Non esiste una cosa che si chiama fine

Eravamo rimasti al monologo di Muriel (Maggie Smith). E del resto il clima si era ben compreso già allora. Il senso di vacuità, di caducità, il fascino del tramonto non potevano che essere cercati in India, tra le bellezze e le contraddizioni di una terra dalle sfumature rosse, caldissime, struggenti.

L’unico vero fallimento è rinunciare a provarci. E il nostro successo dipende da come affrontiamo le sconfitte. Perché dobbiamo farlo, sempre.

E il tramonto cos’è, in fondo, se non l’imminente addio? Rimaniamo immobili a osservarlo mentre la clessidra disperde sabbia. Non importa, diciamo, perché lo spettacolo è bellissimo.

Possiamo essere criticati perché ci sentiamo troppo vecchi per cambiare? Perché abbiamo troppa paura delle sconfitte per ricominciare daccapo?

La risposta alle domande che Muriel, co-protagonista del film Marigold Hotel (originale: The Best Exotic Marigold Hotel), 2012, per la regia di John Madden è: sì. È la prima volta che vediamo rappresentare una vecchiaia che ci piace. Perché? Per una serie di cose che, fortunatamente, non porta in scena: non è retorica, non è nostalgica, non si rende ridicola per compiacere i giovani, non è saccente. Tutte cose che, spesso, i vecchi sono o ostentano. Invece si apprezzano una buona dose di ironia, una straordinaria cultura, una forza d’azione che va di pari passo con la coscienza dei propri limiti anagrafici.

Tutto quello che sappiamo del futuro è che sarà diverso. Forse quello di cui abbiamo veramente paura è che resti tutto uguale. Quindi dobbiamo accogliere con gioia i cambiamenti, perché come disse qualcuno una volta, andrà tutto bene alla fine. E se non andasse bene, allora, credetemi, significa che non è ancora arrivata la fine.

La prima volta però non rimane isolata, perché nel 2015 il regista ci regala il sequel: The Second Best Exotic Marigold Hotel, tradotto per l’Italia in Ritorno al Marigold Hotel. L’ironia diventa più sottilmente sarcasmo, ma del resto stiamo parlando di un cast very english, cui si aggiunge un vero esperto dello stile di vita orientale: Richard Gere, sempre bello e pertinente, anche nei panni dell’anziano.

Anche nel sequel, è Muriel a regalarci il più bel monologo sui concetti di fine e di tempo. In un periodo storico che mette in crisi gli stessi, che cancella il passato e il futuro, che si sviluppa sul mito del tempo reale, l’attimo di immobilità di una donna come Muriel, vera anima del film, ci fa riflettere sul fatto che solo il vuoto può riempirsi, che è solo nel buio che la luce può avere ancora senso.

Per i nostri Seveners, una traduzione in italiano, da leggere ascoltando la voce originale della attrice britannica Maggie Smith. E il “voi”, originariamente rivolto ai due giovani sposi, Sonny e Sunaina, non esclude nessuno. Da brividi.

Non esiste una cosa che si chiama fine. Solo un posto in cui lasci la storia. E questa è la vostra storia adesso. Ho passato quarant’anni a pulire pavimenti e gli ultimi mesi della mia vita sono co-direttrice di un hotel dall’altra parte del mondo. Ora, non avrete la minima idea di quello che succederà di voi, non provate a controllarlo, lasciatevi andare, è lì che comincia il divertimento perché, come ho sentito dire una volta a qualcuno, non esiste dono come il tempo.

 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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