Sete (seconda parte)

Chiara Menardo (… continua da domenica 29 ottobre: leggi la prima parte)

«Che ci fai nel mio campo, barbone?» La voce è rauca da mille sigarette senza filtro fumate tenendo il mozzicone tra le dita ingiallite.

«Riposo, faceva caldo, mi sono addormentato. Ora vado, non sono un barbone».

«Se tu non sei un barbone io sono la Edwige Fenech, barbone!», ride tra colpi di tosse e sputacchi. Ride così tanto alle sue stesse parole che si accascia tossendo con il viso che diventa sempre più rosso. L’uomo si alza per sorreggerlo e dargli una mano: «Se avessi dell’acqua con me, te la offrirei volentieri, ma sono senza».

«Grazie, sembri un buon diavolo. Dov’è che hai detto che vai?».

Gli occhi dell’uomo si fanno lucidi, li socchiude per non far vedere la lacrima stupida che sta spuntando. «Torno a casa, se ne ho ancora una».

«Bello, e com’è che hai detto che ti chiami?».

Ci pensa un attimo. «Ulisse … Diciamo che mi chiamo Ulisse».

Il contadino annuisce «Bel nome, Ulisse. Io sono Giovanni. Ti va un passaggio sul trattore fino in cascina? Ti do qualcosa da mangiare, la moglie e il figlio sono dai suoceri fino a domani, la moglie ha fatto le lasagne e ce n’è un bel po’, ci mangiamo in quattro e sono da solo. Magari ti lavi anche alla pompa in cortile, puzzi peggio delle mie vacche».

L’uomo che dice di chiamarsi Ulisse fa un cenno col capo e un sorriso, non può e non vuole dire di no all’ultimo uomo di cuore su questa terra.

La cascina è grande, un rettangolo bucato nel centro circondato da portici pieni di attrezzi e di fieno, da rumori di animali rinchiusi, da odori di erba e di letame. La musica della pianura è fatta di muggiti e di vacche, dei belati delle capre, dell’abbaiare dei cani che corrono verso il trattore, del rombo del motore che scoppietta a tempo come un tamburo; la musica della pianura sono i grilli lontani e la voce di Giovanni, che saluta le bestie e la casa, che fa domande indiscrete e si sgrida da solo.

L’uomo che dice di chiamarsi Ulisse è quasi felice: forse stanotte non farà brutti sogni, disteso sulla paglia del fienile – non osa sperare in un letto -, con la pancia piena di lasagne fatte in casa e, forse, di un bel bicchiere di vino. Magari, anche due.

Si lava alla pompa nell’aia e si toglie di dosso la polvere. Giovanni gli lancia il sapone, uno shampoo, una maglietta e un vecchio paio di jeans. Grugnendo: «Oh, tieni, questa roba è per te», appoggia su una panca un paio di scarpe sfondate ma con la suola ancora intera e della biancheria di ricambio. Gli sta tutto un po’ largo, ma non importa.

No, non importa.

Mangiano fuori, seduti al tavolo di plastica bianca, attorniati dai cani seduti composti in attesa che un’anima pia tiri loro la buccia del salame.

Giovanni chiede e lui, che dice di chiamarsi Ulisse, racconta. Come se fossero due vecchi amici, come a un confessore, racconta della sua vita e del lavoro, delle macchine grandi e della casa, degli affari sfumati tra imprudenza, donne e vini costosi, di lei e dell’Amore, dei castelli sbriciolati come crackers sotto le dita, di liti e di urla, di un bambino con la maglietta bianca di Winnie The Pooh che lo fissava con gli occhi grandi e impauriti quando lui, che dice di chiamarsi Ulisse, non riusciva a smettere di gridare mentre due uomini lo tenevano fermo e un altro, grande, grosso e senza nome, picchiava, picchiava di brutto, fino a spappolargli la milza e a rompergli il naso, un braccio, due costole. «I prossimi saranno la tua donna e tuo figlio, ti avverto, la pazienza del Capo sta per finire. Uhhhh – aveva ululato guardando la fetta di cielo oltre i tetti dei palazzi sordi e ciechi, pieni di orecchie e di occhi nascosti dietro le tende – tu non sai quanto mi piacciono i bambini e le donne. Non ne hai idea, ma te la farai presto: vedrai con i tuoi occhi…».

Inginocchiato sul marciapiede, con la spesa sparsa agli angoli sporchi del vicolo in cui li avevano spinti, aveva incrociato gli occhi del suo bambino che, accoccolato in un angolo, piangeva così tanto da non riuscire quasi più a respirare. Aveva capito davvero cosa fosse la paura: una cosa reale, spessa e presente come i barattoli di pelati e le arance che gli rotolavano intorno.

Dopo l’ospedale, dopo le scuse e le spiegazioni, dopo i pianti e le suppliche, aveva preso una borsa e le scarpe, tre foto e la collanina del figlio ed era partito una notte, come il ladro truffatore bastardo che era.

Giovanni lo osserva e beve un bicchiere di vino scuro e spesso. Vino fatto in casa che in un negozio non costerebbe nemmeno venti centesimi al litro, aspro e possente, ruspante e senza mezze misure. Un vino uguale a Giovanni, pensa lui, che dice di chiamarsi Ulisse.

Giovanni che non dice una parola, si arrotola l’ennesima sigaretta leccando il bordo della cartina e batte il cilindro di carta e tabacco sul tavolo due, tre volte, mentre continua a guardarlo.

«Ricorda la storia di qualcuno che conosco, uno che è sparito nel nulla proprio come te e non si è fatto più vedere».

Le parole si perdono in un soffio di fumo: «Ma no…».

Si alza e pulisce le mani nei calzoni.

«Vado a dormire, c’è una branda nella stanza degli attrezzi, puoi usarla. La mattina mi alzo presto per lavorare, alle 5 ti chiamo e ti porto un po’ in là, sulla strada».

Nemmeno il tempo per ringraziare: le spalle di Giovanni gli augurano la buonanotte.

È calda la stanza invasa dal sole, quando l’uomo che dice di chiamarsi Ulisse apre gli occhi. Giovanni non lo ha svegliato, non gli ha dato un passaggio verso il paese più vicino, è andato via senza di lui. Si alza per aprire la porta di metallo, ma non ci riesce.

Giovanni se n’è andato alle cinque del mattino per lavorare nei campi e lo ha chiuso lì, nella stanza degli attrezzi piena di roncole e pale, con due finestrelle dai vetri rotti bloccate da tondini di ferro, come le sbarre di una prigione.

Batte i pugni sulla porta fino a spellarsi le mani senza che un’anima risponda, Quando la rabbia diventa paura poi rassegnazione, si siede sul bordo della branda e aspetta.

… Qualcuno che conosco… non può essere lui, non è possibile.

Oppure il contadino è un matto, uno di quegli spostati che si divertono a far sparire i barboni, come nei film che guardava in televisione mentre il bambino dormiva, quando aveva ancora Lei, il bambino e una televisione da guardare la sera accoccolati vicini, sul divano grigio in tessuto.

Il tempo è immobile come l’uomo che dice di chiamarsi Ulisse, seduto sul bordo di una branda sfatta a fissare il pavimento di cemento coperto di polvere. Non gli interessano le mosche che entrano dalla finestra o i ragni che aspettano, immobili, il loro prossimo pasto. Non gli interessa la polvere che scende leggera come la neve e diventa d’argento sotto i raggi del sole.

Ha sete. Giovanni, gentile e bonario, l’ha chiuso in una stanza rovente senza nemmeno un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un cesso, e lui non vuole pisciare in un secchio. Si guarda intorno alla ricerca della busta gialla del Lidl, non ricorda dove l’ha messa la sera prima, forse l’aveva appoggiata in un angolo vicino alla porta e poi l’acqua fresca e il sapone, le lasagne, il vino e un’anima buona con cui parlare, una branda e un tetto, almeno per una notte… dove ha lasciato la sua busta del Lidl? Dove sono gli ultimi resti dell’uomo che era?

Seduto sul bordo della branda, con i vestiti smessi da un Giovanni qualunque che lo ha abbindolato con la compassione, l’uomo che dice di chiamarsi Ulisse appoggia la testa sui pugni e piange, per la prima volta da anni. Tanto, nessuno lo vede o lo sente, se non considera le mosche che gli ronzano intorno e i ragni immobili, appostati agli angoli del soffitto.

Ma il tempo passa, anche se non se ne accorge, le ombre si allungano e il giorno diventa tramonto. Rumori da fuori, ma l’uomo resta fermo, con la testa appoggiata a quei pugni, senza più piangere: ha fatto fuori anche la riserva di lacrime.

Qualcosa si muove nell’aia: i cani abbaiano, e poi dei motori, e passi: pesanti e altri, più lievi. Un’ombra copre una delle finestre: qualcuno lo sta guardando, come se fosse un serpente nel rettilario.

«Sì», sente mormorare.

Giovanni non si rivolge a lui quando dice: «E che ne facciamo?».

Una voce di donna che si allontana: «Liberatene, non voglio che Gabriele lo veda».

L’uomo che si fa chiamare Ulisse balza in piedi gridando il suo nome, quel nome che non pronunciava da tempo se non nei suoi sogni a occhi aperti lungo una strada qualunque, quando la solitudine e il peso del rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere diventavano insopportabili. Allora, come un rosario, ripeteva Mara e Gabriele, Mara e Gabriele, Mara e Gabriele…

Si butta contro la porta, si scaraventa con tutta la forza che ha, con la disperazione, con la memoria, con la speranza in una voce mai persa, tornata in un “sì” sussurrato.

Deve parlare e spiegare, deve vederla e dire tutto di sé e dei perché. Lei deve sapere, lui ha il diritto di raccontare.

La porta si apre e Giovanni lo guarda. «Stai zitto, Cristo santo, mi spaventi le vacche!».

Lo supplica, si mette in ginocchio: deve vederla, rimediare, riprendersi i suoi unici amori. Dov’è la collanina? Dove è finita, è l’unica cosa che ha per dimostrare che lui…

Ed eccola, dopo un tempo infinito, che attraversa l’aia di ghiaia e di erba rinsecchita e arriva tra i cani e i versi dei grilli e delle vacche che aspettano la mungitura serale. Alle spalle ha la luce del sole che scende oltre i campi di grano per andare dall’altra parte del mondo: deve essersi fatta male, zoppica, ha un braccio piegato in un angolo strano. È lei, l’uomo che si fa chiamare Ulisse la riconoscerebbe tra mille miliardi di donne, la riconosce dal profumo e dall’aura che emana, la riconosce con l’anima prima che con gli occhi.

Si ferma davanti a lui, che è ancora in ginocchio come un condannato in attesa della scure del boia. Gli gira intorno e adesso la vede, per la prima volta da anni, da quando è scappato una notte come il ladro bastardo e truffatore che era.

Non è più il suo viso. Solo gli occhi sono rimasti gli stessi di un tempo. Il volto sembra un campo arato e riarso percorso da zolle, canali e crateri.

Mormora il suo nome e fa per alzarsi, tendendo una mano per afferrare la sua, per accarezzare il viso nascosto da quella maschera di cicatrici, perché è sempre bellissima e lui l’ha trovata, ancora una volta…

Mara lo ferma con un gesto dell’unica mano che riesce a muovere: «Speravo di non rivederti mai più. Lo speravo per tutti. Sei scappato come un topo di fogna e quelli là sono venuti a cercarti, ma tu non c’eri, sparito dalla faccia della terra. Tu non hai idea di quello che mi hanno fatto per vendicarsi di te. Tu – non – hai – idea. Brutto bastardo».

Lentamente, capisce. No, no, no, non doveva essere così, lui era andato via per proteggerli, aveva rinunciato a tutto ciò che di bello c’è al mondo per non fare del male, era partito perché li ama più di sé stesso, non doveva andare così!

Giovanni è immobile di fianco a lui. «Allora?».

«Lasciami spiegare…».

Mara si china, adesso sono occhi negli occhi: «No. Forse quando sarò vecchia mi pentirò, o mi pentirò domani, forse non mi pentirò mai. Tu ci hai buttato nel fondo di un pozzo e sei sparito. Non hai nulla da spiegare», gli afferra il viso e lo costringe a guardarla, «È stato tutto chiaro in quella cantina, quando mi hanno pestata, umiliata e, quando si sono stancati, mi hanno buttato l’acido della batteria in faccia. “Vaglielo a dire, a quella merda che se l’è squagliata, raccontagli per bene quello che ti stiamo facendo”. Ridevano. Tu non hai il diritto di spiegare».

Si alza e fa un cenno a Giovanni, che lo afferra per un braccio e lo solleva di peso. «Lei è mia moglie, tu sei morto da anni. Ci abbiamo messo un sacco di tempo e tu ora spunti qui, nel mio campo, sotto i miei pioppi. Gabriele è mio figlio, tu sei un personaggio dei suoi incubi, ormai. Le cose devono rimanere così».

«Mara…», la guarda voltarsi e andare via, chinarsi e raccogliere la busta di plastica gialla del Lidl prima di entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle. Ripete ancora il nome della donna che ama e che ha ucciso mille e una volta, prima di venire colpito con forza feroce alla nuca dalla vanga di Giovanni, il contadino gentile e bonario.

La prima parte la trovate qui

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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