Ombre sulla neve.

 

TUTTI I TEMI DEGLI OPPOSTI

Ombre sulla neve è un romanzo di Marco Travaglini, edito da Harper Collins Italia per la collana eLit (anno 2018). È un romanzo di genere thriller in una collana di soli e-book (e come elettronico, lit, come letteratura: ma non vi risuona alla mente che il titolo della collana possa essere letto anche come “élite”?) scritto da un autore esordiente, giornalista, che fa parte a tutti gli effetti di quella generazione X che Daniele Giglioli chiamò TQ (trenta-quarantenni), come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte.

E allora si fa presto a dire thriller. Perché, se è vero che Ombre sulla neve presenta tutti i canoni del genere (indagine, assassino seriale, minuzia nella descrizione del modus operandi, psicologia del killer e dell’eroe-poliziotto) è anche vero che offre al lettore una varietà di tematiche da analizzare, che lo rendono un romanzo ben piantato nel tempo attuale. E non solo: lo rendono esso stesso terreno di indagine su questi autori della letteratura anni Dieci, gli scrittori “senza trauma”.

Ma vado per gradi. Intanto la storia. In un paesino della Val Badia che fa seimila abitanti, La Villa, incastonato tra le montagne, lo stimato sindaco, che da mesi porta avanti la candidatura del paese per le olimpiadi invernali di sci alpino, viene assassinato nella propria abitazione con una modalità decisamente singolare: dopo essere stato strangolato gli viene conficcata una penna stilografica nel bulbo oculare.

Il caso viene assegnato all’amico Patrick Taller, comandante della stazione dei carabinieri della località sciistica, che sceglie due collaboratori per portare avanti le indagini: John Lentino e Bruno Martelli, rispettivamente agente in congedo della New York Police Departement e profiler dell’FBI. Perché proprio due americani? E quanti altri morti si dovranno susseguire prima di capire chi è il responsabile di una simile e apparentemente incomprensibile mostruosità?

Appena ho cominciato a leggere il romanzo, ho avvertito due cose: una ha a che fare con il ritmo, l’altra con un omaggio stilistico.

Il ritmo è lento, dosato, razionale, ma estremamente secco. Ti lascia percepire la montagna. Tu sei lì, con i piedi nella neve, con il corpo freddo, con il vento che taglia il volto, in un luogo in cui la vita scorre piano, senza fronzoli, seguendo il ciclo della natura, delle stagioni.

In una sera gelida, a pochi metri da un deposito di legname, un uomo cammina. Le mani nelle tasche, i passi che si inseguono. È solo. Solo come è sempre stato nella vita. E quando la luce di un lampione lo illumina l’uomo scorge la sua ombra disegnata a terra.

Nonostante la forte caratterizzazione del luogo (tanto che arrivo a dire che il vero protagonista è la montagna trentina), man mano che la lettura proseguiva un nome mi faceva eco: Patricia Cornwell. A circa un terzo del romanzo mettiamo davvero piede su suolo americano. Siamo a New York City, in compagnia di due uomini la cui storia entra in un livello diegetico secondario.

E qui si apre una dicotomia. È come avere in un unico romanzo due protagonisti forti ma all’opposto: con quale criterio il lettore farà prevalere l’uno piuttosto che l’altro? Del resto l’America è il sogno della generazione X, quella cresciuta a teen drama e polizieschi hollywoodiani, tanto che quei luoghi sono ben conosciuti (anche quando mai vissuti) perché rappresentano l’approdo ideale di ogni narrazione anni Novanta. Ed ecco che la Grande Mela, con la sua propria violenza e il suo proprio white noise, entra in scena con tragicità – ma, si sa, nella tragedia c’è sempre innamoramento – ed esce (materialmente ma non idealmente) piuttosto presto con il lungo saluto di Lentino ai luoghi più suggestivi.

Dico “non idealmente” perché l’America calpesta il suolo montano di La Villa attraverso questi due poliziotti cui viene passato il testimone al ruolo di protagonista. E vive in un’ulteriore dicotomia, che credo essere la più importante, e la più innovativa, se pensiamo a un romanzo comunque fortemente italiano: il tema della tecnologia salvifica.

Tra le righe di questo romanzo, molto più complesso di quello che a prima vista può sembrare, si riconoscono infatti due grandi filoni di opposti, entrambi da associare, appunto, al primo grande opposto America-Europa. Il primo è: tecnologia-natura. Il secondo è: presente-passato.

La tecnologia è, sì, nelle stazioni sciistiche, nella corsa per il primato turistico, nella Jacuzzi del sindaco, nell’attrezzatura sportiva di ultima generazione; ma è anche nei software americani per le indagini scientifiche sulla profilazione del serial killer e nelle webcam che sventano un tentato omicidio.

La natura è suggestiva, mozzafiato, cura i demoni dell’uomo. Ma laddove prende a essere l’antonimo di tecnologia, allora diventa assassina. O meglio, l’uomo diventa assassino in suo nome.

L’uomo si ferma davanti a Wolf e osserva con attenzione la vetrina che espone scarponi, sci, caschi e abbigliamento di vario genere. Tutto a prezzi esorbitanti. Poi riprende a camminare e svolta su una piccola strada ghiacciata che sale arrampicandosi su un pendio. Davanti a lui si apre la parte vecchia del paese con le sue stalle. Che non hanno più l’odore naturale di una volta, quello del letame, ma quello corrotto delle banconote, giacché presto molte di quelle stalle saranno abbattute in nome del progresso.

Eppure il passato e il presente si invertono. Con questo non intendo chiamare in causa nessuna metafora: parlo proprio di tempi verbali. La storia del serial killer è all’indicativo presente; la storia principale è al passato remoto. Perché? Difficile dirlo con assoluta certezza senza intervistare Travaglini. Di certo posso dire che il tempo presente è il tempo della suspense, e fin qui non scopriamo nulla di stravagante: il romanzo è un thriller e, anche attraverso il tempo verbale, il lettore è in una sorta di soggettiva e segue passo passo l’assassino nel compimento della sua missione.

Ma non credo sia tutto qui.

Anche il tempo verbale diventa storia, un’ulteriore narrazione tra l’onirico e reale, uno spioncino attraverso cui la generazione degli scrittori TQ (non abbiatemene: non faccio apposta a leggere continuamente romanzi scritti da miei coetanei) analizzano il proprio piccolo mondo (e non “Il Mondo”) e la sua origine, in una sorta di filosofia prêt-à-porter che ci impone di mettere in un angolo le grandi domande esistenziali per chiederci, in piccolo, modestamente e mestamente: il mio mondo da dove viene?, quando è nato?, e io con lui?. Facciamola diventare assassina, la natura, perché ci sta pure bene che la tecnologia sia la nostra nuova madre, ma instilliamo anche un piccolo dubbio. E allora lanciamo il passato nelle mani dei “buoni” e affidiamo il presente all’assassino… sia mai che lo ammazzerà per creare un nuovo grande sogno. Quello che il nostro mondo “senza trauma” ci ha sempre negato.



Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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