Ponzio Pilato



Non sono un germofobico paranoico ma vedere che c’è ancora gente che non si lava le mani dopo essere andata in bagno, mi fa semplicemente ribrezzo.

Figuratevi che io, per non contaminare le mie parti intime con i germi annidati sulle maniglie, le mani le lavo anche prima.

Per me entrare in un bagno pubblico è una prova di abilità: apro la porta con il gomito, giro il chiavistello con il ginocchio, alzo la tavoletta con la punta del piede e premo lo sciacquone col tacco.

Tranquilli, lo so a che state pensando, nei bagni pubblici manca spesso il sapone: proprio per questo, porto sempre con me un flacone di Amuchina Gel. Benedico il momento in cui nel mondo cominciò a diffondersi l’influenza aviaria. In quel periodo cominciò la mia dipendenza da questo miracoloso prodotto del quale non posso più farne a meno.

Il vero dramma però è che un bagno pubblico si può evitare, ma il bagno dell’ufficio no. E, giacché non potrei stare nove ore in ufficio (senza contare le due ore di viaggio) senza andare in bagno, ho preso le mie precauzioni. Avevo assistito personalmente a episodi deprecabili ma per avere un quadro completo della situazione, nell’antibagno del mio ufficio ho installato – di nascosto – una telecamera. Il risultato è stato sconvolgente: il 37% dei miei colleghi non usa lavarsi le mani dopo essere andato in bagno e la cosa più sconvolgente è che il 9% di questi sudici personaggi è di sesso femminile.

Dopo una settimana di riprese sono riuscito a identificare tre tipologie diverse di sporcaccioni: l’integralista, che le mani non le lava mai; il pierre, che lo fa solo alla presenza di testimoni; il superficiale, che bagna solo i polpastrelli di due dita per mano, senza usare il sapone. Di quest’ultima categoria fanno parte i narcisi che, approfittando del fatto di avere le dita bagnate, si mettono a posto il ciuffo davanti allo specchio.

Alla luce di quest’agghiacciante risultato, ho dovuto imparare in fretta la tipologia associata a ogni collega diversamente igienista. Avendo come riferimento la legenda I->Integralista, P->PR, S->Superficiale, per mesi ho ripetuto mentalmente l’appello dei colleghi e la lettera associata al cognome.

Siccome è impossibile evitare ogni tipo di contatto con questi soggetti pericolosi, ho integrato l’uso dell’Amuchina Gel con uno spray disinfettante che ho visto dal mio dentista. Appena vedo nelle vicinanze uno dei potenziali untori, parto con la sventagliata di Germocid Spray.

Il potente disinfettante ha già messo KO due mouse e una tastiera ma la paura del contagio è troppo forte per escludere le apparecchiature elettroniche dalla disinfestazione straordinaria.

«Perché spruzzi sempre questo coso?» mi chiede all’improvviso la mia collega di stanza. La vedo che guarda il mio Germocid con invidia. Lei è una tipa a posto: gira con le salviettine umidificate e molto spesso mi chiede l’Amuchina in prestito.

«Sai che il posto di lavoro deve essere sempre pulito?» le rispondo acido.

«Questo è un guardolificio, non uno studio dentistico» risponde subito lei.

«Lavorare la pelle non ci esula dal rispetto della legge sulla sicurezza sul lavoro» le dico accomodante mentre passo a disinfettare la sua scrivania.

Lei accetta il tono di scuse della mia risposta e mi dà una mano a pulire il suo posto di lavoro.

Sul più bello entra nella nostra stanza Nardini, l’addetto agli ordini. «Puzza di ospedale qui dentro» dice Nardini con tono canzonatorio.

«Odora di pulito» lo correggo, sperando che non tocchi nulla.

Nardini è una vera I: non ha mai lavato le mani.

«Ti prendo le fatture che mi hai chiesto» gli dice la mia collega uscendo dalla stanza.

Nardini poggia le sue mani luride sullo schienale della mia sedia. Guardo lui, poi lo schienale, poi lui.

«Devi pulire la sedia?» mi chiede Nardini a disagio e non riesce a togliere le mani in tempo per salvarsi dal mio spruzzo miracoloso.

«Scusa,» aggiunge asciugandosi le mani sui pantaloni «ma la ditta che fa le pulizie giù non sale pure a questo piano?».

«Sì, ma qui non entrano, perché ci sono troppe carte in giro» gli rispondo continuando a spruzzare dappertutto.

«Alberti mi ha detto che qui avete del ghiaccio» mi dice finalmente il lebbroso.

Alberti, Canfora, Filippini, Nardini e Testa sono i cinque colleghi classificati con la lettera I che ancora non sono saliti a chiedermi il ghiaccio.

«E ad Alberti chi gliel’ha detto?» chiedo curioso.

«Stinolli del personale».

Stinolli è una lettera P che non aveva diritto al ghiaccio ma per lui ho fatto uno strappo alla regola.

«Non si sa nulla del sabotatore?» chiedo a Nardini mentre entro nell’archivio.

«Ancora no! Se lo scoprono, rischia il linciaggio» urla lui per farsi sentire da tutto il piano.

Torno da lui con un bicchiere di plastica tipo Crystal pieno di ghiaccio proprio mentre la mia collega rientra nella stanza.

«Grazie» dice Nardini prendendo il bicchiere dalle mie mani e le stampe che gli porge Nadia.

«Dici pure ad Alberti che quando vuole può salire» esclamo mentre mi cospargo le mani di Amuchina.

«Hai avuto un’ottima idea» mi dice Nadia quando Nardini è uscito dalla stanza, «è gentile da parte tua. Per fortuna non chiedi soldi in cambio, altrimenti penserei che il sabotatore sei tu».

«Io?» dico spaventato e la mia reazione suscita una grassa risata nella mia collega.

Entrambi ridiamo a crepapelle pensando al sabotatore.

Da un po’ di tempo nella nostra azienda c’è qualcuno che sabota il sistema di raffreddamento dei distributori automatici e così le bevande sono sempre calde.

Mentre Nadia ed io ridiamo come scemi ripenso ad Alberti, Canfora, Filippini e Testa, i quattro colleghi classificati con la lettera I che ancora non sono saliti a chiedermi il ghiaccio.

Solo quando anche quest’ultimi quattro mi avranno chiesto il ghiaccio,  la mia vendetta sarà completata.

Dopo aver visto i filmati provenienti del nostro bagno, ero talmente arrabbiato con i miei colleghi che ho pensato a un modo per fargliela pagare. Inizialmente avevo pensato alle arachidi. Mi ricordavo che una società di Londra aveva compiuto un giro ufficiale nei bar londinesi prelevando campioni delle noccioline gratuite. Le analisi avevano rilevato che quattro su sei contenevano enterobatteri presenti nelle urine e nelle feci. Questo ovviamente perché tanta gente non si lava le mani dopo aver usato il bagno. Avevo iniziato a girare per i peggiori bar della città alla ricerca delle arachidi che finivano sui tavoli, sui banconi e soprattutto a terra. Armato di guanti in lattice, pinzette chirurgiche e bustine asettiche, raccoglievo quei cimeli come un investigatore della serie CSI. Compravo poi le arachidi al distributore, svuotavo il contenuto nel water e riempivo la bustina delle noccioline prelevate nei bar. Avevo sottovalutato che le arachidi si accompagnano bene a una birra, a un drink, che non possono mai mancare a una festa ma che nessuno si sogna di mangiarle durante il lavoro. Fanno venire sete e ungono le mani, due motivi per non essere amati da chi lavora la pelle.

Per fortuna qualche tempo dopo lessi su internet che un ragazzino americano di soli dodici anni, per un progetto di scienze, aveva dimostrato che l’acqua che compone i cubetti di ghiaccio serviti nei fast-food, sia più sporca e piena di batteri che non l’acqua prelevata dai bagni degli stessi ristoranti.

Avevo trovato il mio cavallo di Troia, dovevo solo fare in modo che le bibite al distributore fossero calde.

Tutte le mattine passo dal McDonald’s della Stazione Centrale e compro una bottiglietta d’acqua. Al giovane di turno chiedo se posso avere un po’ di ghiaccio. Trasferisco i cubetti infetti in un thermos per il caffè e chiudo tutto nel mio zaino termico pieno di siberini. Quando arrivo in ufficio, metto il thermos nel congelatore.

«A me, però, non lo hai mai offerto» mi fa notare Nadia all’improvviso. Ha smesso di ridere e con il trucco sciolto dalle lacrime sembra un pagliaccio uscito da un B-Movie horror.

«Hai ragione» le rispondo, «vuoi del ghiaccio?» aggiungo senza troppa convinzione.

Lei ci pensa un attimo ma poi risponde: «Io bevo solo acqua a temperatura ambiente».

«Anch’io!» affermo sollevato.

«Ecco un altro indizio che potresti essere tu il sabotatore» e Nadia ricomincia a ridere a crepapelle.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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