Li accompagnò a sedere su bei sedili e sedie a braccioli, poi mischiò per loro formaggio, farina d’orzo e miele nel vino di Prammo, ma alla bevanda unì dei veleni, perché dimenticassero completamente la loro patria. E appena ebbero bevuto, subito dopo, spingendoli con un bastone, li chiuse nei porcili. E quelli avevano ormai testa, voce, setole e pelle di porco, ma la mente era rimasta la stessa di prima.

Omero, Odissea – Libro X, vv. 233-240

Perle ai porci

Lui si congiunge, si accoppia. Con Dee, Ninfe o semplici donne – di cui nessun aedo canterà le gesta poiché non sono regine o sacerdotesse ma solo servette ammaliate dal gran condottiero -, lui si congiunge. Sì, insomma, tromba. Ovunque andiamo, lui tromba e aspira al ritorno, circondato da lini finissimi e coppe traboccanti di vino. Lui tromba e io sono qui, in un recinto fangoso a osservarlo aggirarsi impettito nei boschi.

A noi, invece, le ancelle di Calipso, quella strega malata, tirano ceste di ghiande e di avanzi dei pasti, ci prendono in giro ridendo maligne e quando si sono stancate delle loro stridule celie, chiudono il cancello e ci lasciano qui nel recinto.

Oh, è scaltro e tenace, lui sa come fare a farsi seguire fino ai confini del mondo, lui le parole le usa per bene, come usa per bene la testa. Ormai lo sappiamo quando cova qualcosa: lo sguardo nero si perde nell’orizzonte, immobile osserva un mondo lontano che solo lui riesce a vedere e che mai ci racconta, anche se siamo i suoi fedeli compagni di viaggio e avventura.

Ma che ne sapevo che una semplice coppa di vino mi avrebbe piegato la schiena, deformato la faccia, fatto spuntare una coda ritorta? Come potevo sapere che non sarei più stato in grado pronunciare suoni comprensibili a orecchie di uomo ma solo grugniti e acuti squittii? Ho bevuto un intruglio mascherato da vino e ora eccomi qui, a rotolarmi nel fango per scacciare gli insetti, a nutrirmi di luride ghiande e di radici amare.

Invece lui, mi spiegate come ha fatto a scampare la sorte? Perché si aggira ridendo, contento, sottobraccio alla strega? Come ha fatto a conservare due gambe, due braccia, la barba, la capacità di pronunciare parole?

Abbiamo giurato di seguirlo fino alla fine della terra e ritorno manovrando le vele, remando tra mille tempeste, scagliandoci in mezzo ai nemici; con lui, gridando e brandendo le daghe e le lance, siamo corsi in faccia alla morte beffandola all’ultimo istante; per lui abbiamo affrontato i gorghi nascosti, le orecchie riempite di cera e lo abbiamo guardato inermi mentre legato si contorceva tra il desiderio di abbandonarsi al richiamo mortale nascosto tra le rocce appuntite bagnate della schiuma salata dei flutti e la volontà di resistere, in una lotta così possente da squarciargli le carni. Lui, che deve sempre essere il più grande, il più forte, il più coraggioso, il più scaltro.

Lo abbiamo ammirato, amato, seguito. Abbiamo visto compagni morire, insieme abbiamo dimenticato il presente, il passato e il futuro, sdraiati su spiagge assolate in compagnia delle nostre dolcissime visioni malate.

Ci ha giurato il ritorno allo scoglio assolato circondato dalle onde del mare che si uniscono alla volta del cielo, quel sasso pelato che spunta dall’acqua su cui combattiamo ogni giorno per strappare al sole impietoso dei pascoli per le nostre greggi e gli ulivi possenti: la casa dove abbiamo lasciato le mogli, i figli, i padri e le madri, i fratelli, il bestiame. Ha giurato.

Fino a ora ho sempre creduto che saremmo salpati ancora una volta e poi un’altra ancora fino ad arrivare alla meta per poi ammainare le vele, deporre i remi e smontare una volta per tutte il timone e non lasciare la nostra terra, mai più.

Insomma, magari un giro veloce ogni tanto per andare a pescare, ma al massimo dopo un paio di notti accampati in una baia a ricordare il passato glorioso addolcito dal velo benevolo della memoria, saremmo tornati alle case costruite sulla solida pietra, alla noia agognata del guerriero disperso e trovato, che finalmente riposa tra le braccia aggrinzite dal tempo della moglie fedele.

Invece adesso vacillo.

Vacilla la mia convinzione, la fede imperiosa in un uomo, nel Capo, nel mio comandante. Accarezza i riccioli neri della strega e la sfiora, disquisisce di Dei e di storie di mare, le racconta per filo e per segno le nostre avventure e gli eventi del mondo, passa vicino sfiorandoci appena con gli occhi, indifferente alle nostre disgrazie. Sembra che abbia qualcosa di meglio da sfiorare con gli occhi e non solo, lui.

Si è anche messo a piovere. Lui sarà certo corso al riparo nella caverna incantata, starà asciugando la pelle di velluto della strega, mescolando le gocce d’acqua ai sospiri, starà certamente… mentre io sono qui a scivolare con le zampe nel fango, senza riparo o consolazione, senza una donna che mi tolga le vesti zuppe di dosso e mi porga, con le sue mani bianche, una tunica calda e pulita. E non mi dite che là c’è una scrofa, va bene? Non sono quel tipo di uomo, nemmeno da porco.

In fondo, che ho fatto? Ho solo svitato il tappo dell’otre dei venti quando già eravamo in vista della costa natìa. Una semplice, ingenua curiosità: è forse per questa mancanza che, oltre al prolungarsi del nostro patire, la sorte malvagia ha deciso che io fossi tra i primi ad addentrarmi nel verde di quest’isola grama, a godere l’inganno crudele di vino, formaggi e di pane truccati come i dadi di un baro in taverna, a trasformarmi, cosciente, in un grasso maiale?

Il Fato a volte aiuta chi resta, non l’audace che parte – suo malgrado, va bene, ma in fondo quello che importa è il risultato e io ero tra i primi, i prodi, gli esploratori! -: a lui, i favori della strega, la figlia dimenticata degli Dei. Invece a noi, poveri e maleodoranti navigatori raminghi, uno stretto recinto e uno scomodo, stupido grugno di porco.

L’immagine di copertina è un dipinto di Arthur Hacker (1858 – 1919) e si intitola Circe, 1893.

 Il libro…
  • Titolo: Odissea
  • Autore: Omero (VI secolo a.C)
  • Edizione: 1991, Mondadori Collana: Oscar classici greci e latini – traduzione: A. G. Privitera

 

 

 


Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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