Tango

Chiara Menardo

Chiara Menardo

«Ti va un pastis, un bicchiere di vino, un mate?».

La voce viene dall’alto, da qualche parte lì intorno e le provoca una piccola scossa. Alza la testa tenendosi il basco con una mano e osserva la voce che le ha parlato, la barba di un paio di giorni e gli occhi cerchiati, i capelli tirati all’indietro, lucidi come un tavolo di legno appena incerato. Percorre la figura che le sta davanti spostandosi dal viso alla camicia, al gilet a righine marroni sbottonato, le bretelle e i calzoni ampi, grigi, lievemente sformati. La voce profuma di alcool, sudore e tabacco.

Scuote la testa.

«Allora ti va di ballare, tu».

Non è una domanda.

Si alza mettendo a tracolla la borsa piccola come una busta da lettere. Aggiusta i guanti di rete leggera mentre attraversa la sala. Si fermano insieme, come se ci fosse un segno sul pavimento di legno a indicare che il loro posto non può essere che quello.

Sono di fronte. Due sconosciuti che si prendono la mano e si cingono il corpo: lei gli circonda una spalla, il palmo aperto di lui tra le scapole.

Comincia.

Un passo strisciando il piede sull’impiantito, il fruscio delle suole coperto dalla musica lenta del pianoforte che geme, accompagnato da una fisarmonica e dallo stridìo dolce e dolente del violino. Un altro passo, di lato: si lascia guidare dalla mano di lui che preme e indirizza mentre la fissa negli occhi.

Sono entrata dopo tanto tempo in una sala da ballo, cercavo il contatto e il ritmo, l’odore dei sensi che si dimenticano per perdersi un attimo nel contatto tra mani che non si conoscono. Cercavo di nuovo questo, quando ho spinto la porta della milonga. Il brusio sommesso e gli occhi bistrati, i guanti e i polsini sbottonati lasciati penzolare dalle maniche come vestiti stesi ad asciugare, appena scossi dal vento…

Incrocia il piede e poi via, un passo di lato ascoltando la mano appoggiata alla schiena e il respiro che sa di tabacco e di vino da poco.

 

Ha gli occhi che guardano oltre il basco rosso appoggiato come una frittata sui capelli neri che le sfiorano il collo. Inspira il profumo lieve di mughetto che deve aver messo nell’incavo del gomito e guarda oltre, senza vedere le ragazze sedute sulle sedie allineate al muro, i tavolini affollati di gente e bicchieri, i sottili lacci di fumo che si alzano come serpenti dalle sigarette, i camerieri che volteggiano sorreggendo vassoi, l’orchestrina stanca e scalcinata che suona. Non guarda nulla, lasciando alle mani e al suo corpo il ricordo di quanto sia struggente ballare, ancora una volta, da quando quella là se n’è andata.

José verrà a prendere il resto della mia roba domani, non mi cercare ti prego. Ormai non c’è più niente da dire…

Puttana.

Sei andata via e non so ancora perché, chi è ‘sto José che verrà in casa mia a portarsi via i tuoi ultimi stracci e il pianoforte scordato che ti eri trascinata da casa miagolando che era di tua nonna, stronza pure lei. Che neanche lo sai suonare, il pianoforte…

Il polso si appoggia alla schiena, il busto di lei segue il comando, un altro passo di lato.

 

Osserva lo specchio sopra il bancone del bar e il tizio con lo straccio che penzola dalla spalla mentre serve da bere con aria annoiata; i lampadari di gocce di vetro piene di polvere, la ragazza minuta che balla di fianco, rigida e seria: una dilettante, si vede da come cerca di guardare in basso, il movimento dei piedi; si vede da come conta, con le labbra che si muovono appena. È poco più che una bambina aggrappata alle braccia dell’uomo maturo dallo sguardo impaziente e la voglia che urla.

Non puoi scrivere se non sai cosa sia l’emozione. Da quando sono diventata un cervello che registra senza riuscire a tirar più fuori nulla? La macchina da scrivere è sul tavolo con dentro il nastro vergine, di fianco alla montagna di fogli: ho sputato sangue per comprarla, per venire qui, per… e guardati ora, sei una sorgente secca. Tutti i tuoi sogni e guardati adesso, tra scalini sporchi da ramazzare e passare di straccio e mani ruvide di sapone e di spazzola. Io non la voglio, questa vita…

Brava, hai buttato i tuoi sogni nel cesso.

Si scosta leggermente dal busto dell’uomo, incrocia una gamba intorno alla sua senza nemmeno guardarlo in viso.

 

Sente il fruscio della gonna di lei attorcigliarsi al ginocchio per poi frusciare via. Nota, per un solo istante compiaciuto, che la sua compagna è brava: almeno quello, almeno un buon tango da ballare leggero sopra le macerie della sua vita.

Non voglio tornare in quel letto. Che ci faccio, da solo? Mi avevano avvisato, però. Che idiota: mai innamorarsi di una ballerina a tempo. Mai. Ti molla per il prossimo gonzo, ecco cosa mi hanno detto gli amici, i parenti, gli sconosciuti alla fermata del tram: ti mollerà per il prossimo gonzo, e io mica ho ascoltato! Coglione.

Chi cazzo è questo José? Quando viene, invece di andare via come ha chiesto lei, che mi ha pure detto che mi lascia le chiavi sotto la porta, io aspetto e controllo chi è quello lì, e tutto quello che prende. Metti mai che mi ripulisce la casa più di quanto non abbia già ripulito lei.

Un movimento lento e deciso con la mano, una gamba si abbassa e si allunga all’indietro, l’altra si flette. La donna con il basco lo segue, obbediente.

 

Due cigni che intrecciano i corpi in una danza di corteggiamento: si alzano, morbidi e rigidi insieme, muovendosi come se avessero sempre ballato così, dall’inizio dei tempi, come se non fosse la prima volta.

Forse dovrei trovarmi uno un po’ ricco che mi sposi. Tre o quattro marmocchi e via, verso il mare in estate sulla macchina con la capote abbassata. Forse sarebbe la soluzione a tutti i miei problemi. Forse tornerebbe anche l’ispirazione e farei felice la mamma che si lamenta sempre di me, venticinque anni zitella con la testa piena di grilli sotto il cappello. Forse dovrei davvero mettere la testa a posto e mollare il colpo. Lo fanno tutte, perché a me fa così schifo anche solo il pensiero?

Flette il collo all’indietro, inarca la schiena. Lui la sostiene, saldo come il pilastro di un ponte che resiste alla corrente del fiume. Trattengono insieme il respiro per un piccolo istante in cui il mondo cessa di girare. Tutto si ferma.

Forse è ora che mi trovi una seria. Non una di quelle che bazzicano le sale da ballo. Una bruttina, che non cerchi altro che un uomo che porti in tavola pane e qualche soldo per comprare la stoffa. Una che si cuce i vestiti da sola e che rammenda le calze invece di volerne un altro paio, uno nuovo. 

O forse è ora che vada da un’altra parte a cercare lavoro, magari oltreoceano. Mi compro un biglietto per il piroscafo e me ne vado. Il mondo è grande, qualcosa da fare lo trovo. Ma prima gli spacco la faccia a José. Poi cerco lei e la ammazzo.

 

Il fumo è denso, i corpi scivolano e si intrecciano come corde, l’uomo al bandoneòn ha i baffi grandi e gli occhi chiusi mentre pesta sui tasti rotondi e segue la musica muovendosi insieme alla fisarmonica come una canna mossa dal vento: sono gli unici che stanno facendo l’amore.

Oppure potrei fregarmene del freddo e della stufa senza carbone, delle parole che non vogliono uscire, del letto vuoto e delle scale da lucidare in ginocchio con le mani intirizzite e rimanere così, a ballare in una sala piena di fumo e di corpi, con gli occhi chiusi e la mano di uno sconosciuto che mi guida attraverso ogni passo, potrei vendere le mie gambe e il mio ritmo al miglior offerente, potrei…

 

Prenderle il collo tra le mani e stringere, sempre più forte. Ho le mani grandi e lei ha il collo piccolo e lungo come un fenicottero, come un airone. Stringere i pollici fino ad entrarle dentro, fino a spezzarla e guardarla negli occhi mentre supplica di regalarle ancora un po’ d’aria e di tempo. Sentirla supplicare e non cedere… solo dopo, partire. Senza più debiti o conti in sospeso…

 

I corpi nella stanza ruotano insieme, la corrente di un fiume rotondo fatto di corpi che fluttuano a tempo con la nostalgia nel sangue e gli occhi sperduti che guardano oltre, lontano, in un posto che non esiste se non al fondo del loro sguardo.

Laggiù dove nessuno riesce ad arrivare; dove siamo tutti, inesorabilmente, da soli.

Perché sono tornata? Perché ho risposto al richiamo di quella stupida porta scura e della musica che filtrava come uno spiffero dalle fessure delle finestre? Perché non sono rimasta nella mia stanza a pensare davanti a un foglio bianco, con gli occhi socchiusi e il cervello che cerca disperatamente di far affiorare qualcosa, invece di fissare la calma dello stagno nel quale è affogata ogni storia da raccontare? Io cosa ci faccio qui?

E poi, in fondo, cosa risolvo una volta che le ho portato via il fiato? A cosa serve ammazzare una stronza che passa la vita alla ricerca di uno stupido gonzo che soddisfi i capricci per poi buttarlo via come la buccia di una mela ormai secca? Tanto, lei sarebbe morta e io a marcire in una cella del cazzo, o con una corda avvolta intorno al collo a penzolare giù da una cazzo di forca. Meglio i miei quattro stracci e un piroscafo, il primo che parte. Chi se ne frega del porto di arrivo

È come osservare l’acqua di un lavandino che scivola giù nello scarico, la sala è ormai un mulinello dove tutti ballano e nessuno parla, assorbiti e rapiti dal ritmo e dai corpi, dalle note strascicate e spesse che diventano pelle e sudore, pelle e respiri, pelle e gambe intrecciate. Ciascuno tra le braccia di un altro, affogato in un denso sciroppo di note e passione repressa.

È che così non resisto, non riesco più a tirare un passo dopo l’altro. Forse dovrei tornarmene a casa, lasciare i marciapiedi sconnessi e la gente che ti urta per strada senza nemmeno mormorare una scusa. Prendere il treno al contrario e tornare tra i prati grandi come il mare e le montagne laggiù, vicino all’orizzonte. Forse dovrei arrendermi e accettare tutti i te l’avevo detto che precederanno i bentornata a casa. Dividere la stanza con le mie sorelle e un paio di bestie nelle notti di pioggia e finire così, sorridendo sfrontata alla mia stessa sconfitta.

Qualche soldo da parte ce l’ho, e domattina mi vendo pure quello stupido piano. Poi me la do a gambe prima che arrivi José – che poi, chi sarà mai ‘sto José, brutta puttana -, con una valigia e il portafogli gonfio dei soldi che ho messo da parte negli anni, quelli che ho nascosto sotto l’asse del pavimento per comprarmi una casa laggiù, dove i prati sono grandi come gli Oceani e le montagne si confondono con l’orizzonte. Mi basta solo cambiare un po’ il sogno, che vuoi che sia?

E, così come è iniziato, tutto finisce quando il pianista, il violinista e l’uomo con i baffi a manubrio che fa l’amore con la sua fisarmonica chiudono l’ultimo pezzo della tanda. La corrente si scioglie, le gocce ritornano gocce ansimanti che si gettano un ultimo sguardo chinando il capo in ringraziamento, chi continua per il prossimo giro e chi no, chi decide che basta, è ora di andare.

L’uno di fronte all’altra, la donna con il basco e i guanti di rete e l’uomo con il gilet a righe e l’alito che profuma di alcool e tabacco si guardano, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi: due alberi piantati saldi alla terra, che non si toccano più. Sono tornati distanti.

«Volevo dirti grazie per avermi invitata a ballare, sei molto bravo».

«Anche tu. Ti va adesso un pastis, un bicchiere di vino, un mate?».

«Ti ringrazio ma no, è ora che vada».

«In effetti si è fatto tardi, dovrei andare anche io. Allora, alla prossima, Señorita col basco». Non ci sarà una prossima volta, domani io parto.

«Alla prossima, ballerino. Grazie ancora». Non ci sarà una prossima volta. Peccato.

L’immagine di copertina rappresenta un dipinto di © Willem Haenraets, Tango.
Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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