Tu non sai le colline / dove si è sparso il sangue. / Tutti quanti fuggimmo / tutti quanti gettammo / l'arma e il nome. Una donna / ci guardava fuggire. / Uno solo di noi / si fermò a pugno chiuso, / vide il cielo vuoto, / chinò il capo e morì / sotto il muro, tacendo. / Ora è un cencio di sangue / e il suo nome. Una donna / ci aspetta alle colline.

Cesare Pavese, 9 novembre 1945, La terra e la morte - Le poesie, 1998

Tu non sai le colline

Io so le colline stoppose e riarse su cui il cielo non ha più il coraggio di piangere.

Io so le colline, l’attesa inutile e amara, so le lacrime e l’urlo, so il pugno alzato a sfidare le nuvole e il sole, a sfidare quel Dio che si è rintanato chissà dove per non vedere lo scempio.

Io so i corpi che cadono come anatre centrate da un fucile spietato; so il sangue che si apre come un papavero che si schiude al mattino per appassire la sera; so gli occhi sorpresi che si spalancano ancora una volta; so le ginocchia piegate e le mani che grattano la terra secca e le zolle.

Io so i pendii dolci che diventano trappole, i noccioleti dove prima trovavamo rifugio per scambiarci baci furtivi che ora nascondono divise, elmetti e proiettili. Le so, le vigne ordinate costellate di pesche dolciastre e di bossoli vuoti.

Io so le cascine di pietra e di intonaco bianco, le corse nell’aia. Prima, giocavamo a rincorrerci; ora è un nascondino crudele e senza risate che risuona di “scappa!” e di lingue che schioccano come fruste sferzate nell’aria.

Io so quei ragazzi che corrono come lepri rincorse dai cani, le camicie gonfie nel vento, il respiro affannato e i sassi che si sollevano sotto le suole e schizzano via, veloci come stelle cadenti nel cielo d’estate. Io so e li conosco per nome. Per molti di loro, il nome è tutto quel che rimane.

Io so la polvere delle ruote sulle strade sterrate e i cori che c’erano un tempo, prima che tutto iniziasse, quando le voci cantavano il nostro settembre di ceste riempite di grappoli d’uva. E so anche la polvere che si alza sulle strade sterrate accompagnata da divise brune ed elmetti, da raffiche in aria e disprezzo, da stivali infangati e sguardi inumani.

Io so le colline: le respiro, le vivo, le amo e, adesso, non le riconosco.

In piedi sul dorso del colle, con la gonna scura e il grembiule che si agitano comandati dalla brezza che arriva dal mare, come la vela a brandelli di una nave che sta per affondare, lascio cadere le mani ed il mento, stringo forte le palpebre finché il buio non si colora di punti.

Io non le so più, le colline.

Non le so più, estranee e dolenti, impregnate di vita rubata e dolore, intrise di lacrime e sangue dei miei e dei loro, delle speranze sottili degli sfollati e di noi, che tentiamo ogni giorno di far arrivare, intatti, la sera.

Sono stata il suo ultimo sguardo prima di rovesciarsi sul campo con il cielo che gli spariva dagli occhi, sono stata l’ultima donna per quei capelli scuri e sudati, per le scarpe con le suole spesse e bucate che fuggivano leste e inutili, per le braccia tese e le labbra contratte in un grido stravolto e senza domani.

Io non so più le colline.

Prima, sapevo il canto dei grilli sui pendii accaldati d’estate, le corse sotto la pioggia fresca di marzo; sapevo la neve che copriva i filari, le noci in solaio, le bestie nella stalla e il profumo asprigno del fieno. Sapevo il ronzio appiccicoso delle mosche, a luglio. Ora, so le guardie e le corse in bicicletta da una cantina ad un’altra, con il cuore che batte nelle orecchie e sbatte contro il torace per quella paura sorda e paralitica che non avrei mai voluto conoscere.

Ora so i fossi pieni di scarpe e gli zoccoli rotti, le calze bucate e le  liti per una mela in più perché siamo in tanti, in troppi e abbiamo fame e paura, fame e sonno, fame e stanchezza. Non abbiamo più il cuore per cantare.

Non è vero, io so le colline. Ne conosco ogni angolo e curva, ogni sasso e ruscello perduto, so ogni mattone di ogni casa arrampicata sui bricchi. Le guardo finché riesco a spingere lontano lo sguardo ogni sera, sto ferma come il falco sul ramo contorto del nocciolo, in attesa che i nomi che amo tornino a casa.


Il libro…

  • Titolo: Le poesie
  • Autore: Cesare Pavese – a cura di M. Masoero
  • Nostra edizione: 1998, Einaudi

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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