Sezione H

Oggi finalmente ricomincia la scuola. Per mio figlio è un giorno importante, inizia la scuola media.  Per me sono stati tre mesi d’inferno. Ho dovuto lottare contro di tutto e tutti e solo oggi saprò se tutti i miei sforzi sono valsi a qualcosa.  Sì perché oggi funziona così: la scuola pubblica tiene segrete queste informazioni fino al giorno d’inizio delle lezioni. Per paura di affrontare le proteste di genitori imbufaliti, nessun preside si è assunto la responsabilità di pubblicare la composizione delle classi prima di oggi e questa scelta non fa che alimentare i sospetti su presunte combine. Ognuno dei genitori ha cercato la giusta raccomandazione ma si presta a questo gioco patetico senza fiatare. La scuola di mio figlio ci ha fatto radunare tutti nella palestra e tra poco sarà fatto l’appello delle classi. Evidentemente il preside è un fan della NBA americana perché sembra di assistere al roster d’inizio anno dove le squadre presentano le liste dei giocatori sotto contratto. La tensione è alle stelle e la temperatura – che supera i trenta gradi – non aiuta. So tutto del personale docente di questa scuola, mi sono documentato. Conosco a memoria il curriculum di tutti i professori, ho visto dove fanno la spesa, dove passano le vacanze, cosa fanno nel loro tempo libero.  A casa ho un reportage su ognuno di loro.  Dopo tre mesi posso affermare che i professori migliori sono quelli della sezione H.  Mio figlio deve andare in quella sezione e per riuscire in questo intento, ho usato tutte le mie conoscenze.  Dopo che il preside ha avuto la faccia tosta di rispondermi che lui non accetta nessun tipo di pressione, mi sono rivolto prima al vescovo, poi al sindaco, poi al comandante dei vigili del fuoco e, infine, al generale di brigata aerea dell’aeronautica militare.  Devo dire che è stato più facile ottenere il condono per un abuso edilizio che questa raccomandazione.

La palestra è un forno, l’aria è diventata irrespirabile, ho la bocca secca, la tachicardia e il sudore mi bagna pure le mutande.  Dispenso frasi di circostanza per ostentare una calma apparente: «Tutte le sezioni sono uguali» mento all’avvocato Veltri; «Io sono tranquillo, una vale l’altra» dico all’architetto D’Ambrosio; «I professori sono tutti bravi, questa è un’ottima scuola» sussurro nell’orecchio dell’ingegner Lubrano.   Una mamma sviene per il troppo caldo ma nessuno la soccorre. Siamo tutti con gli occhi fissi sul campo di basket.

I bambini li hanno fatti sedere sul bordo del campo e si vede che anche loro sono nervosi.  E’ disumano fargli sopportare questo stress ma la vita è così: nessuno ti regala niente.  Incrocio gli occhi di mio figlio. Non lo vedevo così nervoso da quando in chiesa dovevano comunicarci i nomi dei bambini che avrebbero fatto la comunione nel giorno della festa della mamma. «Stai tranquillo, Papà ti fa entrare nell’elite che conta. Non ti faccio tagliare fuori dalla casta» gli dico con lo sguardo mentre lui è intento a fare gli esercizi di respirazione per combattere l’ansia.  Del resto sono stato io a inculcargli la filosofia del primeggiare a tutti i costi.  Da piccolo gli leggevo L’arte della guerra di Sun Tzu mica le favolette. Ho coltivato in lui lo spirito di competizione e in questi tre mesi gli ho riempito la testa di consigli, ho tessuto le lodi di tutti i professori della sezione H e denigrato tutti gli altri.  Ora è il momento di raccogliere quello che ho seminato.

Il notaio Cavaliere s’intrattiene molto democraticamente con alcuni bidelli. Noto una certa confidenza con uno in particolare. Come ho fatto a non pensarci prima? Bisognava attaccare anche dal basso. Magari quel bidello è a conoscenza di qualche malefatta del preside e lo tiene in pugno, in cambio del suo silenzio.  Oltre a pedinare i professori – cosa che mi ha impegnato molto negli ultimi tre mesi – avrei dovuto sorvegliare anche il personale non docente ma ormai i giochi sono fatti, tra pochi minuti saprò se mio figlio è entrato nella sezione H. In ogni caso, ho pronto il piano B: in macchina ho una catena da cinque metri, due catenacci e una latta di benzina. Se mio figlio dovesse capitare in un’altra sezione, m’incateno al cancello della scuola e minaccio di darmi fuoco. Scaccio da me ogni pensiero negativo, non voglio pensare a quest’opportunità.  Non posso assolutamente fallire. Non ho buttato gli ultimi tre mesi della mia vita per niente.

Alle 8:30 in punto qualcuno prende la parola e ci illustra alcune regole della scuola. I deboli di cuore abbandonano la palestra perché non sopportano più questa tensione.  «Smettila di tergiversare e arriva al dunque» vorrei urlare ma devo mantenere un certo contegno.

Finalmente ci siamo, l’oratore annuncia che comincerà a chiamare l’appello della prima A e la palestra piomba in un silenzio surreale. Dopo i primi tre nomi alcune donne cominciano a schiaffeggiarsi. La donna davanti a me è in piedi e cerca di strapparsi i capelli. Le assesto un calcio dietro al ginocchio per togliermela davanti. Alla fine dell’appello della prima B mi accorgo di non avere più la camicia.  L’avrò persa nel tentativo di raggiungere i primi posti. Partono i primi tafferugli, i bidelli formano un cordone tra le due fazioni: da una parte ci sono i genitori dei bambini già sorteggiati e dall’altra tutti gli altri.   Dopo l’appello della prima C, per l’euforia di aver scansato un’altra sezione di merda, mostro il dito medio ai genitori dell’altra fazione.  Qualcuno cerca di reagire ma i bidelli riescono a mantenere l’ordine.  Il notaio Cavaliere redarguisce con lo sguardo il mio comportamento anti sportivo. Mi scuso mentre anche la sezione D è andata. Alla lettura della prima E una mamma si stacca dal pubblico e raggiunge il centro della palestra. Vorrebbe staccare il microfono dalle mani del vice preside ma non ci riesce per il pronto intervento di un addetto alla segreteria. La donna è portata via a forza mentre anche l’appello della sezione E è quasi completo. Nella prima F è chiamata la figlia del notaio che, in preda a un attacco isterico, è trattenuto a stento dai bidelli.  «Ci deve essere un errore. Farò ricorso. Arriverò fino al ministro dell’istruzione» continua a ripetere l’uomo che ha ormai perso tutto il suo aplomb.  Due bidelli cercano di portarlo via ma lui si aggrappa alla mia cravatta. Evidentemente quando ho perso la camicia, la cravatta mi è rimasta appesa al collo. Il notaio non molla la presa mentre i bidelli lo spingono verso l’uscita. La cravatta mi sega il collo e non riesco a respirare. Sono in preda al panico e per liberarmi del notaio gli pianto una gomitata in  pieno volto. Solo allora i bidelli riescono a portarlo fuori dalla palestra mentre lui sanguina vistosamente dal naso lasciando una scia rossastra sulle gradinate.

La folla non si è accorta di nulla e mentre mi libero della cravatta inizia l’appello della sezione G. L’elenco dei nomi è accompagnato da urla di approvazione da parte dei genitori dei bambini che non sono chiamati. Anch’io urlo a squarciagola ogni volta che non sento il nome di mio figlio. Ho le lacrime agli occhi per la felicità e, pure se non ho più la voce, mi accodo al coro «Siamo noi, siamo noi, i campioni della H, siamo noi».  Non abbiamo bisogno di sentire l’appello della sezione H perché quelli rimasti sul campo, i nostri figli, saranno quelli assegnati all’ultima classe ancora disponibile, la più agognata, quella con i professori migliori. Senza rendermene conto mi ritrovo al centro del campo di basket.  Mi sembra di rivivere la scena finale del film Fuga per la vittoria quando il pubblico francese invade il campo di calcio per liberare la squadra di prigionieri che ha giocato contro i nazisti.  I nostri figli sono salvi, non staranno nel ghetto di classi mediocri. I nostri figli saranno gli eletti della sezione H. Ormai le tribune sono vuote, i genitori sconfitti saranno tutti fuori l’ufficio del preside a protestare.  Abbiamo vinto noi.

«Vi prego di tornare ai vostri posti. Non abbiamo ancora finito» ci esorta la voce che esce dagli altoparlanti, ma nessuno la ascolta.  Mentre bevo champagne da una bottiglia, comparsa dal nulla, vedo mio figlio in disparte.  E’ l’unico tra i venticinque rimasti che non partecipa ai festeggiamenti.  Quando sono a pochi passi da lui, mi accorgo che sta piangendo.  «Ha preso dalla mamma» urlo per farmi sentire dagli altri genitori, «non ha retto l’emozione».   Gli offro da bere ma lui rifiuta lo champagne.

«Perché piangi?» gli chiedo sottovoce.

«Perché volevo stare con Francesca e lei è capitata nella sezione F».

«Francesca chi? Francesca Cavaliere?» vorrei urlare ma mi manca il fiato.  Il faccione del notaio Cavaliere che schiuma di rabbia  è l’ultima immagine che vedo davanti agli occhi prima di svenire.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

1 commento

  • Lucia D'Ambrosio
    14 settembre 2018 a 08:25

    Troppo bello!
    Soprattutto aver vissuto dal vero l’esperienza…
    Grande Gianluca Papadia♡♡♡

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.