Penelope sedea di fronte al caro Figlio, e non lungi dalle porte; e fini Velli purpurei, a una polita sede Poggiandosi, torcea. Que' due la destra Stendeano ai cibi: nè fu pria repressa La fame loro, e la lor sete spenta, Che in tai voci la madre i labbri apriva: “Io, figlio, premerò, salita in alto, Quel che divenne a me lugubre letto Dappoi che Ulisse inalberò le vele Co' figliuoli d'Atrèo; lugubre letto, Ch'io da quel giorno del mio pianto aspergo.

Omero, Odissea – Traduzione di Ippolito Pindemonte - Libro diciassettesimo

Penelope guarda il mare

È un vento caldo e profumato di terraferma, arriva increspando le onde lontane e sbattendo i capelli e le vesti come criniere di  cavalli al galoppo. È un vento caldo e profumato che porta sogni e lacrime, che trascina lontano pensieri e domande.

So che ci sei, da qualche parte a vagare tra rovine e paesi lontani privi di nome, tra dei camuffati e donne vogliose di eroi. So che mi cerchi tra altre braccia, e so che tra altre braccia non mi troverai.


Per questo verrai a me, per quanto quei corpi siano giovani e lisci come bucce delle albicocche appena spiccate dall’albero. Verrai a me, per quante ricchezze o poteri possano offrirti.

E ti accoglierò, mostrandoti la grandezza del perdono per la tua vanità. Perché sei il mio sposo nell’anima.

Tu sei l’ulivo dalle chiome fitte che si tendono verso il cielo: duro e forte, ti innalzi in alto nel cielo e giù nel profondo.

Ma io… io sono la terra che tiene in vita l’ulivo. Sono la terra umida, invincibile, profonda e solida.

Sei affondato dentro di me come le radici dell’albero antico che hai tagliato e modellato, colpo dopo colpo con l’ascia affilata fino a trasformarlo in un talamo, il nostro. Senza la terra ad accoglierlo e mantenerlo al sicuro, a proteggerlo e nutrirlo, ogni albero è morto, secco e fragile ai venti, alle piogge battenti, ai fulmini precisi e mortali. Così sei tu, ovunque tu sia, qualsiasi sia il braccio, di ancella o regina, che ti cinge in questo preciso istante.

Puoi pensare di andare, ma in realtà tu sei qui. Perché sono il tuo approdo, sono il tuo rifugio sicuro. Senza me  stai soffocando lentamente, ovunque tu sia.

Tesso e tengo le fila di un’isola popolata di avvoltoi rapaci e affamati, pronti a spogliare il mio corpo e il palazzo. Tesso un sudario nei colori del cielo e del sole quando affonda dietro la linea del nulla, lo riduco a brandelli ogni singola notte. Mai vedrà un giorno nuovo, mai vedrà una fine, mai vedrà la mia resa.

Mai.

Trama e ordito, colori intrecciati in immagini di soli e di oscurità: sapessi come fare, chiamerei a raccolta gli dèi e le anime tutte, ordinerei loro di far cessare il nostro peregrinare.

Perché ti aspetterò fino alla fine dei giorni, Uomo errante tra i mari e le terre sconosciute della Conoscenza. Ti aspetterò fino al termine dell’eternità e poi ancora un giorno, ma ciò non vuol dire che questo mi piaccia.

Mi fosse concesso dire, partire e combattere contro gli esseri delle paludi, contro le pelli lisce come bucce di albicocca, contro le lusinghe vane e pompose del Sapere, contro gli ori e i diamanti, contro i medaglioni forgiati nel bronzo e nell’oro.

Mi fosse concesso tuffarmi dalla roccia più alta e farmi abbracciare dalle fredde acque salate e mosse dal vento, cavalcare un delfino fino alla più prossima lingua di terra e partire calcando sabbie, rocce e prati, urlando forte il tuo nome, nel nome della Verità e della Virtù della terra che accoglie le radici profonde, lo farei.

Quanto vorrei brandire una spada, accenderla di fuochi e di ghiaccio con il potere della Verità, con la Rabbia per l’infinito compito dell’attesa che Dei stolti e beffardi mi hanno affidato. Quanto vorrei abbattere le mura di alte città, sfondare le porte di legno pesante  e gridare, con voce bassa e possente udita da tutta la Terra, e giù fino all’Ade, e su fino all’Olimpo:

«Lasciatelo tutti, lasciate il mio albero, lasciatelo alla sua terra affinché possa dare frutti e stagliarsi più in alto del monte più alto del mondo,  fino a toccare il carro del Sole!

Lasciatelo a me o verrete calpestati come le formiche che siete, voi che pensate di tenerlo alle vostre corti come servo e cantore, come ospite e intruso, come amante e guardiano di porci.

Sempre troppo e sempre troppo poco, tra voi.

Perché, se l’albero non torna alla terra cui appartiene, è destinato a seccare e morire, debole e schiavo, misero ciocco di legno da sgabelli per mungere le vacche anziché trono che ospita i re.

E voi, tutti voi, sarete destinati a pagare per questo».

Ma non posso. Io sono la terra, non mi è stato concesso.

Tutto ciò che mi è dato è il silenzio modesto, la quiete del telaio e la cura dei vecchi, del figlio e degli averi. Mi è concesso difendermi, con il cervello e un coltello affilato nel buio della notte profonda.

 Mi sono concessi il talamo vuoto, la notte, e la solitudine.  Mi è concesso guardare le onde del mare che si infrangono sulla spiaggia rocciosa, passano oltre e vanno via.te, madre di Telemaco, sposa di Odisseo, Signora di Itaca.

Mi sono concessi il sapere e gli urli silenziosi da regalare al vento e alle nubi, mentre osservo la linea dell’orizzonte, dove il mondo finisce e cade nel buio del nulla. Mi è concessa l’attesa.

Mi è concessa l’illusione della speranza vana.

Mi è stato concesso l’Amore.

Sono Penelope, figlia di Icario e Policaste,  madre di Telemaco, sposa di Odisseo, Signora di Itaca.

L’immagine di copertina è un dipinto di Francesco Primaticcio, Ulysses and Penelope, 1563
Il libro…

 

  • Titolo: Odissea
  • Autore: Omero
  • Prima edizione: VI secolo a.C.


 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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