Alberto. Pasta al pomodoro

Il racconto terzo classificato di Ricettacolo – L’Invidia
di Mirco Rabacchi

Quando mamma fa da mangiare sono sul terrazzo. «Smettila, vieni, è già la quarta volta che ti chiamo». Un semplice sugo al pomodoro borbotta nella padella, soffritto d’aglio, spruzzato di zucchero. Gli spaghetti sfumano in pentola, le foglie di basilico sono pronte, lucide, in una scodella accanto ai fornelli. Fuori uccelli colorati gridano, pennuti incazzati fanno la cacca, si appoggiano e invadono gli spazi. Il cielo è loro, come dargli torto? I tetti, la città dall’alto, le chiese, il porto: tutto è loro, anche le ombre.

Ho, avevo, dieci anni. Ho un giocattolo in mano, sono sudato. Grido in faccia ai giocattoli, ma in realtà vorrei i pappagalli, i gabbiani, le tortore e i piccioni. Vorrei parlare la loro lingua. Vorrei dire loro che mi fanno paura, ma che vorrei essere come e con loro.

Passano pochi minuti, mi ritrovo davanti alla pasta al pomodoro per il compiacimento di mamma: è una mattina di inizio luglio, siamo in orario per pranzare e per fare alcune commissioni in centro. Paolo, dieci anni (cioè io, venticinque anni fa), riceve una telefonata: «Ohi,» è il suo amico Alberto, compagno di banco. «Domani parto, vado al mare in vacanza. Hai preso ottimo, ho visto, perché? A me hanno dato solo buono. Non dovevano. Mia mamma mi ha detto che te lo meritavi, ma mia mamma sbaglia, non lo sa. Non lo sa che non è vero».

Poco dopo quando sono a tavola una penna al sugo mi vola sulla pancia e la maglia azzurra assume tinte verdastre. La telefonata mi ha colpito come la penna al sugo sulla maglietta appena lavata. Caduta leggera, intempestiva e portatrice di conseguenze. La mamma si incazza, ovviamente mi rimprovera. Accuso il colpo, do altre tre forchettate nel piatto, stavolta stando attento. La tavola è colorata, floreale, “di cattivo gusto” avrei detto da lì a pochi anni di distanza.

Interrompo il pranzo, torno sul terrazzo e lascio i suoni casalinghi per quelli del cielo: i tetti mi meravigliano da sempre, figuriamoci allora. Genova ha linee oblique, diversi piani, molti saliscendi. Le case, i suoi tetti, sembrano buttati a caso dall’alto.

Il sugo è perfetto, profuma, dalla casa arriva la voce di mia madre: «Paolo, non sudare troppo e non far cadere niente dal balcone! Vado a coricarmi dieci minuti, poi usciamo e andiamo a prendere il gelato da Profumo».

Tuttavia non sono in grado di ascoltarla, né di risponderle. Ci sono troppi stimoli tutto intorno, in aria, vicino, tra le mani. Gioco, evado. La meraviglia è l’unica cosa che vale la pena conservare dell’infanzia. Il piacere dell’ozio estivo, fatto di giornate lunghe in cui annegare. Fare niente, restare indietro coi compiti, mangiare il gelato. Tutti ricordi che mi fanno sorridere, rimpiangere, ma non meritano altro che un po’ di nostalgia. La meraviglia invece è un atteggiamento, un allenamento da sostenere giorno dopo giorno. Ce ne accorgiamo quando è già sparita dalle nostre vite, sostituita dalle responsabilità. Responsabilità di lotta per la sopravvivenza da un lato e bisogno di appartenenza dall’altro.

Una cacca di gabbiano rimbalza sul tetto vicino, interrompendo i miei giochi e i pensieri elementari sul Contratto Sociale e sulla piramide dei bisogni di Maslow in salsa di pomodoro. I piatti sono già lavati, mamma spolvera maniacalmente i ripiani della cucina e del salotto: ha rimandato il sonnellino per un attacco di casalinghite acuta, come diceva lei e ripeto io stesso a distanza di anni.

Alcuni schizzetti verdi di cacca cadono e mi sfiorano una gamba, seduto per terra tra i giochi.

Quel verdino mi ha ricordato l’incidente di poco prima con la penna al sugo sulla maglia e quelle parole di Alberto: «Mia mamma sbaglia, non lo sa. Non lo sa che non è vero». Non è vero che me lo sono meritato quel fottuto voto.

È strano per un adulto, e ancor più per un bambino sentirsi in colpa per niente. Gli anni dell’infanzia sono quelli delle punizioni e dei castighi: quasi nulla ci fa sentire colpevoli senza transitare per questi canali. Vero, all’esamino ero andato meglio di altri compagni. Tuttavia se il voto fosse stato effettivamente troppo alto, l’amico Alberto avrebbe dovuto rimproverare la maestra, non me.

Il meccanismo delle punizioni/premi è interessante, in quel momento di venticinque anni prima la mia versione beta si stava interrogando sul perché si sentisse di cacca, una cacca verde, come quella caduta dal cielo. Era stato un segno di disapprovazione del cielo stesso? La sera era arrivata in fretta. La luna grande e piena illuminava tutto, le luci spente di casa fornivano un meraviglioso contrasto con il buio e le stelle sopra la città.

Oggi, stesso balcone. C’è silenzio nella vecchia ma sempre colorata casa di mia madre. Sono qui per raccogliere alcuni oggetti, smontare mobili, vendere qualcosa. La Lanterna investe le forme con la sua luce intermittente e mentre la guardo penso ancora alla finestra della casa di Alberto. Non mi sembra plausibile che quella telefonata sia stata la nostra ultima conversazione.

Era partito, trasferito in Germania con il padre. Lui orfano, il padre vedovo: sua madre era morta quell’estate, l’estate della telefonata acida, delle penne al sugo e la maglia verdastra. Non ricordo nemmeno come si chiamasse la signora.

Oggi è morta la mia di madre, dopo un anno di ricoveri, terapie invasive e debilitanti. Era malata da cinque anni. I suoi primi sintomi sono arrivati poco dopo il mio trentesimo compleanno: giramenti di testa, problemi di equilibrio sottovalutati. La malattia degenerativa era lenta e inesorabile, lei aveva perso i boccoli castani, il suo fisico femminile si era assottigliato. Era diventata qualcosa di diverso, un’ombra verde pallido.

Non posso fare altro che vergognarmi quando penso alla liberazione rappresentata dalla morte di mia madre e all’invidia provata per il vecchio e lontano compagno di banco che oggi mi è tornato in mente. Lui libero a dieci anni, con una vita in salita ma tutta da costruire, senza nessun peso né radice. Il padre sarebbe stato poco presente per via del lavoro, si sarebbe risposato e le cose avrebbero preso una piega stimolante per entrambi appena il dolore della perdita si fosse affievolito. È sempre una questione di tempo.

«Scusami, vai via». Sono state le ultime parole di mia madre in ospedale: ho obbedito come non mi capitava da anni. Quando ti carichi sulle spalle delle responsabilità ti fa arrabbiare essere messo da parte. Ti incazzi, poi capisci che il gesto di una persona sofferente in grado di capire che è il momento di arrendersi è solo una liberazione per entrambi. In quello “scusami” c’erano i cinque anni e gli ultimi mesi difficili. Nel “vai via” una promessa di libertà e l’inizio di una prematura, inopportuna, spensieratezza.

Il tempo trascorso in ospedale tra i miei trenta e i trentacinque anni non sarebbe mai tornato indietro. Non è un buon momento della vita per pensare agli altri, bisogna pensare al proprio futuro senza restare ancorati in rada a galleggiare nel passato. Alberto era stato più fortunato a perdere la madre anni prima.

La pasta è sul fuoco, il mio sugo ribolle. È un altro tipo di sugo al pomodoro quello che preparo io. La mia ricetta: 180 gr. di spaghetti o vermicelli, 1 cipolla piccola, spolverata (abbondante) di curry, farina di mais q.b., 150-200 gr di polpa di pomodoro ciliegino, olio, sale, paprika (una punta), origano.

Tagliata la cipolla a rondelle sottili con la mandolina la passo in un mix di farina di mais e curry. Finché non è dorata con un filo di olio in padella non la tolgo dal fuoco. Aggiungo in padella il pomodoro e faccio cuocere circa dieci minuti a fuoco medio, in modo che si restringa abbastanza e formi anche qualche crosticina abbrustolita. Regolo con il sale e a piacere aggiungo un pizzico di paprika.

Infine pioggia di origano, a piacere, per godere. Avrà sapore forte, piccante. Non preparo a parte il basilico come faceva mamma. È il momento di affondare il cucchiaio di legno nella padella, assaggiare: la pasta è cotta perfettamente al dente, salata il giusto. La scolo.

Riassaggio il sugo prima di impiattare: mi sono dimenticato di aggiungere zucchero al pomodoro. Ha un gusto acido, molto acido. Non ho più fame e butto tutto nella spazzatura. Dopo tanta fatica ho voglia di distruggere qualcosa.

Sale un nervosismo imprevisto, nonostante la stanchezza. Voglio fare una telefonata ad Alberto, mi impegno a cercare i suoi contatti su Internet. Sono curioso della sua reazione. Con un approccio sadico, forse violento, gli voglio parlare della fortuna e dell’invidia; poi delle nostre vite, del tempo passato distanti. Voglio sapere che persona sia diventata e subito dopo farlo sentire in colpa con una scusa, sfruttando l’alibi della mia perdita recente. Acida e inopportuna, questa pasta al pomodoro.

Lo trovo, Alberto, nella foto profilo di Facebook: è ritratto con la moglie incinta. Mi accetta la richiesta di amicizia subito, è online. Avvio la chiamata: «Ciao…» ma chiudo immediatamente con un click sull’icona color rosso pomodoro e spengo il computer.

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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