A tempo di Camembert

Ah, la mia povera testa, mi batte, mi scuote, mi squassa! Troppo camembert ho mangiato! Maledetta emicrania! Che indigestione!

L’odore di iodio, di sale, di sera, di mare che entra dalla terrazza si fonde col caglio! Col-caglio! E quest’aria pesante di latte vaccino s’addensa nelle narici, si condensa sui baffi!

Chiudo gli occhi, serro la bocca, scuoto la testa… voglio liberarmi del formaggio! Sgrano gli occhi, sbatto le palpebre, emetto un grido. Aiuto!, una gran pallottola bianco-scremata appesa a una molla è puntata proprio sulla mia faccia!

Molleggia su e giù, molleggia, e molleggia ancora, e poi, pum!, uno sparo, un guizzo, uno scroscio! La pallottola si infrange contro la mia fronte come quell’onda sulla scogliera! S’affloscia la mia faccia, s’affloscia il mio cervello, m’ammasso sul cuscino. Oh no, che sono diventato! Una faccia-pozzanghera-di-camembert-fuso!

Faccia-pozzanghera-di-camembert-fuso!

Chiudo le palpebre, stringo la bocca, m’esce un ringhio. Poi solo un occhio mi si riapre, (l’altro rimane ben serrato). E mi rassicuro. La pallottola appesa a una molla riprende la forma del lampadario! Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro, disteso a pancia in su, nudo, sul divano.

Ma qualcosa mi tocca. Il petto è bagnato. Punto i gomiti sul cuscino, affondano loro e si solleva la schiena. Allungo il collo e alzo lo sguardo, di nuovo al soffitto. Ancora! Il lampadario sgocciola, il liquido cade e mi s’appiccica: dalla mia faccia scivola sul petto, e s’addensa e s’aggruma sulla pancia! Tra i grumi crescono zampette, crescono occhietti e, non ci si può credere, il lampadario fuso diventa una congrega di grosse e grasse formiche nere. Via, marciano come guerriere, (un cliché), girano attorno al mio ombelico, e…, e… ci si vogliono ficcare dentro!

 Tremo, ansimo, urlo. (Intanto mi abbandono nuovamente sul divano).

Ah! Le formiche s’accasano nel mio ombelico che diventa una tana, no, che dico, una bocca dalle labbra unte e rosse, e… e… questa bocca femminea continua a fagocitare formiche. Quelle maledette, intanto, raddoppiano e triplicano.

Grido più forte.

Maledetto-camembert-dalla-puzza-di-piede! Devo fare qualcosa! qualcosa-qualcosa!

Qualcosa che non sono più io smuove il braccio sinistro, il destro rimane inchiodato al bracciolo del divano. Qualcosa che non sono più io allunga la mano del braccio smosso, e quella mano gratta la pancia e scaccia gli insetti dall’ombelico. Le formiche-paracadutiste volano a terra, piombano sul pavimento. Io che non sono più io continuo a frullarle. Finita la danza dell’aria quelle soldatesse ritentano una marcia, scorrono come torrente di fuoco, arrivano ai piedi del tavolino, e lì si dividono.

Un gruppo poco ambizioso va a brulicare all’angolo dell’armadio dove un orologio da taschino è caduto con lo schermo rivolto contro il pavimento. Gli insetti lo accerchiano, lo ricoprono, ci zompettano sopra. Roba da matti, fanno una specie di danza sul disco! Delle lancette si sente solo un tic-tac-sbiadito.

 Tic-tac-sbiadito!

Un altro gruppo gradasso s’arrampica sui piedi del tavolino. Le zampette scorrono e scricchiolano sul freddo acciaio, salgono sul piano al tempo del tic-tac-sbiadito.

Tic-tac-sbiadito!

Seguono una morbida scia dall’odore di piede. In cima qualcosa le arresta. Le zampette affondano sul vetrino molle e ingiallito di un orologio da parete rotto. (Accidenti a me, proprio due sere fa lo avevo poggiato lì per ripararlo). E l’orologio è diventato un ovale-formaggio-colloso-risucchia-formiche.

Ovale-formaggio-colloso-risucchia-formiche!

Mi si chiudono gli occhi a spillo. Le tempie mi battono al ritmo del solito tic-tac-sbiadito del mio orologio-disco-dance da taschino caduto sul pavimento.

Stropicciato come un canovaccio liso sul divano volo con lo sguardo fuori: terrazza-iodio-mare-sera e sale-Port-Lligat (vi assicuro che la vista è meravigliosa) -scogliera-criniera-ramo d’ulivo. Ah, vado a picco!

Scogliera-criniera-ramo d’ulivo-Ah-vado a picco!

Ritorno con gli occhi nel mio studio. Fisso un altro orologio da parete che sta sulla parete e, diamine… pure quello s’è inacidito! È liquefatto come uno yogurt scaduto!

tempo in Camembert-

galleggiano lancette

su fluida sera

E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio.

Salvador Dalì

L’opera di copertina è di Salvador Dalì, La persistenza della memoria, bronzo, colore a olio, 1931

 

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Manuela Capotombolo

Manuela Capotombolo

I personaggi che inventa sono essenziali come le tasche di certi pantaloni. In fin dei conti è solo una mamma che scarabocchia.

2 commenti

  • Giovanni Odino
    Giovanni Odino
    12 Novembre 2019 a 20:00

    Un bellissimo racconto come non ti aspetti.
    Il pittore e la scrittrice che creano sotto allucinazione.
    Credo che Dalì ed Emanuela abbiano commesso lo stesso errore: conservare le forme di Camembert insieme alla Segale!
    Bravissima, Manuela!

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