Quello che andava fatto

Tu o lei – hanno detto. – Tu o lei, scegli.

Che dovevo fare, quando in realtà di scelte non ne avevo?

Ha chinato il capo e mi ha detto di stare tranquillo, che andava bene così, che era giusto così. E l’ho fatto.

È stato in quel momento, quando è andato bene così, quando ho fatto quello che era giusto, che tutto è cambiato ed è iniziato il dopo. Non è stato giusto così.

È stato l’inizio di un incubo caldo di insetti fatto di giorni e di notti senza senso o profumo. C’erano le urla e il fumo, i vestiti sbrindellati e le marce tra i rovi e l’erba alta.

Urli, tanti urli e puzza di paura, la nostra e la loro. Travestiti da incubi, noi e loro, giorno e notte. Così tanti giorni, così tante notti, da perdere il conto.

Nasconditi dietro quel cespuglio, fumati l’ultima prima di andare poi al segnale striscia come un serpente fino alla prima capanna e nasconditi ancora come un ratto di fogna sotto quella catasta di lamiere ed erbacce. Aspetta, aspetta ancora finché non senti le prime grida di rabbia e paura, finché non li vedi correre fuori come formiche che sciamano, pazze, quando dai fuoco al termitaio. Allora salta e grida con tutto il fiato che hai e stravolgi quel viso che ti ritrovi finché non diventa una maschera e fai, ancora una volta, quello che è giusto.

Fallo e andrà tutto bene: tornerai a strisciare e a bere alcol scadente, tornerai alla dose di pasticche che rendono il cielo grigio di tutti i colori e che fanno sembrare bello anche questo pezzo di inferno. Se non avessi le sigarette, l’alcool tirato fuori dalla canna da zucchero che ci passano in bottiglie di plastica tutte bozzate, senza quelle pasticche che mi fanno inghiottire prima di ogni missione e, a volte, anche nei momenti di fiacca, mi sarei piantato un coltello nella pancia e sarebbe tutto finito da un pezzo. Forse sarebbe meglio, in effetti. Forse qualsiasi cosa è meglio di tutto questo: di sicuro il nulla lo è, anche se resto perché sono un vigliacco che non vale nemmeno il prezzo di una cartuccia, così mi dicono la mattina quando mi svegliano a calci.

Hanno ragione.

Le ginocchia sbucciate, i gomiti che si ficcano ovunque nel pantano scivoloso di terra, saliva e sangue, le facce stravolte dal terrore e dal dolore, facce senza più volti, grumi di ossa e di carne farciti di capelli e di roba vischiosa e molliccia mentre tengo la visiera del cappello calata sugli occhi per non essere abbagliato dal sole e non vedere troppo di quanto succede intorno, la puzza di fumo quando bruciamo tutto quello che ci capita a tiro. Le ragazze usate come bambocci e i bambini tirati per aria, le ossa spezzate che fanno crac come un ramo secco e i lamenti di chi ci implora di non farlo, di avere un po’ di pietà, per Dio, per Allah, per chiunque gli venga in mente mentre stanno lì a fissare la canna e il grilletto, mentre guardano me e quel buchino nero d’acciaio che fa tanta, tanta paura.

Fa paura anche a me. Ho paura di tutto anche se sono imbottito di fumo e pastiglie, anche se bevo e gioco con un pallone di stracci in mezzo alla polvere e all’erba battuta dai passi e dai culi dei miei compagni. Ho sempre fame, ho sempre freddo e non voglio ricordare com’era quando non era così, quando non avevo ancora fatto quello che andava fatto.

Cammina senza pensare e fissa il vuoto. Cammina e fatti strada sputando ogni tre passi, canta canzoni sporche e cattive e poi grida e ringhia come un gatto pulcioso e spelacchiato buttato in un angolo e preso a sassate. Grattati via le croste e le pulci, mangia il pastone che passa il convento e ringrazia di essere vivo, ringrazia di esserci per una causa che non sai quale sia. Stenditi sulla tela di sacco e guarda la luna cercando di non dormire, perché ogni volta che ti addormenti tornano tutti a fissarti, a parlarti e a gridarti nelle orecchie a cominciare da lei, con la sua faccia rotonda con il naso schiacciato e gli occhi pieni di lacrime che ti guarda e poi si guarda le ginocchia e ti dice “fallo, fallo adesso, va tutto bene, è giusto così, io starò bene e sarò in cielo e nei fili d’erba, nei rami e nei cani randagi che ti seguiranno cauti, a guardarti e abbracciarti e baciarti in ogni momento, ora fallo perché è importante, o tu o me e devi essere tu, stai tranquillo e fallo adesso”. Ha alzato il viso, mi ha guardato negli occhi e ha sorriso, ma lo so che aveva paura, lo so che aveva tanta paura e l’avevo anch’ io e adesso torna ogni notte a cantare per me, per coprire le voci degli altri, di quelli che mi hanno guardato chiedendo perché, implorando pietà prima che facessi quello che dovevo fare, imbottito di alcool scadente e di roba che non so come si chiama e non lo voglio sapere.

Mi dicono che è tutto finito. Mi hanno salvato – dicono loro -, curato, lavato e pulito le bruciature in faccia e i tagli sul corpo. Mi dicono che va tutto bene, che sono al sicuro da tutto e da tutti, che tornerò a scuola per imparare e che nessuno mi farà più del male, che devo smettere di fumare e di bere, che posso chiudere gli occhi e sognare, svegliarmi al mattino senza avere paura. Mi hanno detto di scrivere quello che è successo, che mi farà bene. Non è vero, fa male. Fa male tutto, ma lo faccio perché non valgo nemmeno il prezzo di una cartuccia, ma almeno qui non mi svegliano a calci.

È un altro dopo, uno tutto nuovo, diverso da quello che è iniziato quel pomeriggio quando mi hanno strappato dalla porta di casa e mi hanno messo un fucile in mano, quando mi hanno detto tu o lei, scegli.

E ho sparato a mia madre.

Avevo otto anni.

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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