“Quanto costa un bambino? Dico, ci sono domande che non ti saresti mai aspettato nella vita di farle o di sentirle. È che volano via, in mezzo ai rumori di tutta questa fretta, tra i flash di caffè-pranzo-lavoro-spesa-colazionedilavoro-banca-condominio-tivù-divano-stop: e allora rimane lì di traverso, il “libretto delle domande appena quasi orecchiate di sfioro”, nel cassetto tra i punti del supermercato, gli elastici, i tappi di riciclo e le matite dell’Ikea. Sì, ma quanto costa un bambino? Mia nonna è rimasta di sasso. I ben informati dicono che si sia lanciata tutta la notte in una maratona di rosari per “sciacquare la bocca del mio nipote punto dal diavolo”. Il governo non lo dice, sicuro più dei 1000 euro, che erano un bonus e non un rimborso, appunto. Il commercialista differenzia, bimbi a carico, in che misura, al cento, al cinquanta... A teatro: ridotto. Allo stadio: gratis. Ma alla domanda sostanziale “quanto costa un bambino” non risponde nessuno. In giro, per strada, non risponde nessuno. Perché comprarselo un bambino è una malattia, una deviazione, una perversione. Orrore, ribrezzo, schifo sì schifo. Brutta sensazione. Brutte sensazioni”.

Bambini a dondolo (favole nere sul turismo sessuale sui minori), Giulio Cavalli, 2014

Tra partenze e arrivi

“Chiunque organizza o propaganda viaggi finalizzati alla fruizione di attività di prostituzione a danno di minori o comunque comprendenti tale attività è punito con la reclusione da 6 a 12 anni e con la multa da 15.493 euro a 154.937 euro”. Dal Codice Penale, Legge 3 agosto 1998, n°269, Art.5, Dispositivo dell’Art.600 quinquies.

 “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Dal Vangelo secondo Matteo (18,6).

Un titolo: Stop a qualche cosa.
Due righe per inquadrare il problema.
Il sostantivo “bambini” per scoperchiare l’abisso.
Progetto e sostenuto da la firma di un manifesto che campeggia, in questi giorni, in 57 aeroporti.

Troneggia ben visibile in quelle che possiamo chiamare metaforicamente le porte della civiltà, tra partenze e arrivi, e racconta più di quello che la nostra normale normalità possa concepire mentre vidimiamo biglietti, consegnamo bagagli, superiamo controlli, ci aggiriamo più o meno distratti tra duty-free, beviamo caffè, consumiamo tempo in attesa della chiamata al cancello che ci risucchierà dentro pance e sedili con cinture pronti a consegnarci in altri luoghi, in altre dimensioni sociali. E mentre, muto, racconta, cerca di sensibilizzare, di richiamare la mente sempre più distratta dei passeggeri in transito, su un problema – sempre che lo vogliamo chiamare semplicemente problema e non, magari più propriamente, dramma o piaga o, ancor più, orrore o vergogna ai danni di milioni di minori nel mondo. Volendo anche solo soffermarci al termine problema, prendiamo comunque visione e atto di qualcosa che si presenta in termini precisi e per i quali si dovrebbero trovare le giuste regole di applicazioni funzionali per ottenere soluzioni precise e mirate.

Sottolinea, dunque, un problema e si trasforma, di fatto, in un atto di denuncia forte spostando l’attenzione da quello che per i bambini – e bambini vuol dire assolutamente tutti i bambini – dovrebbe essere l’età della spensieratezza, della dimensione del gioco e della libertà di crescita, del diritto all’accudimento, all’amore, al rispetto e alla tutela incondizionati rimarcando, al contrario, lo stato di una infanzia venduta, comprata, sfruttata, il tutto con zero scrupoli, e taciuto per pochi dollari fatti scivolare nelle tasche di mediatori compiacenti. Richiama ad una visione di infanzia negata, mortificata, di bambini spesso svenduti e lasciati nei bordelli, già da piccoli, dagli stessi genitori in cambio di denaro appena sufficiente per sfamare gli altri figli. Bambini di tutte le età, anche di quattro, cinque o sei anni che si possono rivendere e comprare a ore e per pochi euro, e farne scempio come meglio si ritiene opportuno, tanto nessuno li reclamerà. Bambini la cui povertà materiale sfruttata alimenta vere e proprie reti locali di economia che comprendono, oltre agli appartamenti privati, piccoli alberghi e pensioni e, più in generale, muovono, a livello mondiale, un business da oltre dieci miliardi di dollari, al terzo posto dopo quello di droga e armi.

Il manifesto svela il campo da gioco dove si consuma l’incontro della vergogna, quello dello svantaggio che relega ai bordi sociali offerto e dato in pasto alla curiosità pulsante di pantaloni abbassati di insospettabili e irreprensibili predatori in trasferta. Punta il dito sul punto di incontro tra richiesta e offerta, tra mano che bussa a una porta e mano che la porta spalanca in reciproco scambio tra miseria materiale e miseria morale condita da anestesia del rispetto di sé e dell’altro.

Le dinamiche sono sempre uguali a sé stesse e consumate tra pezzi di mare e alberghetti con “servizio in camera a richiesta” e spesso suggerito, solleticato già dal tassista che ti preleva all’arrivo; tra camere do not disturb o tra le pareti delle proprie case affittate con tanto di servitù, tutto incluso, si placa, nella più totale impunità, e spesso nell’anonimato, la propria ingordigia di nuove esperienze, la frustrazione per la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne, la discriminazione che sconfina nel razzismo, la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids. Pochi dollari per bruciare la coscienza lasciata in attesa  nel deposito della tentazione; pochi dollari e, al ritorno,  tanto da raccontare o da tacere a seconda del carattere individuale.

Il manifesto ci sbatte in faccia quelle pratiche da esercitare in Paesi un po’ più in là, quelli che si vogliono racchiudere in un altrove che geograficamente e moralmente sembrano, o crediamo, non appartenerci, una destinazione altrove dove assopire routine, allentare freni inibitori con il beneplacito di complicità più o meno favorenti e predisponenti, di tolleranza e creazione di occasione, dove fare a pezzi remore e personale civiltà. Un altrove dove elevare il per questa volta e il già che sono qui a fonte battesimale che lava e rimbianca quel po’ di dignità che tutti dovremmo avere; un altrove da accantonare rimettendo gli abiti dell’irreprensibilità nei comportamenti soliti al ritorno, nei confini di appartenenza.

L’immagine è la narrazione di un turismo malato popolato da orchi spesso solo occasionali mescolati a quelli più assidui e che si sommano al cinque per cento dei pedofili dichiarati: togliamoci però dalla testa l’immagine del pensionato maniaco, in cerca di sfogo con l’aiuto e il sostegno chimico di pastiglie blu.

Il nuovo orco low cost è rappresentato da umanità trolley-munita variegata e si configura  con un’età tra i venti e i cinquantacinque anni, sposato o single, ricco o con budget limitato, alto livello socioeconomico o con ambiente svantaggiato di provenienza; lo si ritrova non solo tra i maschi annoiati, tra i mariti stanchi della solita minestra o semplici curiosi, non solo tra i classici turisti in vacanza ma anche tra i viaggiatori d’affari con ventiquattr’ore professionale e indirizzi compiacenti in tasca, tra gli operatori a vario titolo all’estero, tra gli operatori umanitari affaccendati nelle loro missioni, tra i piloti d’aereo in pausa, ai quali si aggiungono le donne che, lontane da occhi indiscreti, hanno iniziato a frequentare particolari Paesi alla ricerca di adolescenti prestanti pronti a simulare amore e coinvolgimento dietro compenso o qualche regalo.

Moderni orchi non tanto diversi da quelli che nelle fiabe popolari sono sempre riconducibili al tema classico del bambino di famiglia indigente e del dramma di essere più un problema, una bocca da sfamare, quasi un peso da mantenere, che una gioia; moderni orchi reali che, al pari di quelli di fantasia alla Pollicino di Perrault, sentono odore di carne fresca scorrendo prezzi e orari dei voli, in un giorno ordinario di vita ordinaria.

Umanità varia e avariata di Dottor Jekyll e Mr Hyde: la moglie oltreoceano da rassicurare telefonicamente, la prole da ricordare comprando per loro qualcosa al ritorno, e la bambina, della quale abusare da lì a poco, pronta in attesa in camera da letto.

Il manifesto vuole essere un preciso e puntuale je t’accuse verso una Nazione, la nostra, l’Italia, che, secondo l’ultimo rapporto di ECPAT (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) – presente in settanta Paesi, dal 1990 lavora per combattere attivamente pornografia, prostituzione, tratta, sfruttamento e turismo sessuale – è al primo posto come cliente di bambini fatti prostituire, seguita da Germania, Svizzera, Giappone, Francia, Stati Uniti, Cina. Secondo i dati presentati, a creare il non edificante primato, è il numero di circa un milione di italiani che si rivolgono a bambini tra i dodici e quattordici anni, a volte anche più piccoli, alla ricerca di un’esperienza trasgressiva. Un milione di individui annualmente in movimento, tra partenze e arrivi, verso le offerte del Kenia con quindicimila bambine e qualche migliaio di bambini a costituire riserve di caccia esclusive di pruriti inconfessabili, o di Santo Domingo, Colombia, Brasile, Thailandia con circa trecentomila baby prostitute a costituire quasi un’opportunità, un valore aggiunto del quale approfittare; Paesi dove le situazioni contingenti quali l’instabilità politica, le crisi economiche improvvise, le calamità naturali creano, per individui senza troppi scrupoli, le condizioni ottimali per la negazione di diritti a bambini in estrema difficoltà, offrono e portano a accettazione passiva pratiche moralmente inaccettabili, promuovono pedofilia tollerata come normale attività economica atta a produrre reddito e benessere di pochi; Paesi ai quali il milione di nostri conterranei, all’apparenza così perbene, professionisti e gran lavoratori, mariti, padri, nonni esemplari, brava gente di vicinato, tra partenze e arrivi, regge il gioco.

Stop Sexual Tourism. Progetto Internazionale è la Campagna dell’Associazione Fiori d’Acciaio e Mete Onlus.

Obiettivo: rimanere vigili allo sfruttamento dei minori, non far finta di niente e girare la testa di fronte agli abusi sessuali, sollecitare la denuncia alle autorità competenti.

Il progetto lo scorso 16 gennaio  è stato presentato al Senato, nella Sala degli Atti Parlamentari nel Palazzo della Minerva di Roma.

A marzo sarà riproposto al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra.

Tra partenze e arrivi, una riflessione è d’obbligo per tutti:

Il futuro dei bambini è sempre oggi. Domani sarà tardi – Gabriela Mistral

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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