mangiano, fanno le briciole, ridono, alcuni si baciano, gironzolano in gruppetti più o meno sparuti e canticchiano, sussurrano, agitano le mani, si lisciano i capelli, si rassettano i vestiti alla bell’e meglio.

Mocciosi.

Non riesci a tenerli a bada, sono ovunque con quegli occhietti che sprigionano gioia, aspettativa, pieni di vita, sufficienza, saccenza, indisciplina, disprezzo, si sentono superiori, i marmocchi… oh, sì, li conosco bene, io.

Da non so più nemmeno quanti anni bazzicano, sciamano, grufolano, studiano, cantano, toccano, spostano, cadono, piroettano, si siedono, si alzano, vanno a dormire, si svegliano. Ne ho visti passare così tanti che ho perso il conto, saranno centinaia. Migliaia. Centinaia di migliaia.

Appena volto un angolo me ne trovo uno lì, esattamente nel punto preciso dove non dovrebbe stare che fa esperimenti, lui. Il moccioso. Con la bacchetta.

Sono mocciosi, sono tanti, sono degli stupidi mocciosi minimaghi che affollano ogni centimetro di questo castello e io devo pulire, riordinare, aggiustare, sistemare, cancellare, rassettare, falciare, potare, verniciare, aprire, chiudere, accendere, spegnere, controllare, sbirciare, sapere, riferire, spiare, borbottare, protestare, punire…

E c’è sempre chi li protegge, trovano sempre una sponda, una spalla su cui andare a frignare. Sempre. Il guardiacaccia, il preside, i professori… tutti contro di me, il povero tuttofare di gatto munito che nessuno mai guarda, con cui nessuno mai ride.

Mai.

Mentre i mocciosi, loro ridono eccome, ridono tanto, con le bocche spalancate, con le labbra chiuse e sprangate, con i denti di fuori, tirando indietro la testa, tenendosi la pancia, dandosi di gomito, sussultando in silenzio, lacrimando, con il viso arrossato. Che avranno da ridere sempre?

Gli stupidi ridono. Quelli che non hanno problemi, ridono. Quelli che dormono al calduccio insieme agli amichetti, ridono. Quelli che quando si intasa un bagno chiamano Gazza e non infilano le mani nel guano, ridono. Quelli che fanno volare i gerbilli e me li nascondono dietro le porte poi si mettono lì ad osservarmi con la faccia vacua di chi sta aspettando che il bersaglio di turno abbocchi come una trota, ridono. Quelli che a colazione, a pranzo e a cena hanno nel piatto le cose che amano, con tutti i denti in ordine per poterle masticare, ridono.

Io non rido. Non ho niente da ridere, per cui non rido. E poi, non ho nemmeno dei bei denti, mentre loro… loro hanno denti bianchi, grandi, piccoli, accavallati, larghi come pale di mulino o appuntiti come granelli di riso. Loro, i mocciosi.

Quelli che stanno imparando a fare le magie. A sollevare i gerbilli. A trasformare un topo in un autobus. A leggere il futuro in una cacca di quaglia. A mescolare intrugli nel calderone per distillare un pastone puzzolente che faccia ingrandire le orecchie come quelle di un elefante: e non dite che non si può perché una volta ho girato due giorni con due pale intorno alla faccia che sventolavano e si impigliavano in mezzo alle porte. Si può, i marmocchi si impegnano e ci riescono, a fare cose così, mentre io ho sputato l’anima tentando di far sollevare un formicone da terra con la mia bacchetta di prugna senz’anima. Olivander ne ha cercata una per me, ma nessuna delle bacchette in negozio mi ha scelto. Ci ho provato, ma sono un babbano nato da maghi, né di qua né di là, circondato da quadri che parlano e cantano, da scale che ruotano, da statue che si scaccolano, da alberi che menano, da animali che volano, da cappelli che parlano, da scope che volano, da palle che sfrecciano mentre le mie girano. Oh, come girano.

Circondato da mocciosi e da tutto quello che io non potrò essere mai. E il guaio, sapete qual è? Che, visto che non sono mago ma sono babbano nato da maghi, non posso nemmeno fare il babbano normale. Mi piacerebbe tanto prendere la metro, la macchina, l’aereo, fare un caffè nella macchinetta, guardare le figurette che giocano a palla dentro una scatola, entrare in un negozio babbano e comprarmi un cappello che stia zitto e un gilet. Ma non posso, non sono né di qua, né di là.

Io sto esattamente nel mezzo. E odio tutti.


 Il libro…
  • Titolo: Harry Potter e la camera dei segreti
  • Autrice: J.K.Rowlings
  • Prima edizione: 1998

 

 

 



 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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