Cronache da Sottilia 5 – A Bruttotriste

Ricapitolando: linea lenta, caldo soffocante, nessun ristorante, abitanti scorbutici, storia da trovare.

Dopo aver finito l’acqua, me ne guardo bene dal chiederne un’altra. E ci sarà qualcuno che non solo ha visto Charlize Theron ma l’ha pure intervistata. Chiudo la bottiglietta con il tappo e la lascio in piedi vicino alla tazzina vuota.

Ding, risuona il mio smartphone: Rosita e il selfie sorridente con lei. Stronza, sfotte pure.

Torno alla macchina perché mi devo prendere una sistemazione per la notte e mangiare un boccone.

La Statale è abbastanza sgombra… come non detto, eccola, la solita auto dei due cognati, che descrive perfettamente il prototipo di auto delle gite pomeridiane o delle missioni verso i cimiteri. Questa è l’auto acquistata con la liquidazione dei quarant’anni di lavoro, il che dà un senso di ultimo grande acquisto.

Nel sedile dietro, le due sorelle: uscite in mattinata dal parrucchiere che le ha dotate di permanente perfetta e, una volta su due, del colore cosiddetto topo: quel grigio che non invecchia, a loro dire, e soprattutto consente al parrucchiere di smaltire un’enorme scorta obbligata per accontentare il fornitore dopo uno sconto esagerato su qualche lozione miracolosa. In alternativa al topo, c’è un biondo tra il cenere e il grigino che rappresenta quello ringiovanente ma soggetto a ricrescita.

Mentre i due cognati davanti cercano di parlare di calcio e di politica, – e notare: spesso uno è conservatore e talvolta nostalgico, mentre l’altro è esattamente all’opposto: speranzoso che qualcosa possa ancora cambiare – le due sorelle, dietro, spettegolano sulla nuora che ha appena voluto l’asciugatrice, del genero che ha in testa solo la moto e a chi somigli il nipotino di 18 mesi.

L’andatura è costante: 65 km orari anche in rettilineo, strada asciutta e asfalto come un biliardo (questa è una rarità) con i campi coltivati da entrambi i lati e medesima velocità nell’attraversare i vari paesi, dove le auto posteggiate vengono sfiorate tanto da toglier loro la polvere dalle portiere, e dove non si perdonano quelli che provano ad attraversare per andare in farmacia. Il cognato che non guida, oltre alla cintura, non può rinunciare anche ad attaccarsi alla maniglia sopra la propria testa, come se fosse sul tram. La sicurezza è tutto. E non solo, uno dei due è il perfetto organizzatore, insieme alla moglie, delle gite: itinerario, soste programmate, raccolta soldi in anticipo, posti assegnati sul pullman, musei da vedere nell’esatto minutaggio previsto. Tende a essere il tuttologo del gruppo, tanto che i malcapitati, traumatizzati da non fare mai più un viaggio del genere, si sfogano mangiando le noccioline salate del bancone del bar e in autogrill, sfidando trigliceridi, colesterolo e pressione alta o di qualsiasi altra cosa per ottenere una morte eroica a causa dello sfinimento da organizzatore.

Vuoi sorpassare? Certo che vuoi ma non puoi, perché in quel momento dal senso di marcia contrario arrivano: due tir, una utilitaria, tre ciclisti e una mietitrebbia con macchina bandierata che precede avvertendo tutti della lentezza e dell’ingombro. Sei ad agosto e già temi di saltare gli antipasti della cena della vigilia di Natale.

E quando riesci a scalare la marcia e a inserire la freccia ottieni nell’ordine: la riconoscenza del motore, il sollievo della metà della provincia che è dietro di te in coda e quella inconsapevole di chi preparerà gli antipasti natalizi.

Riesci alla fine a passarli e seppur tu rimanga abbondantemente nel limite consentito vedi che il guidatore scuote la testa, non solo perché tra sé si chiede il motivo per il quale lo superi, ma come se tu fossi il più spericolato dei guidatori. A quel punto all’interno dell’abitacolo le discussioni si fermano virando sui pirati della strada, sugli spericolati al volante e sulla prudenza che evidenziano quelli con la testa sulle spalle e le immancabili battute buone in ogni occasione: – Ah, ai miei tempi… – a cui segue – mai una volta che ci sia la Polizia in giro -.

Tra una considerazione e l’altra, tra un campo di mais a destra e uno di grano già tagliato a sinistra, mi ritrovo di davanti all’Hotel Imperiale. Hotel Imperiale a Bruttotriste. Il nome è già un programma: se la chiamano Bruttotriste un motivo ci sarà.

Fermo la macchina, riguardo il selfie di Rosita e mi chiedo perché il giornalismo sia così crudele. Anzi, perché il mio Direttore sia così bastardo.

– Buonasera, Signore, desidera una stanza? Ha prenotato? – Il tipo alla reception ha l’aria sveglia e qualche chilo di troppo, occhi verdi ed una r alla francese tipica della zona. È simpatico, mi informa subito della linea wi-fi, recupera al volo il mio documento e mi consegna le chiavi della 214.

– Sa già dove cenare? -, mi dice con cortesia.

– No – gli rispondo con un insolito sorriso che mi rendo conto di avergli rivolto e chi ma ha saputo carpire con una specie di inganno dialettico.

In realtà dovrei sorridere più spesso. Peccato non averne mai l’occasione. Di sicuro l’avrei fatto con Charlize.

Salgo in camera per una doccia che riesca a spegnere i troppi gradi esterni e prenoto nel ristorante vicino, quello che ha i tavoli in una parte della piazza e guarda la Rocca.

Detesto cenare in solitudine ma questa è la vita che mi sono scelto: quando non c’erano gli smartphone per navigare era pure peggio. Come sempre mangerò in fretta per tornare subito in hotel e piazzarmi davanti alla tv, tanto non ho nessuno a cui telefonare, se non per lavoro.

Domani si torna a Sottilia alla ricerca di una vera notizia.

Fine quinta puntata.

 

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Redazione

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