Scandal. Se Olivia Pope esistesse.

Non si può dire che i political drama non siano graditi in USA. Dal più lontano 24 con Kiefer Sutherland ne sono nati come i funghi (qualche esempio? Madam SecretaryHouse of CardsThe West Wing). E come non citare ScandalShonda Rhimes ha fatto proprio un buon lavoro (almeno fino alla quinta stagione) nel rappresentare una tostissima Olivia Pope, donna nera, avvocato, stratega, crisis manager, spin doctor di nientepopodimenoché il Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma qual è il vero messaggio che possiamo estrapolare dalla serie tv, noi comuni mortali che in quelle stanze del potere non ci metteremo mai nemmeno un alluce? Ce ne sono, di messaggi, ma sono un tantino offuscati dal cinismo e dalla leziosità dei dialoghi prima, e nascosti dietro la spettacolarità da show fantasmagorico e a tratti splatter poi. E questi erano gli aspetti negativi.

I positivi, che corrispondono al messaggio di cui sopra, riguardano, forse banalmente – ma attenzione a dire banale se la realtà supera la fantasia, vedi la vicenda Donald Trump-Hollis Doyle – l’insegnamento delle tecniche politiche, pubblicitarie e di marketing. Ma anche l’aspetto umano ed estremamente realistico (almeno questo è realistico, sì) della linea di confine mai netta che divide il bene e il male.

Ma andiamo per gradi.

Chi è Olivia Pope? Senza bisogno di spoilerare, possiamo dire che Olivia Pope è il tramite, il pretesto per questa serie. E non è cosa scontata che un protagonista lo sia. Spesso i personaggi diventano degni di spin-off tutt’altro che forzati. Qui, in Scandal, senza Olivia Pope, non avrebbe senso nemmeno la figura del Presidente degli Stati Uniti.

Olivia non ha sesso. Non puoi dire fino in fondo: le donne in questa serie vincono. Non puoi dirlo, non perché non sia vero (lo è: si percepisce che questa serie sia frutto di un’autrice e di registe donne) perché nella vita di tutti i giorni, soprattutto qui in Italia, siamo abituati a una patetica pantomima in cui la causa della donna debba essere messa sotto i riflettori per acquisire importanza, o anche solo veridicità. Siamo abituati a usare il politically correct, l’eufemismo spiccio, fino poi a dire, se proprio vogliamo essere volgari, che la donna di carattere o di spessore è una donna con le palle. No, baby, sono gli uomini di spessore ad avere le ovaie, semmai, perché provaci tu a fare i conti con l’isteria da sindrome premestruale, a gestire figli, lavoro e banalità dell’uomo e tutto quello che la natura ci ha dato per renderci maledettamente sfavorite, senza manco fare una piega. Be’, Olivia Pope quella piega non la fa, non come si accuserebbe una donna di fare. Insomma, piange, si emoziona, ama, si butta sul vino per non pensare, usa la propria femminilità, ma rimane Olivia, un essere sé stante, un essere nato donna, punto, e che si avvale dell’istinto di donna per un proprio tornaconto. Professionale, sentimentale, di potere. Qualunque.

Olivia Pope è la serie.

E pian piano ci inizia. Ci conduce in quella stanza ovale, ci fa scoprire le verità sommerse, le dinamiche che – possiamo giurarci – non sono poi così distanti dalla realtà. Se in tv indossi una cravatta a pallini, le persone guarderanno la cravatta e non ascolteranno le tue parole; se hai tradito tua moglie e sei il Presidente, alla prima cena con la stampa, anticipa la domanda e lancia una battuta; se dici “non è stata una strategia” stai già facendo una strategia. E così via.

Non abbiamo bisogno di un eroe, e Olivia non lo è. In Scandal il bene e il male non hanno tratti, sono sagome sbavate che si mischiano continuamente per confondere lo spettatore che quello rappresentato, comunque, sia sempre necessario. È per menti poco assoggettabili, pronte a vedere in una donna sexy che si erge a giudice e che pretende di aggiustare tutto, un aguzzino con le manie di comando perché è questo che le dice l’istinto. O che le ordina il narcisismo.

Gli altri sono un contorno succoso, o disgustoso, o funzionale, o acquiescente. Olivia brama, e gli altri la seguono, si donano. Se mai esistesse una Olivia nel mondo reale, non avremmo dubbia a immaginarla donna, nera, avvocato, e con i tacchi a spillo. E non avremmo dubbi a sentirle dire: «Non sono la ragazza che il protagonista conquista alla fine del film. Non sono una fantasia. Se mi vuoi, meritami».

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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