A mio marito. Silenzio.

Ti odio.

Vorrei che morissi.

Vorrei tagliare la tua virilità.

Per anni sei stato solo un pupazzo.

Sciocchezze erano sussurrate al mio orecchio.

Promesse erano perle di plastica cadute dalla tua bocca.

Ora ti odio, nel silenzio della nostra casa.

Dentro ci sono io ed il vuoto,

le botte e le urla,

e lacrime.

Dentro c’è la paura…

Ogni giorno rientro a casa dal lavoro,

e ti aspetto con un pallido rossetto appena messo.

Poi la serratura scatta, la porta si apre, sento i tuoi passi.

Ed inizia l’inferno.

Alzate di mano, calci, lividi.

Alla fine chiedi scusa.

Ho sempre perdonato.

Ora ti odio…

Ero innamorata di una maschera.

Ricordo quando ti ho visto per la prima volta a quel cinema:

sorridevi, ed io sono arrossita…

Volevo vivere un romanzo d’amore.

Volevo vivere la mia passione.

Ci siamo sposati.

Vero, i romanzi d’amore mentono.

Le passioni esistono ma non perdonano,

si radicano nei cuori

e soffocano.

L’ho imparato quella sera.

A cena.

Dopo poche settimane dal nostro matrimonio.

Eri di malumore, non capivo il motivo.

Hai cominciato a gridare.

Ero troia, puttana, me la facevo con tutti.

M’hai trascinata fino al bagno e messo la faccia nel cesso.

Hai tirato la catena.

Non riuscivo a respirare.

Poi ti sei bloccato.

Tremavi più di me.

Piangevi più di me.

Mi baciavi.

Leccavi il mio sangue.

Mi accarezzavi.

Lenivi le mie ferite.

Avevi l’aria di un pentito.

“Sei mia!” hai sussurrato…

Silenzio, ecco l’ultimo ricordo.

L’altro giorno ti ho urlato in faccia che mi fai schifo.

Mi hai schiaffeggiata e colpita alla testa.

Non ho capito più niente.

Sentivo freddo.

Forse m’hai scaraventata giù per le scale.

Forse ero in cantina, forse ero morta.

Scorgevo appena il tuo viso.

Una bestia, sopra di me…

Silenzio ora,

l’immagine della cantina si replica nel mio cervello.

Mi estraneo,

mi isolo,

provo vergogna,

farnetico,

sono una pianta grassa…

Silenzio però,

meglio congiungere le mani

e pregare:

vorrei che morissi,

prima o poi dovrai morire!

 

Manuela Capotombolo

Manuela Capotombolo

I personaggi che inventa sono essenziali come le tasche di certi pantaloni. In fin dei conti è solo una mamma che scarabocchia.

5 commenti

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    Monica Locatelli
    5 Ottobre 2019 a 13:15

    Asciutto e lucido, di forte impatto

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    Flavia
    5 Ottobre 2019 a 22:18

    Bellissimo!

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    Maura
    6 Ottobre 2019 a 10:47

    Tesoro mi sono venuti i brividi, bravissima

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    Paride
    9 Ottobre 2019 a 16:11

    colpi scuri… così forti da far uscire il sangue dal naso (cit. De André)

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