Non lettori di non libri?

CHI LEGGE COSA LEGGE QUANTO LEGGE

Dal 27 dicembre 2017 ogni testata nazionale ha rilasciato almeno un articolo riguardante i poco incoraggianti dati Istat sulla lettura in Italia. Editori, librai, scrittori, critici: per nessuno di questi operatori dell’editoria quel 40.5% – pari a 23 milioni di persone dai 6 anni in su che hanno letto nel 2016 almeno un libro per piacere, a fronte di un 42% rilevato nel 2015 – è un numero da considerarsi positivo. Il 27 dicembre La Stampa titola: Solo il 40,5 per cento degli italiani ha letto almeno un libro in un anno, e ancora più incisivo sulla percezione di negatività generale, Il Corriere della Sera: Libri, 6 italiani su dieci non leggono Siamo tornati ai livelli del 2001 con un catenaccio che non risparmia nemmeno i più ottimisti: I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero (articolo di Cristina Taglietti).

Numeri, numeri. I dati Istat “fotografano” la situazione – come spesso si legge in questi articoli – e ci rimandano i numeri percentuali pari a tot “teste” di italiani con delle generiche (o generalizzate) caratteristiche personali: i lettori forti sono maggiormente di sesso femminile, vivono al Nord, sono laureati e/o hanno genitori laureati, hanno una libreria fornita di quattrocento titoli e oltre. E quelli che non leggono – e, attenzione!, i lettori forti sono quelli che in Italia leggono almeno 12 libri l’anno, roba che per la Germania sarebbe da pidocchiosi ignoranti – rinunciano ad acquistare, aprire, capire, concludere un libro in un anno. Rinunciano a quel piacere, insomma. Ma è davvero un piacere?

O meglio, riformulo, perché chiesto così sembrerebbe una domanda retorica e invece per me leggere un libro di letteratura – un romanzo – è entrare in un mondo parallelo, è godimento, è essere testimone di un limbo, di un’eterotopia alla Foucault, in cui le nostre mille personalità trovano sempre un po’ più affermazione nel mondo reale.

La domanda vera è: perché la lettura, per Istat, per gli operatori dell’editoria e per i giornalisti, deve passare solo attraverso la lettura di libri? Libri pubblicati da editori, intendo, prodotti-libro, merce business immessa sul mercato. Tanto più che non ci viene mai chiesto: cosa leggi, tu, lettore di quel 40,5% Istat?

Il lettore non forte, quello che, come sopra, non compra il prodotto di un editore, né lo sfoglia, né si sforza di capirlo, non è un non-lettore tout court. Legge. Per esempio leggerà i post dei propri contatti sui social media. Leggerà, seppur sporadicamente, gli articoli di quotidiani che più catturano la sua attenzione, leggerà informazioni su Web, per esempio attraverso Wikipedia, perché un dato argomento gli sta particolarmente a cuore.

Ne nascono due considerazioni.

La prima. Vedere l’omicidio culturale in un 1,5% in meno di lettori, se lettore è chi, dai 6 anni in su, legge almeno un libro l’anno, è, a mio avviso, non voler scoprire l’assassino. Massimiliano Parente (non sono quasi mai d’accordo con le prese di posizione di Parente, ma lo cito perché, al netto del cinismo, credo centri il nocciolo della questione) scrive:

Secondo i dati, leggono di più i giovani tra gli undici e quattordici anni, per forza, dopo si dedicano alla Playstation. Che è comunque meglio di molti libri che troviamo in classifica di vendita, perché almeno se gioco a Call of duty WW2 imparo qualcosa sulla Seconda guerra mondiale, se gioco a Assassin’s Creed imparo la Storia dell’Antico Egitto, mentre se leggo Fabio Volo imparo solo i pensieri di Fabio Volo, disimparando tutto il resto. (Il Giornale, 28 dicembre 2017)

Temo che il vero cancro dell’editoria siano gli editori. Perché non si fanno portavoce di un’educazione alla bellezza, mischiano dati e algoritmi usandoli in maniera fin troppo maldestra, e lanciano sul mercato persone, anzi personaggi, e non più storie. Sei mesi fa scrivevo:

Ferroni punta il dito sulla «democraticità nell’accesso al libro» e si chiede se la comunicazione vuota e spettacolarizzata permeante la società dei millennial sia un punto negativo in direzione di questa democraticità, che secondo un altro autore, Mario Perniola, sarebbe da interpretare come un «oscurantismo populistico». All’interno della tesi di Ferroni si può intuire che sia sempre l’editore a creare il “disguido” nell’immissione sul mercato di quelle che chiama scritture a perdere. E che sia piccolo, grande e medio non fa così tanta differenza. Anzi, il piccolo tende al medio e ha bisogno più che mai di omologarsi al mercato librario e al famigerato format dato dal bestsellerismo. Il medio è ambizioso, investe fortemente in comunicazione e, se da un lato può ancora permettersi un’autenticità nella scelta del prodotto culturale (Marcos y Marcos sceglie, per esempio, di pubblicare non più di tredici libri l’anno), dall’altro contribuisce a iniettare sul mercato una dinamica ormai ritualizzata ma che contrasta con il fine promesso dalla cultura: nel presentare il prodotto con recensioni preconfezionate dall’ufficio stampa da distribuire a blog, riviste, quotidiani e critica in generale, contribuisce a rendere il libro al pari di un oggetto qualsiasi, e non come un importante documento di un’epoca. La grande editoria lo fa anche con l’autore, fino a compromettere inevitabilmente la qualità letteraria. A ciò si aggancia l’aspetto di una letteratura carente di un intento sociale, quindi slegato dalle grandi questioni dell’esistenza e del proprio tempo. (Lo scrittore emergente in Italia. Analisi di una subcultura nella comunicazione mediale, p. 94)

 

Cosa si legge è importante.

È la stessa cosa leggere il Canzoniere del Petrarca, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, un saggio di psicologia cognitiva, un manuale di programmazione in JavaScript, una storia a fumetti o l’articolo di un rotocalco illustrato? Meglio un lettore debole capace di affrontare, in un anno, la sola lettura della Recherce di Proust, oppure un lettore forte ma “leggero”, dedito compulsivamente al consumo dei romanzi di Federico Moccia? (Paolo Costa, Il futuro della lettura. L’esperienza del testo nell’era postmediale, 2015, p. 14)

A questa stregua, allora, senza il criterio dell’educazione alla bellezza, il prodotto-libro perde il suo connotato culturale, non ha più quella funzione metonimica per cui senza non posso leggere. E a questa stregua, ancora, leggere Fabio Volo o Federico Moccia, per citare Parente e Costa, potrebbe essere un’esperienza che sta sullo stesso piano della lettura di un post Facebook. Anzi, forse un post Facebook di Ivano Porpora, per prendere uno degli intellettuali italiani più attivi sui social media, significherebbe una maggiore educazione alla bellezza. Un inizio, perlomeno.

Questa flessione negativa dell’1,5% tra i lettori di libri arriva in un anno ricco di campagne per la promozione alla lettura. Campagne generaliste, che hanno infastidito i lettori e non hanno fatto riflettere i non-lettori. Porpora, per esempio, ricorda che irrompere su un tram recitando frasi tratte da un romanzo non specificato può essere una gran rottura per chi ama leggere e ama quindi scegliersi i momenti dedicati a questa esperienza, e può essere totalmente inutile per chi non è abituato a riconoscerne la bellezza (il post Facebook di Porpora).

La seconda è una conseguenza della prima. È davvero ancora il libro (di carta o digitale che sia) il più funzionale paradigma per la lettura? Siamo così sicuri che il luogo deputato alla suspension of desbelief sia ancora, non tanto il romanzo, ma la narrazione che nasce tra le pagine di un libro? Che la letteratura sia così fortemente legata al prodotto-libro?

Io no, non ne sono affatto certa. Sono circondata da operatori del mondo editoriale che sono convinti che un romanzo debba essere “pubblicato” per avere valore. In questi giorni ho letto una discussione su LinkedIn in cui una aspirante scrittrice chiedeva se fosse consigliabile o meno pubblicare il proprio manoscritto inedito – snobbato dalle case editrici tradizionali – online a puntate. Tutti, indistintamente, hanno risposto che è altamente sconsigliato. Ma uno scrittore emergente, o aspirante tale, avrebbe comunque pochissime possibilità di essere valutato da un editore tradizionale se usasse il semplice canale “invio manoscritti”. Allora perché non dare voce alla letteratura underground? Perché non far approdare la storia su Wattpad e simili, con la possibilità, oltretutto, di essere notati dai talent scout delle stesse spocchiosette case editrici?

Cosa vogliono i lettori? Io vorrei un mondo fatto di storie belle, di bellezza nelle storie. Non necessariamente di libri. Probabilmente nemmeno di editori. E sicuramente non di dati Istat sulla lettura.

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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