Alluìn

La festa di Halloween da qualche anno è stata elevata a festa nobilissima di origine celtica ma per me rimane l’ennesima cazzata americana che, senza meriti, è entrata prepotentemente nella nostra tradizione.

A causa dell’italica esterofilia, siamo costretti a sorbirci vagonate di bambini mascherati, che la notte del 31 ottobre bussano alle nostre porte minacciandoci con i loro stupidi scherzetti. Occorrerebbe subito una nuova legge: se io, fuori la mia porta, espongo un qualsiasi simbolo che possa richiamare la notte delle streghe, tu puoi suonare al mio campanello; altrimenti io sono autorizzato a uscire sul pianerottolo in mutande e a farti ingoiare lo spray urticante con tutta la bomboletta.

Si potrebbero stampare adesivi con la scritta In questa casa si festeggia solo il Carnevale e spiegarne il significato a scuola, demandando alle maestre, troppo impegnate a insegnare le filastrocche sui fantasmi, l’onere di far capire bene ai bambini a quale porta possono bussare e dove. Invece rischiano il linciaggio da parte di ultracinquantenni che hanno visto, sulla loro pelle, il sogno americano trasformarsi in un incubo.

A Napoli – punto ritenuto strategico del Mediterraneo – dal dopoguerra vivono molti soldati americani con le loro famiglie. Io da adolescente invidiavo i miei coetanei d’oltreoceano che potevano permettersi i jeans Levi’s e le scarpe Nike. Ero invidioso perfino del fatto che masticassero tabacco e che mangiassero polistirolo dopo averlo bruciato sul fuoco. All’epoca non sapevo ancora che quei cilindretti di zucchero si chiamassero marshmallow e ignoravo che abbrustolirli sul fuoco li facesse diventare altamente cancerogeni. Adoravo la famiglia Bradford che abitava nel nostro quartiere, la loro determinazione nel fare il barbecue tutti i sabati, anche se pioveva. Li guardavo esterrefatto quando scaricavano dalle loro auto gigantesche – i SUV sarebbero arrivati da noi  trent’anni dopo – casse di Coca-Cola ai gusti più strani. Li spiavo in estasi mentre facevano colazione con la pizza presa direttamente dal frigo, quando giravano su quelle biciclette mostruose mentre noi avevano, al massimo, una Graziella senza rotelle. Io e tutti quelli della mia età eravamo convinti che l’America – che chiamavamo USA solo alle Olimpiadi – fosse il Paese nel quale potevi realizzare qualsiasi sogno. In quegli anni facevamo il tifo per i cowboy perché i libri di storia avevano messo gli indiani – la parola pellerossa sarebbe arrivata qualche decennio dopo – dalla parte dei cattivi. Non sapevamo che gli yankee erano sempre a caccia di un nemico e che ci avevano liberato dal nazismo solo perché stavano testando il loro progetto più grande: esportare la loro gloriosa democrazia. Non sapevamo nulla degli schiavi arrivati dall’Africa, non potevamo nemmeno immaginare che un giorno Trump avesse rinchiuso dei bambini messicani in delle gabbie: per noi l’America era sinonimo di libertà.

Peccato che la tua libertà, mio caro brufoloso tredicenne, finisce sul mio pianerottolo, e che se tu alle 22:30 bussi alla mia porta io posso pure farti vivere dal vivo una delle scene più raccapriccianti di Halloween, il film cult di John Carpenter del 1978.

Quest’anno mia moglie si è fatta prendere dall’euforia e dalle due del pomeriggio sta cuocendo dolcetti alla zucca e cioccolato fondente. Per far felice i nostri bambini – perché il nostro alibi sono sempre loro – ha addobbato la casa con gadget sonori e luminosi: a occhio e croce, avrà speso più di 200 € al negozio Tiger della Stazione Centrale. Per creare la giusta atmosfera, ha scaricato da Spotify la playlist Horror Music che da un’ora è in loop sul suo cellulare collegato alla cassa bluetooth che abbiamo in salotto.

«Tu dovrai spaventarli» mi dice con l’entusiasmo che le ho sempre invidiato.

«Chi?»

«Tra poco arriveranno i bambini. Io ho da infornare altri biscotti» mi dice porgendomi un mantello, un paio di denti da vampiro e un tubetto non meglio identificato. «È cerone. Mettilo sulla faccia e poi completo l’opera con la matita rossa» e corre ad aprire la porta perché qualcuno ha fatto suonare il nostro campanello.

Mi chiudo in bagno e, mentre mi travesto, sento mia moglie trattare con i primi bambini. Quando ha finito con i nostri primi clienti della serata, torna da me e, con la matita rossa, mi disegna le gocce di sangue agli angoli della bocca. Sembro Dracula dopo un’indigestione.

«Non sono troppo pallido?» chiedo a mia moglie che mi sta facendo delle occhiaie mostruose.

«Da far paura. Il cerone serve a quello. Adesso siediti in salotto che vado a sfornare altri biscotti».

Quando esco dal bagno, trovo la casa al buio. Mia moglie ha spento tutte le luci e acceso le candele che aveva posto nelle zucche che ha svuotato stamattina. Cerco il divano ma urto con lo stinco della gamba destra sul tavolino che sta al centro della stanza. Con le lacrime agli occhi penso a tutta la zucca che mangeremo nei prossimi due mesi. Quando suona il campanello per fortuna i miei occhi, si sono abituati all’oscurità e raggiungo la porta senza intoppi.

«Dolcetto o scherzetto?» urla in coro un gruppo di nani vestiti da mostri quando spalanco la porta, per nulla spaventati dal mio travestimento comprato dai cinesi all’angolo.

Porgo la scodella piena di caramelle ELAH a liquirizia ma il vampiro più grande trova il coraggio di obiettare: «Qui non distribuite i dolcetti a forma di zucca?». La notizia avrà già fatto il giro del quartiere. Maledetti gruppi WhatsApp, tra poco un’orda di ragazzini affamati prenderà d’assalto il nostro condominio.

«E tu non sei troppo grande per il trick or treat?» rispondo stizzito prima di richiudere la porta in faccia a questo gruppo di bambini maleducati.

«Odio il Natale, odio la Pasqua, odio perfino i compleanni, perché devo sorbirmi questa festa di merda?» vorrei urlare a mia moglie ma non voglio rovinarle questa giornata, si è impegnata molto affinché tutto funzioni alla perfezione. Mentre fantastico su come potrei spaventare a morte il prossimo gruppo di mocciosi, suonano di nuovo al campanello. Apro la porta con un ghigno diabolico e mi trovo davanti due della Banda Bassotti. Capisco subito che c’è qualcosa che stona con il loro travestimento, ma non riesco a focalizzarlo perché il più alto dei due mi colpisce la bocca con un pugno. Sento il sangue che mi bagna la bocca, ma non ho il tempo di reagire perché quello basso mi colpisce alla bocca dello stomaco con un altro pugno che mi toglie il fiato. Il dolore mi fa cadere sulle ginocchia mentre sento che uno dei due fruga fra le mie tasche.

«Amore, non farli andar via, tra poco sono pronti altri biscotti» urla mia moglie dalla cucina. Quello alto mi molla un calcio nelle costole per intimarmi il silenzio. Lui non lo sa che anche se volessi, non riuscirei a parlare. Quello basso fruga nei cappotti e nelle borse appesi nell’armadio a muro alle mie spalle mentre il suo complice sta ispezionando il salotto. Lo vedo arraffare soldi, il telefonino di mia moglie con tutta la cassa bluetooth, qualche gioiello ma non riesco a muovere un dito. Il dolore alla bocca dello stomaco è insopportabile e ho una nausea tremenda.

«Amore, devi assaggiarli pure tu» è la frase che arriva dalla cucina procurandomi dei conati di vomito. Quello alto mi molla un pugno sull’orecchio per dissuadermi dal rispondere a mia moglie. «Taci,» vorrei urlare «io li odio quei dannati biscotti di merda!». La Banda Bassotti è finalmente soddisfatta di tutto ciò che ha trovato ed esce velocemente dal nostro appartamento. Sento un ronzio così forte nell’orecchio sinistro che i suoni mi arrivano ovattati. Piango di rabbia e mi accorgo solo adesso di avere un dente rotto. Sputo il pezzo di dente che avevo in bocca proprio mentre due bambine compaiono sulla soglia della mia porta che i ladri hanno lasciato aperta. Le grida di terrore delle due bambine si sentono in tutto il quartiere.

«No, non piangete» dice mia moglie che è accorsa attirata dalle urla disumane. «Non è sangue vero. L’ho truccato io» dice alle due malcapitate e, per cercare di calmarle, le ficca un biscotto in bocca a entrambe. Le povere bambine hanno il trucco completamente sciolto e continuano a piangere senza riuscire a fermarsi. Sento il rumore della mia auto che va in moto, i bastardi avranno trovato le chiavi nel mio giubbotto.

«Sei scemo?» mi redarguisce quando ha chiuso la porta per non sentire il pianto disperato di quelle due inconsolabili creature. Non riesco ancora a respirare bene e mi gira la testa. «Perché ti sei messo in ginocchio? Al buio, poi. Volevi terrorizzarle?» e mi guarda attentamente come se avesse finalmente notato in che stato mi trovo. «Però, sono stata davvero brava con il trucco: il sangue che ti esce dalla bocca sembra vero» e dopo avermi lasciato il vassoio con i biscotti, se ne torna in cucina. «Amore, non mangiare troppi biscotti, non vedi che hai il respiro affannato? Alzati da lì e rimetti la musica!» urla una volta giunta a destinazione.

Sono ancora sotto choc e non riesco ad alzarmi. Ripenso a quei due balordi e al particolare che stonava con tutto il resto: la barba incolta non era un trucco, era vera. Anche la loro età avrebbe dovuto mettermi in guardia ma ero troppo impegnato a cercare di spaventarli.

Per colpa di un gruppo d’irlandesi emigrati in America circa cinquecento anni fa, ho disobbedito alla regola principale sulla quale si basa la nostra società da quando l’uomo ha abbandonato il nomadismo per insediarsi nelle città. La regola che si tramanda di padre in figlio, da centinaia di generazioni. Il consiglio che mia nonna dava a me e che io recito tutti i giorni ai miei figli come una preghiera laica: non aprite mai, per nessuna ragione al mondo, la porta agli sconosciuti.

Il mio respiro adesso è regolare. Potrei alzarmi e correre a denunciare la Banda Bassotti ma mi viene da ridere. Rido ripensando ai misteri della Napoli esoterica e al culto dei morti calpestati da una notte che di misterioso non ha proprio nulla. Rido pensando al Cimitero delle Fontanelle e alle sue anime pezzentelle. Rido pensando al lago D’Avernousato da Enea per entrare nel regno dell’Ade. Rido pensando al culto delle anime del Purgatorio e alle anime dei morti di quei due bastardi che adesso girano per la città a bordo della mia auto. È una risata isterica che non riesco a reprimere. Sono stato un coglione e merito di essere stato derubato. Suona il campanello. La notte di Halloween è appena cominciata.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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