Salvatore

Mio zio Salvatore è un pezzo grosso della politica e io gli faccio da autista.

Veramente all’occorrenza sono pure il suo bodyguard, il suo segretario, il suo portaborse, in poche parole, sono il suo tuttofare.

A me la politica è sempre piaciuta, anche se è molto faticosa. T’impegna ventiquattro ore al giorno e non so come mio zio possa reggere questi ritmi. Siamo sempre in giro: a fare comizi, a incontrare gente, alle cene di lavoro, agli eventi mondani.

L’auto di mio zio è una berlina di lusso super accessoriata e mi piace tanto guidarla. Mi fa sentire una persona importante. Una macchina del genere l’avevo guidata solo a GTA 5. È talmente speciale, l’auto di mio zio, che parcheggia da sola. I miei amici non ci credevano ma poi ho caricato un video su YouTube e, da allora, tutti mi trattano con più rispetto. Una volta, durante una manovra, la bastarda mi stava spezzando un polso ma sbagliai io: cercai di prendere il telefonino che avevo appoggiato dietro al volante. Ovviamente questo, ai miei amici, non l’ho mai confessato.

Qualche sera, quando sono troppo stanco, mi addormento pure nell’auto di mio zio. Porto l’auto nel garage e invece di tornarmene a casa con il mio scooter crollo in un sonno profondo. Quando stendo il sedile del passeggero, sto più comodo lì che nel letto di casa mia. Mi bastano quelle tre o quattro ore per svegliarmi più fresco di prima.

Oggi siamo stati all’inaugurazione del nuovo reparto di oncologia dell’ospedale che mio zio ha fatto costruire due anni fa. È il più grande ospedale d’Europa, se non ricordo bene, o forse d’Italia o del Sud dell’Italia, ma, in ogni caso, è immenso.

Mio zio ha fatto un discorso bellissimo. Ha detto a tutti che qui ci sono le eccellenze e che è arrivato il momento che questi bravi professori, che tutto il mondo ci invidia, siano messi in condizioni di lavorare bene anche qua.

Poi ha aggiunto che i malati non saranno più costretti ad andare chissà dove per curarsi. Ha proprio detto: “finalmente potrete curarvi a casa vostra”.

Mio zio ha avuto un sacco di applausi. C’era gente che piangeva e gli ammalati sventolavano i fazzoletti bianchi. Sembrava di essere in un film. Io lo so che molti di quelli sono comparse ma, ogni volta, mi commuovo lo stesso. All’uscita dell’ospedale, c’erano i soliti comunisti: quei quattro punkabbestia – come li chiama mio zio dei centri sociali che non hanno meglio da fare che venire qua a manifestare contro la gente perbene. “È pure per voi quest’ospedale” vorrei gridargli mentre un sacchetto dell’immondizia con il faccione di zio Salvatore stampato sopra, arriva sul parabrezza della mia auto nuova di zecca. Meno male che ci sono i poliziotti a proteggere questi nullafacenti, altrimenti non so come andava a finire perché io, quando mi toccano l’auto di mio zio, divento una belva. Dopo dieci minuti, la polizia riesce a rompere il cordone dei manifestanti, e io finalmente posso portare l’auto lontano da quei pazzi scalmanati irriconoscenti.

Oggi è venerdì e il venerdì accompagno sempre mio zio a comprare la mozzarella. È l’occasione per gustarmi la tenuta di strada di questo bolide anche su quelle strade di campagna in mezzo alle bufale.

Io, quando mio zio compra la mozzarella, me ne sto sempre in macchina con il motore accesso e l’aria condizionata a palla. Lo so che tra quelle vasche di latte fumante lui non vuole nessuno tra i piedi. L’odore intenso di caglio lo rilassa.

Oggi però è una bellissima giornata e decido di scendere dalla macchina a fumarmi una sigaretta. L’aria è irrespirabile, puzza di fogna. Chissà se questo tanfo c’è sempre o c’è una carogna di animale nascosta da qualche parte.

Mio zio arriva proprio in quel momento, seguito da un uomo che reca la solita confezione di polistirolo che contiene mozzarelle di bufala DOP. Apro il cofano con un gesto del piede che ho visto fare a CR7 nell’ultima finale di Champions vinta dal Real Madrid e l’uomo ripone il pacco nel bagagliaio spaziosissimo dell’auto di mio zio. Rientro in auto mentre il portellone si richiude da solo. Mio zio si accomoda alle mie spalle, abbassa il finestrino e dice all’uomo: «Duecentomila euro per l’appalto e il 15% per lo smaltimento».

Regolo con il joystick lo specchietto retrovisore giusto in tempo per vedere lo sguardo di quell’uomo. Quante volte li ho visti quegli occhi pieni di commozione e gratitudine: quando sai che non dovrai più lottare per assicurare un futuro ai tuoi figli, che hai in mano il biglietto vincente della lotteria.

L’uomo stringe la mano di mio zio e io so che vorrebbe baciarla per cui sfioro il cruscotto e il finestrino si chiude bruscamente mettendo fine a questa scena che rischiava di diventare patetica. Riparto sgommando, sollevando una nube di polvere che avvolge l’intero caseificio.

Le quattro telecamere posteriori mi mostrano l’uomo, sporco di polvere ma felice. Sembra in estasi e ci guarda in adorazione, come se io stessi guidando la Papamobile.

 

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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