Perché io sono colei che è prima e ultima, io sono colei che è venerata e disprezzata, io sono colei che è prostituita e santa, io sono sposa e vergine, io sono madre e figlia, io sono le braccia di mia madre, io sono sterile eppure sono numerosi i miei figli, io sono donna sposata e nubile, io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito, io sono colei che consola dei dolori del parto. Io sono sposa e sposo, e il mio uomo nutrì la mia fertilità, io sono Madre di mio padre, io sono sorella di mio marito, ed egli è il figlio che ho respinto. Rispettatemi sempre, poiché io sono colei che dà Scandalo e colei che Santifica.

Inno a Iside, rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto, risalente al III-IV secolo a.C. - “Runemal, il Grande Libro delle Rune”, Edizioni L’Età dell’Acquario

Preistoria, anno 2018 d.C.

La notizia riempie un trafiletto non certo da prima pagina, di sicuro non intasa i pomeriggi di discussioni in tv, e nemmeno solletica le serate tematiche di Vespa. Verrebbe da definirla notizia di serie C o D se non fosse che, pur nella sua brevità spazio-temporale e nella sua secondarietà di interesse, non raccontasse di un mondo che sembra girare al contrario, senza seguire logiche che dovrebbero essere scontate, non introducesse in un campo minato da ipocrisia, censura e moralismo sparsi a caso, se non raccontasse di una lente, filtrante contenuti, quanto mai imprecisa che diventa, a volte, lama che spacca in quattro un capello, altre un colabrodo con maglie larghe da lasciar passare qualunque cosa, anche la più assurda e ripugnante.

La notizia racconta, facendosi denuncia, di una foto rimossa da un post del Social Network più popolare, Facebook, perché ritenuta sconveniente, volgare, addirittura pornografica. Facebook, insomma, ha inciampato durante la funzione di controllo e ci è ricascato, bollando, censurando, negando la Storia degli albori e la Storia dell’Arte, instillando malizia e promuovendo, di fatto, ignoranza.

Nell’occhio miope del ciclone sono finiti undici cm di roccia calcarea dipinti con pigmento rossiccio, scolpiti in una composizione equilibrata e simmetrica, caratterizzati da parti più luminose sporgenti e parti più scure incavate a creare un effetto di chiaroscuro vibrante, risalenti al Paleolitico e realizzati tra il 23.000 e il 19.000 a.C.

The Venus of Willendorf. Courtesy of Naturhistorisches Museum Wien

L’occhio miope del ciclone si è abbattuto niente meno che sulla Venere di Willendorf  – dal nome della località austriaca in cui è stata trovata nel 1908 – una statuetta che rappresenta una donna nuda, con seni rigonfi, fianchi e glutei poderosi, vulva prospiciente, testa e arti poco dettagliati, la più famosa statuetta femminile proveniente dall’Età della Pietra, ritenuta talmente preziosa che, fino al 1998, ne sono state esposte al pubblico solo delle copie mentre l’originale si trova, protetta da una vetrina blindata, nel Naturhistorisches Museum di Vienna.

Forse l’occhio miope del ciclone, mentre censurava, non sapeva che la statuetta fa parte delle Veneri preistoriche scolpite in pietra, in osso o in avorio e tutte, ma proprio tutte, raffigurano donne dai tratti sessuali molto accentuati che rimandano a una civiltà che riconosceva nella fecondità, nella fertilità, nella prosperità, della specie e della natura, un requisito essenziale per la propria sopravvivenza; forse non sapeva che non si tratta di ritratti di donne vere ma, appunto, solo di rappresentazioni simboliche che rimandano alla vita e alla sua continuità.

Forse l’occhio miope del ciclone, mentre bollava, non immaginava che anche l’utilizzo dell’ocra rossa rimanda al colore archetipo del sangue mestruale che annunciava la capacità della donna di poter dare ciclicamente nuova vita e di allontanare, così, la paura dell’estinzione assicurando progenie, garantendo futuro. Forse non considerava che, proprio dalla ciclicità del mestruo femminile, derivò la presa di coscienza dello scorrere del tempo e che il calendario era, inizialmente, lunare anziché solare, con l’anno diviso in tredici mesi corrispondenti ai tredici cicli mestruali delle donne.

Forse l’occhio miope del ciclone, nella sua caccia alle streghe, non ha considerato che, agli albori della civiltà, la prima Dea a essere venerata fu la Grande Madre emblema dell’origine, simbolo creativo per eccellenza, colei che non solo donava la vita ma ne garantiva la sopravvivenza mediante il nutrimento con il suo latte; la donna e madre che rappresentava non solo il mistero del concepimento, ma anche la Terra che dava frutti, la Luna con le sue fasi, le stagioni, il ciclo della vita e la morte.

Forse è mancata, nella valutazione di ciò che è lecito o meno, quella capacità del due più due di ritenere la statuetta un simbolo religioso e propiziatorio che andava collocato in un senso più elevato – e che quindi non si ferma certo solo nella nudità – all’interno del culto della Madre Terra e del Femminile la cui fusione costituisce la Grande Madre descritta da Jung come

la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile;

la Grande Madre con i suoi infiniti aspetti essendo contemporaneamente Donna, Madre, Amante, Sorella.

Forse l’occhio miope del ciclone non ha ricordato che, dall’Homo sapiens e per moltissimo tempo, dal 30.000 a.C. fino al 3.000 a.C., l’umanità ha fatto ricorso alla Grande Madre come la Dea Unica alla quale ogni civiltà attribuì tanti nomi diversi: Inanna per i Sumeri, Ishtar per i Babilonesi, Parvati per gli Hindu, Cibele, Demetra, Persefone, Proserpina; Iside per gli Egizi, Eva/Serpente per il Vecchio Testamento, l’animale che sulla Terra è adagiato e compenetrato in essa. Non ha considerato che fino al 3.000 a.C. la struttura socio-economica era prevalentemente matriarcale, e solo da lì in poi prevalse quella patriarcale e, dal 3.000 a.C. ad oggi, nell’immaginario collettivo, si è sostituita la figura del Dio maschio che ha comunque assorbito in sé qualità femminili come quella della creazione e del dare la vita, mentre la Dea è stata relegata al ruolo di madre o sposa o sorella del Dio o, come avviene per la religione cattolica, di Madre Vergine.

Forse l’occhio miope del ciclone non ha mai incontrato la Venere di Willendorf nel romanzo fantascientifico Mangiatori di morte di Michael Crichton, o nel videogioco Far Cry Primal, o nella serie The Young Pope di Sorrentino e, forse, cosa ben più grave, non sa che è presente in tutti i libri di Storia e di Storia dell’Arte senza per questo diventare stampa di genere pornografico.

L’occhio miope di Facebook ha censurato tutto questo rinnegando, di fatto, un pezzo di Storia dopo che una artivista italiana, Laura Ghianda, ne aveva postato una foto. Motivo della censura: la statuetta è nuda, l’icona è stata catalogata come materiale pornografico, dunque è stata rimossa. Mancano solo ciao, tanti saluti e grazie!

A darne comunicazione ufficiale è stata la rivista specializzata Art Newspaper e poi divulgata dai vertici del Museo di Storia Naturale di Vienna nella persona del suo direttore, Christian Köberl che, giustamente esterrefatto, ha commentato:

Si tratta della rappresentazione preistorica di donna più popolare e conosciuta al mondo. Riteniamo che un oggetto archeologico e, in particolare, un’icona di questo tipo, non debba essere vietata su Facebook né debba esserlo nessun’altra opera d’arte.

Facebook, oltre che miope, sembra essere sordo a qualunque appello, anche di quelli di casi precedenti visto che, nelle ultime settimane, stessa sorte è capitata all’immagine del dipinto olio su tela L’Origine du monderealizzato nel 1866 da Gustave Coubert e conservato nel Museo D’Orsay di Parigi – perché il quadro, rappresentando il pube di una donna nuda, “viola” le regole dei Social. Al lupo al lupo, l’account personale del professore parigino, appassionato di Arte Moderna, è stato cancellato e il caso è finito, dritto dritto, in tribunale.

Bocciata anche la foto de Il bacioil gruppo scultoreo in marmo del Maestro del Movimento Realista Francese dell’800 Auguste Rodin – che raffigura l’unione tra Paolo e Francesca, narrata nel V Canto della Divina Commedia, definita troppo osé e, quindi, non appropriata. Ironicamente verrebbe da dire che, si spera, nessuno dia seguito alle indicazioni dell’occhio miope altrimenti si finirà per cancellare alcune  tra le più belle pagine di tutta l’opera dantesca in quanto non ritenute adatte a studenti liceali ancora minorenni.

Fin qui per soffermarci solo – e sottolineo solo – sugli episodi dell’ultimo periodo perché, andando a ritroso, di situazioni simili se ne trovano a bizzeffe al punto che quasi verrebbe da pensare che, probabilmente, secondo il Social Network più popolare da sempre, sarebbe da “vestire”, o sapientemente occultare, metà del patrimonio artistico mondiale che per nudità o posa ritenute scandalose, offenderebbe il comune senso del pudore  degli occhi delle migliaia di visitatori dei musei o delle gallerie d’arte.

È innegabile che questi episodi diano una visione di applicazione della censura da parte di Facebook quanto mai borderline e assurda: severa in alcuni casi, totalmente assente in altri, specie se si legge dalle linee guida che sono vietati materiali “minatori, pornografici, con incitazioni all’odio o alla violenza forte o gratuita” salvo, poi, permettere lo scorrimento e la visione di post o video con cruenti maltrattamenti fino allo sfinimento di animali, suicidi annunciati via Social, decapitazioni, apologia di reato e migliaia di profili di esibizioniste/i che farebbero arrossire anche i più incalliti e depravati guardoni.

Talmente moderno sembra il Canto di Iside dell’epoca dei Faraoni, esposto in alto, tanto arretrata e bacchettona sembra, nel contesto esaminato, la politica censoria di Facebook.

«Ho fatto pensieri impuri sulla Venere di Willendorf, la statua paleolitica di donna che ha il Papa nella sua biblioteca. Tiene 25.000 anni», dice il Cardinale Voiello (Silvio Orlando) in The Young Pope. Facebook ha fatto pensieri di censura, senza se e senza ma, senza informazioni neanche tanto impossibili da trovare, applicando un principio che sembra più di mera malizia che di vera necessità, negando la Storia dei secoli e dell’Arte.

Ho mitigato con tanti forse: voglio lasciare a Facebook un’attenuante, da colmare, per il futuro.

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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